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BBC History Italy - 11 2018

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28 OTTOBRE 1922
MARCIA SU ROMA
COLPO DI STATO O BLUFF?
VITTORIO EMANUELE III, E CON LUI TUTTO L’ESTABLISHMENT,
FECE FINTA DI SPAVENTARSI PER LA MINACCIA DI UN COLPO DI STATO:
TUTTI SPERAVANO CHE MUSSOLINI RISOLVESSE UNA CRISI POLITICA SENZA SBOCCHI,
COSA CHE AVVENNE NEL MODO PIÙ ORDINATO E CONDIVISO
1903
Il Conclave che decise
le sorti del XX Secolo
LO SBARCO TEDESCO IN INGHILTERRA
Era tutto pronto,
ma qualcosa andò storto
LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA
Una trappola
per la diplomazia del Fascismo
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DI
IL NUMERO
S
BRE E CE IL
DICEM
NOVEMBRE 2018
RE
15 NOVEMB
QUESTA CARTA
RISPETTA
L’AMBIENTE
Sommario
SERVIZI
8 Cover story
La marcia su Roma che non ci fu
Evento traumatico o soluzione politica?
La verità della Marcia su Roma è ben
diversa da quanto riportato dalla
Propaganda di regime. Più che una
rivoluzione fu una manovra per risolvere
la crisi di governo affidandola a un
uomo forte e risoluto.
16 La vera (e curiosa) storia
della Regina d’Africa
Che cosa si nasconde dietro il celebre
film con Katharine Hepburn e Humphrey
Bogart? Un piano ardito, un comandante
con un pessimo carattere e due piccole
navi di Sua Maestà (HMS) trasportate
per mare, terra, fiume e ferrovia
23 La leggenda del re
vendicatore
Secondo il mito, re Sebastiano I del
Portogallo non è morto ad Alcazarquivir,
ma tornerà per riportare il Paese alla sua
perduta gloria. La storia di un sovrano
eccentrico e sognatore capace di
risollevare le sorti della Nazione.
35 Pitigrilli. Lo scandalo
dell’intelligenza
Una personalità sopra le righe, tanto
criticato quanto osannato, Pitigrilli è uno
degli intellettuali che animò gli anni del
regime. Tra scandali e battute di spirito,
anche una pesante ombra: aver militato
nell’Ovra.
40 Il leone che non ruggì
Il sogno di Hitler di invadere la
Gran Bretagna era a un passo dalla
realizzazione: l’operazione “Leone
Marino” avrebbe mobilitato ingenti mezzi
di terra, mare e aria. Cosa accadde per
far cambiare idea al führer?
48 Cronaca di un conclave Come
gli interessi delle potenze europee
manipolarono l’elezione del Pontefice:
storia del conclave indetto dopo la morte
di papa Leone XIII in cui il cardinale
vicino all’impero austriaco impose, per
l’ultima volta nella Storia, il diritto di veto.
RUBRICHE
57 La guerra civile spagnola:
una trappola per l’Italia fascista
Quanto costò l’appoggio a Franco da
parte del governo di Mussolini? Truppe
di volontari italiani partirono per la
Spagna, in quella che sembrava essere
la prova generale della Guerra mondiale
incombente. Vinsero, eppure proprio da
lì iniziò il declino del fascismo.
66 Il Leonardo da Vinci
d’Inghilterra (un genio da
riscoprire)
Chi era Robert Hooke, brillante
scienziato, studioso e inventore ma
dal carattere oscuro, condannato a un
immeritato oblio a causa del suo scontro
con uno dei giganti del tempo, Isaac
Newton?
74 Dove nacque la parità
dei sessi
Durante la Grande Guerra, mentre gli
uomini erano al fronte, spettarono
alle donne ruoli prima esclusivamente
maschili, nell’agricoltura, nell’industria
e negli affari. Il primo passo verso quella
parità dei diritti che sarà una battaglia
civile del Novecento.
2 Accadde a...
4 Pietre miliari
29 Omnibus
• News
• Archeologia
• Storia
• L’oggetto
• Storia delle armi
• Vie della Storia
• Non è vero che
• Perché si dice così
• Origine delle parole
• Il francobollo
• Santi e festività
• Misteri della Storia
64 La Storia in un’immagine
• Macchine da guerra
88 Mete da non perdere
• Siracusa, Sicilia
80 L’usura. Seme (maledetto)
di ricchezza
Bibbia, Corano e Veda la condannano,
così come società e leggi di tutte le
epoche. Eppure, l’usura prospera
indisturbata nel corso dei secoli. Storia
di una pratica osteggiata ma praticata
dagli albori della civiltà fino ai giorni
nostri.
40
88
90 Domande & Risposte
• Curiosità e interrogativi storici
92 Appuntamenti e scaffale
• Rivivere la Storia e i migliori
libri di argomento storico scelti per voi
94 Giochi
• Passatempi
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1
novembre
1993
novembre
2008
Entra in vigore il Trattato
di Maastricht, l'accordo
siglato il 7 febbraio
dell'anno precedente, che
fissa le regole economiche,
politiche e sociali per
l'ingresso degli Stati
nell'Unione Europea.
7
novembre
1929
Su iniziativa di Abby Aldrich
Rockfeller, apre a New York
il Museum of Modern Art
(MoMa) destinato ad essere
un punto di riferimento
emblematico nel panorama
museale mondiale per l'arte
moderna e contemporanea.
NOVEMBRE
2
3
Sul circuito brasiliano di
Interlagos (San Paolo)
si chiude la stagione
di Formula 1: vince il
ferrarista Felipe Massa,
ma il mondiale va al
giovane pilota inglese
Lewis Hamilton, grazie al
sorpasso all'ultima curva.
8
9
novembre
1934
Luigi Pirandello è insignito
del Premio Nobel per la
letteratura «per il suo ardito
e ingegnoso rinnovamento
dell'arte drammatica e
teatrale».
In Germania viene
proclamata la Repubblica
di Weimar. Il Kaiser
Guglielmo II abdica e sceglie
di vivere in esilio nei Paesi
Bassi.
13
14
novembre
1922
2002
Muore a Montevideo, all'età
di 77 anni, Juan Alberto
Schiaffino, considerato
uno dei più grandi calciatori
della storia. Con la maglia
dell'Uruguay fu campione
del mondo nel 1950.
Dalla Marconi House di
Londra va in onda la prima
trasmissione radio della
BBC (British Broadcasting
Corporation), società
concessionaria del servizio
pubblico radiofonico
britannico.
19
20
24
25
Durante gli scontri tra
manifestanti e forze
dell'ordine muore a Milano
l'agente di Polizia Antonio
Annarumma, considerato la
prima vittima degli “anni di
piombo”.
novembre
1859
Viene pubblicata “L'origine
delle specie” del
naturalista inglese Charles
Darwin, opera cardine della
storia scientifica, dove
l'autore enuncia la sua
teoria dell'evoluzione.
[2] BBC HISTORY ITALIA
Benito Mussolini fonda a
Milano un nuovo quotidiano
interventista, “Il Popolo
d’Italia”. Dal 1922 diventerà
l'organo del Partito
Nazionale Fascista.
21
Si apre a Norimberga
davanti al Tribunale militare
internazionale il processo
a 24 dei più importanti capi
nazisti. Il 1º ottobre del
1946 la sentenza decreta
l'impiccagione per dieci degli
imputati.
Muore a l'Avana all'età di
90 anni Fidel Castro, padre
della rivoluzione cubana.
Salì al potere nel 1959
rovesciando il dittatore
Fulgencio Batista.
15
novembre
1914
novembre
1964
novembre
1945
novembre
2016
Enrico VIII d'Inghilterra
promulga l'Act of
Supremacy (Atto di
Supremazia), che gli
conferisce il titolo di
capo supremo della
Chiesa Anglicana. Il varo
della legge gli procura la
scomunica papale.
novembre
1918
novembre
novembre
1969
novembre
1534
A New York viene
inaugurato il ponte di
Verrazzano, dedicato
all'esploratore fiorentino
Giovanni da Verrazzano,
primo europeo a
raggiungere nel 1524 la
zona dove poi sorse la città.
26
novembre
1922
Gli archeologi inglesi
Howard Carter e lord
George Carnarvon entrano
per la prima volta nella
tomba di Tutankhamon,
l'unica intatta della
sessantina presenti nella
Valle dei Re.
27
novembre
1942
Nasce a Seattle (Stati Uniti)
James Marshall "Jimi"
Hendrix, considerato il più
grande chitarrista di tutti
i tempi, uno dei maggiori
innovatori nell'ambito della
chitarra elettrica.
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Giorno per giorno gli eventi da non dimenticare
4
5
novembre
2008
10
Nasce a Milano l'Università
commerciale Luigi Bocconi,
ateneo privato fondato
da Ferdinando Bocconi
e dedicato alla memoria
del figlio scomparso nella
battaglia di Adua.
novembre
2013
Nella battaglia di Isso (oggi
Turchia) Alessandro Magno
sbaraglia i persiani di Dario
III, aprendo la strada per la
conquista della Fenicia.
Il candidato democratico
Barack Obama con oltre
69 milioni di voti vince
le elezioni presidenziali
e diventa il primo
afroamericano a insediarsi
alla Casa Bianca.
novembre
1902
6
novembre
333 a.C.
11
L’italoamericano Bill De
Blasio è eletto sindaco
della città di New York. Il
candidato democratico
raccoglie oltre il 73% delle
preferenze.
12
novembre
1918
novembre
1989
Il segretario Achille
Occhetto dà il via alla
cosiddetta “svolta della
Bolognina”, l'inizio del
processo che porterà allo
scioglimento del Partito
Comunista Italiano.
Alle ore 11 entra in vigore
l'armistizio che pone fine
alla Prima Guerra Mondiale,
sottoscritto da tedeschi
e Alleati in un vagone
ferroviario nei boschi vicino
a Compiègne, in Francia.
16
novembre
1532
L'attacco a sorpresa
degli uomini di Francesco
Pizarro nella grande
piazza di Cajamarca (Perù)
costa la vita a migliaia di
Inca e porta alla cattura
dell'imperatore Atahualpa.
17
novembre
1869
Dopo 15 anni di lavori, viene
inaugurato il Canale di
Suez, l'opera che permette
la navigazione diretta dal
Mediterraneo all'Oceano
Indiano senza la necessità
di circumnavigare l'Africa.
22
novembre
1980
Eric V, re di Danimarca,
muore assassinato a
Viborg.
28
Il principe albanese
Giorgio Castriota, detto
Scanderbeg, strappa ai
turchi il castello di Croia
e promuove la lotta per
l'indipendenza albanese.
Papa Urbano VIII consacra
la Basilica di San Pietro:
i lavori di costruzione
cominciarono nell'aprile del
1506.
23
novembre
1286
novembre
1443
18
novembre
1626
Alle 19.34 una scossa
lunga 90'', di magnitudo
6.8, colpisce la Campania
e la Basilicata. Il terremoto
dell'Irpinia causa 2914
morti, 8848 feriti e circa 280
mila sfollati.
29
novembre
1223
Papa Onorio III approva la
Regola di San Francesco,
nella sua terza versione poi
definita “bollata”.
30
novembre
1786
Il Granducato di Toscana
è il primo Stato del mondo
occidentale ad abolire
la pena di morte con
l'emanazione del nuovo
codice penale toscano
firmato dal Granduca Pietro
Leopoldo (poi Leopoldo II).
BBC HISTORY ITALIA [3]
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pietre miliari
I giorni che hanno cambiato la Storia: novembre
a cura di Elena Percivaldi
2 NOVEMBRE 1975
L’omicidio di Pier Paolo Pasolini
Lo scrittore viene ucciso sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.
Per il delitto finisce in carcere Pino Pelosi, ragazzo di vita con cui Pasolini
si sarebbe appartato in auto per un rapporto mercenario
WIKIMEDIA COMMONS
I
l cadavere martoriato di uno dei più
influenti e controversi intellettuali
del Novecento italiano viene ritrovato da una donna all’alba del 2 novembre 1975, il giorno dei Morti, all’Idroscalo di Ostia. Pier Paolo Pasolini, 53
anni, scrittore, poeta, regista, è stato brutalmente massacrato di botte in uno squallido sterrato non lontano dal mare, ora impastato di sangue e sabbia.
La stessa notte la polizia ha messo le
mani sul colpevole, un “borgataro” di
Guidonia, Pino Pelosi, 18enne conosciuto come ladro d’auto e ragazzo
di vita. È stato bloccato poco prima
del ritrovamento del cadavere mentre sfrecciava a tutta velocità e contromano alla guida dell’auto di Pasolini, un’Alfa Romeo 2000 GT. Secondo la confessione di Pelosi agli inquirenti, Pasolini – il quale non aveva mai
fatto mistero della sua omosessualità
- l’aveva abbordato la stessa sera nei
paraggi della stazione Termini e, dopo
una cena alla trattoria Biondo Tevere,
l’aveva invitato sulla sua vettura con
la promessa di una ricompensa in
denaro. Giunti sul litorale i due avrebbero preso a litigare a seguito delle
pretese sessuali di Pasolini, che Pelosi non voleva assecondare. La lite proseguì fuori dall’Alfa Romeo: lo scrittore minacciò il ragazzo con un bastone, a sua volta Pelosi si difese con un
altro pezzo di legno trovato sul posto.
Pasolini ebbe la peggio, massacra-
[4] BBC HISTORY ITALIA
to di colpi cadde a terra, gravemente ferito, ma ancora vivo: il giovane si
mise alla guida dell’Alfa dello scrittore e passò più volte sul suo corpo
fino a sfondargli la gabbia toracica.
La verità di Pelosi diventò quella giudiziaria e il ragazzo venne condannato in primo grado, sentenza ribadita
dalla Corte d’Appello. Non pochi elementi sembrarono da subito stridere
con la ricostruzione della magistratura. Molti collegarono l’omicidio alle
denunce pubbliche di Pasolini contro importanti personaggi di governo accusati dall’autore di collusione
con le trame stragiste che stavano
insanguinando il Paese; altri sostenitori del delitto “politico” indicarono
come movente l’ultimo libro di Pasolini, “Petrolio”, uscito soltanto nel 1992,
in cui l’autore metteva in scena la lotta di potere nel settore petrolifero.
Soprattutto apparve poco plausibile
che Pelosi potesse aver agito da solo
e a questo proposito vennero citate
alcune testimonianze, che parlavano
di altre persone sul luogo del delitto
quella maledetta notte. Sarà lo stesso Pelosi, dopo 30 anni di silenzio,
a ritrattare la sua versione durante
una trasmissione televisiva nel 2005,
affermando di non aver partecipato
materialmente al delitto, commesso
invece da tre persone giunte a Ostia
su una Fiat 1300 targata Catania. Di
quella stessa autovettura, che avrebbe seguito l’Alfa dello scrittore la sera
del delitto, era giunta una segnalazione alla polizia anche durante l’inchiesta, ma nessuno aveva approfondito la pista, nonostante fossero stati forniti i primi tre numeri della targa. La nuova versione di Pelosi, inoltre, richiamava una delle piste battute dagli inquirenti subito dopo l’omicidio. Grazie al lavoro di un maresciallo infiltrato, infatti, la polizia aveva fermato e interrogato due giovanissimi criminali di origine catanese, che
con l’agente sotto copertura si erano
vantati di aver partecipato all’omicidio dello scrittore. Una volta in commissariato, però, i due negarono l’addebito sostenendo di essersi inventati tutto per darsi una reputazione da
“duri”, versione che inspiegabilmente
venne accettata per buona e la loro
confessione non entrò mai negli atti
del processo.
•
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9 NOVEMBRE 1989
Il crollo del Muro di Berlino
L
a costruzione del muro iniziò nella notte tra l’11 e il 12 agosto del
1961 e già il giorno 13 Berlino Ovest
risultò completamente circondata
e isolata da tutto il resto della Germania. Gli oltre 100 km di barriera
in cemento armato furono la brutale
risposta del governo comunista della Germania Est al continuo esodo di
cittadini verso la parte occidentale
della città, dalla quale era poi possibile raggiungere tranquillamente la Germania occidentale. Il muro
divise Berlino per 28 anni, separando irrimediabilmente intere famiglie,
costringendo migliaia di berlinesi
a spericolate fughe verso l’Ovest,
tentativi di oltrepassare la frontiera
che costarono la vita ad almeno 133
persone uccise dalla polizia della
Ddr. Nel 1989, mentre l’intero blocco
comunista vacillava, Erich Honecker,
leader del Partito comunista della Germania Est, si dimise e il nuovo governo, sotto la pressione dell’opinione pubblica, decise di liberalizzare i viaggi verso la Germania
Ovest. Ignaro della precisa tempistica da adottare, fu il Ministro della
Propaganda della Ddr, Günter Schabowski, ad annunciare l’immediata
decisione di aprire i posti di blocco,
rispondendo durante una conferenza stampa, convocata per le 18 del 9
novembre, alla domanda di un giornalista italiano dell’Ansa. L’annuncio
ebbe l’effetto di far scendere in strada migliaia di berlinesi dell’Est che si
ammassarono vicino al muro, chiedendo di passare la frontiera. Prive di ordini precisi, le guardie, dopo
interminabili telefonate con i loro
superiori, furono costrette ad aprire
i varchi e una massa festosa e com-
mossa si riversò nelle piazze e nelle
strade di Berlino Ovest, accolta dai
loro fratelli. Fu una delle manifestazioni spontanee più importanti della storia, ripresa dalle telecamere di
tutto il mondo che immortalarono la
folla di semplici cittadini, armata di
martelli e picconi, che cominciavano
a demolire il muro della vergogna. La
Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre del 1990.
•
12 NOVEMBRE 2003
Strage di Nassiriya
Un camion cisterna pieno di esplosivo, guidato da 2 kamikaze, esplode
di fronte alla base Maestrale e uccide 28 persone, 19 sono italiane
A
Nassiryia, in Iraq, sono le 10.40 del 12 novembre (le
8.40 in Italia): carabinieri e militari dell’esercito di stanza alla base Maestrale sono già operativi da qualche ora,
quando un camion pieno di esplosivo guidato da 2 kamikaze si fa esplodere davanti all’ingresso, provocando il crollo di gran
parte dell’edificio principale, l’incendio di diversi mezzi militari e
la successiva deflagrazione del
deposito di munizioni investito
dalle fiamme. Il bilancio è devastante: 28 i morti, 9 iracheni e 19
italiani, tra questi 12 carabinieri, 5
militari e 2 civili, oltre a un regista
e un operatore della troupe, che
stavano girando un documentario sull’attività del contingente italiano in Iraq. E il conto delle vittime avrebbe potuto
assumere dimensioni ancora più tragiche se il carabiniere
di guardia, Andrea Filippa – anche lui tra le vittime – non
fosse riuscito ad uccidere i due
attentatori impedendo al camion
di entrare nella base. La Maestrale era una delle due sedi dell’operazione Antica Babilonia, la missione di pace in Iraq avviata qualche mese prima con 3 mila uomini, tra cui 400 carabinieri. I funerali di Stato degli italiani morti
nell’attentato si tennero a Roma
il 18 novembre.
•
BBC HISTORY ITALIA [5]
WIKIMEDIA COMMONS/PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA/ RIA NOVOSTI ARCHIVE, IMAGE #475738 / YURIY SOMOV / CC-BY-SA 3.0
L’apertura della frontiera tra Berlino Est ed Ovest
prelude alla riunificazione della Germania: l’inizio
della fine dei regimi comunisti in Europa.
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Pietre miliari: novembre
4 NOVEMBRE 1966
22 NOVEMBRE 643
L’alluvione di Firenze
Viene emanato
l’Editto di Rotari
Nella notte tra il 3 e il 4 novembre,
l’Arno esonda, provocando
35 morti e un danno immenso
al patrimonio artistico.
È la prima raccolta scritta di leggi del
popolo longobardo, prima regolato
da un diritto di tipo consuetudinario
tramandato oralmente e basato su
un ricco patrimonio di tradizioni.
I
D
opo giorni di continua pioggia, a partire dal pomeriggio del 3 novembre 1966, la situazione in Toscana diventa critica: il livello dell’Arno continua a salire e
alcuni torrenti cominciano a straripare. A mezzanotte,
in alcune zone di Firenze, cantine e negozi si allagano, è
sommerso anche il parco delle Cascine e all’ippodromo
numerosi cavalli perdono la vita. Nella notte, numerose
fogne sottoposte ad eccessiva pressione esplodono, la
furia dell’acqua raggiunge il centro storico. Alle prime
luci dell’alba del 4 novembre, gli argini cominciano a
cedere e alle 9 anche piazza Duomo è allagata. La piena eccezionale dell’Arno raggiunge, nel suo momento
di picco, una portata di 4000 m³/s ed il volume di acqua
che entra in città raggiunge i 230 milioni di m³. La furia
del fiume travolge la culla del Rinascimento: migliaia di volumi, tra cui preziosi manoscritti o rare opere a
stampa vengono ricoperti di fango nei magazzini della Biblioteca Nazionale Centrale e una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, il “Crocifisso” di
Cimabue, si considera perduto all’80%. Enormi sono i
danni ai depositi degli Uffizi. Un vero e proprio esercito
di giovani e meno giovani, di tutte le nazionalità, arrivano spontaneamente in città per salvare le opere d’arte
e i libri, strappando al fango e all’oblio la testimonianza
di secoli d’arte e di storia. Questa commovente catena
di solidarietà internazionale rimarrà una delle immagini più belle di quelle settimane di tragedia. Ribattezzati ben presto “Angeli del fango”, questi ragazzi rappresentarono uno dei primi esempi di mobilitazione giovanile del Novecento.
•
[6] BBC HISTORY ITALIA
l 22 novembre
643 a Pavia re
Rotari emanò un
editto che raccoglieva per iscritto,
per la prima volta,
il patrimonio giuridico del popol o l o n go b a rd o,
che dominava su
gran parte dell’Italia sin dal 568.
Prima di allora il
diritto longobardo era trasmesso per via orale e
constava di norme consuetudinarie basate sul
patrimonio di tradizioni (le cawarfidae) tramandate di generazione in
generazione. Il principio seguito era quello della “personalità del diritto”: le norme erano cioè applicate in
base all’appartenenza etnica e si spostavano con la
popolazione nel corso delle migrazioni: ovunque fossero stanziate, la legge era la stessa. La giustizia
era amministrata dall’assemblea dei guerrieri (il gairethinx) e gli istituti più diffusi erano la faida (diritto
di vendicarsi da parte dell’offeso o della sua famiglia),
l’ordalia o giudizio divino, che consisteva in prove fisiche che gli accusati o i contendenti dovevano superare per stabilire la verità, e il guidrigildo o composizione
pecuniaria (in denaro o in beni) per riparare a un danno
alla persona o ai beni, stabilita in proporzione al rango dell’offeso.
L’Editto di Rotari venne scritto in latino, la lingua classica del diritto, come richiamo evidente alla prestigiosa tradizione romana della cui impostazione in parte
risentono; tuttavia le norme erano rivolte ai soli longobardi, mentre agli italici si applicava ancora il diritto
romano codificato nel Digesto promulgato da Giustiniano nel 533.
•
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Cover Story La Marcia su Roma che non ci fu
Sostenuto da validi argomenti, uno storico sostiene
che la Marcia su Roma non ci fu, che tutto avvenne nel modo
più pacifico e condiviso: quel falso evento
fu la soluzione di una crisi politica senza sbocchi, mettendo
in sella un uomo forte e risoluto.
Così nacque la leggenda della “rivoluzione fascista”
LA MARCIA SU
ROMA
CHE NON CI FU
[8] BBC HISTORY ITALIA
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IL MENSILE CHE VA OLTRE LA SOLITA STORIA
28 OTTOBRE 1922
MARCIA SU ROMA
COLPO DI STATO O BLUFF?
VITTORIO EMANUELE III, E CON LUI TUTTO L’ESTABLISHMENT,
FECE FINTA DI SPAVENTARSI PER LA MINACCIA DI UN COLPO DI STATO:
TUTTI SPERAVANO CHE MUSSOLINI RISOLVESSE UNA CRISI POLITICA SENZA SBOCCHI,
COSA CHE AVVENNE NEL MODO PIÙ ORDINATO E CONDIVISO
1903
Il Conclave che decise
le sorti del XX Secolo
LO SBARCO TEDESCO IN INGHILTERRA
Era tutto pronto,
ma qualcosa andò storto
LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA
Una trappola
per la diplomazia del Fascismo
COP_001_BBC H91_L.indd 1
21/09/18 15:27
La marcia
su Roma
rappresentata
in un quadro di
Giacomo Balla,
celebre pittore
futurista; l’opera
appartiene alla
Pinacoteca
Agnelli, ma
non è esposta
perché dipinta
sul retro del
famoso quadro di
Balla, “Velocità
astratta”. In
primo piano c’è
Mussolini con ai
lati i quadrumviri:
da sinistra,
Bianchi, de
Bono, de Vecchi,
Balbo. Sotto,
illustrazione
celebrativa di
Alessandro
Bruschetti
dedicata alla
marcia su Roma
(1935).
BBC HISTORY ITALIA [9]
PINACOTECA AGNELLI: si ringrazia per la gentile concessione dell’immagine
TARIFFA R.O.C. - POSTE ITALIANE SPA SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N° 46), ART.1, COMMA 1, S/NA
«L
a Marcia su Roma semplicemente non è mai avvenuta. Il 28 ottobre 1922 per la capitale è stato uno
dei giorni più tranquilli di tutti quegli anni e probabilmente il fatto più rilevante che
avvenne in quelle ore fu lo scambio di telegrammi
del re con alcuni notabili. Il governo che nacque
poco dopo, guidato da Benito Mussolini, era gradito a tutti e tutti vi presero parte. Fu solo in seguito che da una parte e dall’altra nacque la leggenda
della marcia su Roma». Quella che appare una
rivelazione sconvolgente, ma che il professor Aldo
Mola definisce solo un’attenta lettura dei fatti, al di
là dei luoghi comuni, è la ricostruzione storica di
quelle ore convulse realizzata dall’autore del libro
“Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti
sulla crisi del 1922”.
Fu a posteriori che nacque la leggenda del 28
ottobre, alimentata sia dai fascisti, increduli per la
facilità della loro scalata ai vertici del potere, sia
dagli antifascisti, che dovevano giustificare la scarsa o nulla resistenza opposta a quell’inatteso colpo
di scena. Anche negli anni successivi la Marcia su
Roma servì a spiegare un dato di fatto, ormai metabolizzato da tutto il Paese. «Il fascismo», spiega il
professor Mola, «usò gli eventi di quei giorni per
poter asserire che si era affermato con la propria
forza: per trovare una “nobile” genesi alla propria
presa del potere, che il Partito Nazionale Fascista
voleva far passare come una rivoluzione. In seguito – ma solo nel 1927 – si decise che sarebbe entrato in vigore in Italia il calendario dell’era fascista,
che cominciava proprio con la presunta Marcia su
Roma. Il mito però faceva comodo anche agli antifascisti che in realtà nel 1922 erano più che altro
forze antisistema: socialisti, comunisti e repub-
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Cover Story La Marcia su Roma che non ci fu
Lo Stato liberale si stava dissolvendo, la fine
della Grande guerra aveva portato una
grave crisi sociale, nelle piazze la lotta politica era
sfociata nella violenza: rossi contro neri.
blicani, i quali giustificavano la propria inconsistenza politica raccontando di essere stati sconfitti
solo di fronte all’assalto armato di forze incontenibili. In realtà, esse non godevano di alcun seguito
popolare ed erano ai margini della vita politica, da
dove sarebbero riemerse vent’anni dopo, a seguito
dei disastri di una guerra devastante».
Italiani frustrati, impotenti e confusi
L’origine degli eventi dell’ottobre 1922 va ricercata
negli anni e nei mesi precedenti: lo Stato liberale si
stava dissolvendo, la fine della Prima guerra mondiale aveva portato una forte crisi sociale, la lotta
politica era sfociata in episodi di violenza. Dopo la
Grande guerra, l’Italia fu sconvolta dalla crisi economica, mentre montavano i rancori per la presunta “vittoria mutilata” (gli italiani ritenevano di non
aver ricevuto un compenso adeguato per la partecipazione al conflitto, considerando l’enorme prezzo
pagato in vite umane, oltre che in risorse economiche). Si viveva in uno stato diffuso di rabbia e
frustrazione, che contrapponeva da un lato i socia-
[10] BBC HISTORY ITALIA
Parata dei
partecipanti
alla Marcia su
Roma, prima
del loro ritorno
a casa. Con
grande stupore
di tutti, hanno
vinto: Mussolini
è il nuovo capo
del governo.
Sotto, il listino
prezzi di gadget
fascisti, dalla
camicia nera, al
fez, al pantalone
d’ordinanza. La
moda fascista
era diventata un
business.
listi più esagitati (quelli che “volevano fare come
in Russia”, dove nel 1917 c’era stata la rivoluzione
comunista) e dall’altro gli squadristi fascisti. Le violenze, però, ebbero il culmine negli anni 1919-21,
mentre nel 1922 erano già in calo. La politica restava in forte crisi, una crisi sociale ed economica senza via d’uscita. Nessun uomo politico sulla scena
era in grado di risolverla, occorreva un personaggio
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PITIGRILLI Severo fustigatore dei costumi, ma non senza macchia
IL MENSILE CHE VA OLTRE LA SOLITA STORIA
al Parlamento) e i socialisti. Ma Sturzo pose il veto
a un governo guidato da Giolitti». Fu una decisione fatale.
A quel punto, però, era chiaro per tutti che il
governo in carica, quanto mai debole e screditato,
andava al più presto sostituito, tanto più che non
sembrava in grado di garantire l’ordine pubblico,
sebbene la violenza politica fosse ormai in netto
calo. Fu in questa situazione che Mussolini decise di forzare la mano, minacciando quella che poi
sarebbe passata alla storia come Marcia su Roma.
Così, al Congresso fascista in corso a Napoli il 24
ottobre, mentre parlava di mobilitazione, in realtà chiese tre ministeri per partecipare a un governo di coalizione. Niente di rivoluzionario, quindi:
in un discorso ufficiale Giolitti sostenne che era
utile associare i fascisti al governo, con un numero
di ministri proporzionale alla loro presenza in Parlamento, che era solo di circa 35 deputati su 535
(eletti peraltro nei Blocchi nazionali insieme ai
liberali). Nel frattempo, anche Facta trattava segretamente con Mussolini, sperando di mantenere il
posto di presidente del consiglio. Tutti trattavano
con tutti, ma nessuno concludeva. «Solo il re, unico con la testa sul collo», sostiene Mola, «chiedeva la parlamentarizzazione della crisi».
Il bluff vincente di un grande giocatore
In quel contesto, Mussolini decise di forzare i tempi, usando la pressione della piazza, e al congresso di Napoli dichiarò: «O ci daranno il governo o
ce lo prenderemo, calando su Roma a prendere
per la gola la miserabile classe politica dominante!». Da politico sopraffino quale era, Mussolini
aveva capito che fosse il momento giusto per giocare d’azzardo.
E così, ordinò la mobilitazione dei fascisti in tutte le città e organizzò le sue “colonne”, guidate dai
quadrumviri Emilio De Bono, Italo Balbo, Cesare
Maria De Vecchi e Michele Bianchi. L’idea di
28 OTTOBRE 1922
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nuovo che si facesse carico dei problemi del Paese.
Dal 1919 era stata introdotta una legge elettorale proporzionale, potevano votare tutti i cittadini
maschi che avessero compiuto 21 anni. Nel 1921
si erano tenute elezioni anticipate, dopo quelle del
1919, e ancora una volta non si era pervenuti ad
alcuna maggioranza chiara in Parlamento. Dopo
che, in due anni, si erano susseguiti sei governi (i
quali non riuscivano a fare niente, tanto meno a
fermare la crisi post bellica), nel febbraio 1922, si
era dimesso il governo Bonomi e ne era seguita una
crisi di due mesi. Per uscire dallo stallo, re Vittorio
Emauele III aveva affidato l’incarico di presidente
del consiglio a Luigi Facta, un giolittiano che però
si dimise subito, a luglio, di fronte a un imponente sciopero sindacale filo socialista, che invece era
stato fatto fallire dai fascisti, i quali nel caos imperante si facevano sempre più spavaldi e agguerriti. A
quel punto si era insediato il secondo governo Facta, che aveva ricevuto la fiducia in Parlamento il 7
agosto: data da tener presente, perché da quel giorno il Parlamento non fu più convocato per mesi.
Di fronte a una crisi permanente che rischiava
di uscire dai binari istituzionali (comunisti e socialisti ne avrebbero approfittato per prendere il potere), a metà ottobre il re, che era in viaggio in Belgio
per una visita di stato, chiese al premier di convocare le Camere per mettere tutti di fronte alle
proprie responsabilità. «In realtà», dice Mola, «la
politica stava lavorando al di fuori delle istituzioni, il nodo era la proposta sotterranea di creare un
governo con i liberali di Giolitti, i cattolici popolari di Meda (manovrati però da don Sturzo, esterno
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MARCIA SU ROMA
COLPO DI STATO O BLUFF?
VITTORIO EMANUELE III, E CON LUI TUTTO L’ESTABLISHMENT,
FECE FINTA DI SPAVENTARSI PER LA MINACCIA DI UN COLPO DI STATO:
TUTTI SPERAVANO CHE MUSSOLINI RISOLVESSE UNA CRISI POLITICA SENZA SBOCCHI,
COSA CHE AVVENNE NEL MODO PIÙ ORDINATO E CONDIVISO
1903
Il Conclave che decise
le sorti del XX Secolo
LO SBARCO TEDESCO IN INGHILTERRA
Era tutto pronto,
ma qualcosa andò storto
LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA
Una trappola
per la diplomazia del Fascismo
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A sinistra, Vittorio
Emanuele III
stringe la mano
a Mussolini il 31
ottobre 1922. Per
il re è la soluzione
della crisi, una
decisione di cui
presto comincerà
a pentirsi.
Sopra, il famoso
telegramma con
cui il re convoca
Benito Mussolini
a Roma, datato
28 ottobre 1922.
BBC HISTORY ITALIA [11]
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marciare sulla capitale, per mostrare forza e determinazione, era figlia della precedente impresa di
D’Annunzio a Fiume: d’altro canto, lo stesso Facta
aveva ipotizzato una “marcia” o meglio una sfilata per il 4 novembre (anniversario della vittoria del
1918) a Roma, guidata proprio da Gabriele D’Annunzio, per neutralizzare Mussolini. Ma quest’ultimo riuscì ad accordarsi col poeta, per non essere
scavalcato da una figura più popolare della sua. Del
resto D’Annunzio, poeta e uomo d’armi, impavido avventuriero, in politica sarebbe stato un pesce
fuor d’acqua e ne era perfettamente consapevole:
rischiava di essere un’occasione sprecata.
Mussolini proseguì dunque con i preparativi:
bande raccogliticce, vocianti e anche violente, ma
assolutamente non in grado di fronteggiare l’Esercito, che aveva il pieno controllo della situazione.
Se le camicie nere erano armate di pugnali, bastoni, qualche schioppo e alcune rivoltelle, le Forze
Armate avevano predisposto tutto il necessario per
non essere colte di sorpresa. Infatti, nei giorni tra
il 24 e il 27 ottobre ci fu qualche manifestazione
fascista in giro per l’Italia, «ma laddove le cose furono appena un po’ più serie», afferma Mola, «con i
tentativi di occupare le prefetture, Carabinieri ed
Esercito risposero energicamente. I fascisti furono i
primi ad essere sorpresi di trovare una risposta così
[12] BBC HISTORY ITALIA
Il governo in carica era debole e screditato,
era chiaro per tutti che andasse al più presto
sostituito, ma nessuna delle forze politiche era
in grado di offrire una soluzione alla crisi.
Benito Mussolini,
accompagnato
dallo Stato
Maggiore fascista,
al raduno di 40mila
fascisti al campo
sportivo di Napoli.
determinata a quelle che loro in fondo consideravano azioni poco più che simboliche».
Anche la difesa di Roma era più che pronta: «Il
Ministero della Guerra era perfettamente informato su quello che stava avvenendo, così come il
Ministero dell’Interno e le prefetture sapevano tutto di tutti, come emerge chiaramente dai documenti dell’Archivio di Stato in gran parte ancora
inesplorati», continua Mola, «un attacco armato
non avrebbe mai potuto avere successo». La strada alle camicie nere era sbarrata: il Regio Esercito
aveva preso possesso dei nodi ferroviari di Civitavecchia, Orte e Valmontone (gli accessi a Roma dalle tre principali direzioni), dove aveva tolto i binari
e sbarrato il passaggio dei treni in arrivo con vagoni carichi di sabbia. La tensione dunque c’era, ma
la situazione era sotto controllo, in realtà a Roma
arrivarono poche migliaia di fascisti dai dintorni: la
capitale il 28 ottobre era assolutamente tranquilla».
Due giorni prima, il 26, il capo del governo Fac-
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PITIGRILLI Severo fustigatore dei costumi, ma non senza macchia
IL MENSILE CHE VA OLTRE LA SOLITA STORIA
Il 28 ottobre a Roma non successe nulla
Ciononostante, la mattina dopo, il premier dimissionario decise di proclamare lo stato d’assedio e ne
chiese convalida al re. Ma Vittorio Emanuele rifiutò, ritenendo la mobilitazione fascista solo una propaganda politica e che non ci fosse una situazione
d’emergenza tale da giustificare una decisione così
grave. Facta, peraltro, sembrava non essersi reso
conto delle conseguenze: lo stato d’assedio prevedeva l’applicazione del codice militare e significava autorizzare i soldati a sparare ad altezza d’uomo,
con l’unico precedente del non dimenticato massacro di Bava Beccaris a Milano, nel 1898. Secondo il
re, si sarebbe data inutilmente all’estero l’impressione di un Paese spaventato a causa di quattro facinorosi. La soluzione doveva, piuttosto, essere politica.
La mattina del 28 ottobre, Vittorio Emanuele III,
dopo una serie di consultazioni e dopo aver ricevuto alcuni dinieghi (naufragò subito l’ipotesi di un
governo Salandra), mandò i telegrammi di convocazione a tre persone (c’era scritto «venite a Roma
per risolvere la crisi»): il cattolico popolare Filippo
Meda, che era a Milano e non rispose tempestivamente; Giovanni Giolitti, che si trovava a Cavour,
in Piemonte, dove aveva appena festeggiato gli
28 OTTOBRE 1922
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ta aveva mandato un breve telegramma al re, in
cui comunicava che ormai era finita la minaccia
dell’assalto fascista su Roma. Ma il giorno dopo
aveva bruscamente cambiato idea e ne inviò uno
nuovo, stavolta piuttosto lungo, in cui drammatizzava la situazione e ritornava con toni allarmanti
sulla minaccia della mobilitazione fascista in corso. Il re, compreso che qualcosa non andava e trovandosi a San Rossore presso Pisa, aveva risposto
con solo quattro parole: «Arrivo a Roma stasera».
Giunto a Termini, lo aveva accolto Facta, annunciando le sue dimissioni.
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MARCIA SU ROMA
COLPO DI STATO O BLUFF?
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COSA CHE AVVENNE NEL MODO PIÙ ORDINATO E CONDIVISO
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per la diplomazia del Fascismo
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Le violenze
F
u il clima concitato e violento di quel periodo, dopo mesi di attacchi squadristi e di
scontri fra rossi e neri, con toni retorici molto
alti, che diede origine all’idea della “presa di
Roma”. Qualche azione di forza ci fu davvero. A
Ravenna, a fine luglio, una spedizione punitiva
di marca fascista provocò 9 morti e ci furono
scontri anche a Pavia, Biella e Rimini. Il primo
“esperimento” di conquista territoriale avvenne
ad agosto ad Ancona, città scelta per le sue simpatie di sinistra e giudicata coriacea, la quale
venne occupata da bande fasciste senza alcuna
opposizione, con grande sorpresa di tutti: i fascisti pensarono che se una città come Ancona
fosse così facile da prendere, le imprese future
non sarebbero state impossibili. Tanto più, che
in quei giorni – nel contesto di un grande confronto con i socialisti che avevano indetto uno
“sciopero legalitario” – i fascisti occuparono
brevemente anche i municipi di Milano, Pistoia,
Varese, Alessandria, Firenze e Savona. L’episodio
più grave avvenne a Parma: le squadre guidate
da Italo Balbo assediarono la città difesa dagli
antifascisti e negli scontri caddero 40 squadristi
e 5 antifascisti, tanto che, alla fine, le camicie
nere si ritirarono. Il 10 ottobre il ministro della
Giustizia, Giulio Alessio, fece un bilancio delle
illegalità fasciste dal 15 agosto al 22 settembre
1922: 369 reati di natura politica, tra i quali 74
omicidi, 79 lesioni personali, 75 violenze private,
72 danneggiamenti, 37 incendi. Quando, negli
ultimi giorni di ottobre, da Napoli si annunciò
la minaccia di calare su Roma, il telegramma di
resoconto stilato dal prefetto partenopeo non
evidenziava alcun problema reale e recitava:
«Manifestazione fascista svolta nell’ordine. Nulla da segnalare». Il raduno si era chiuso senza
scontri né violenze. Per organizzare la “marcia”, il
quartier generale fascista fu insediato a Perugia
e ciò facilitò il transito di alcune squadre fasciste verso Roma, riuscendo anche a requisire
alcuni treni. Nelle ore successive vennero convocate manifestazioni in tutte le città e in alcune di
esse i militanti occuparono le prefetture, come a
Firenze, Siena, Pisa, Foggia e Rovigo. Ma a Roma,
niente di tutto questo. (Sopra, istantanea di un
assalto squadrista a Roma contro una sede socialista, nel 1921).
Queste spedizioni
violente furono il
terreno di cultura
dell’annunciata
“rivoluzione”
fascista, che si
realizzò con la
Marcia su Roma.
Un evento che la
gran parte degli
storici considera
un bluff fortunato
ma che allora
venne vissuto
come un ben
preparato colpo di
mano.
BBC HISTORY ITALIA [13]
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Cover Story La Marcia su Roma che non ci fu
Il 29 ottobre Mussolini arriva in treno a Civitavecchia.
Il giorno prima, la data fatidica del 28,
a Roma non è successo nulla di rilevante.
Squadristi diretti a
Roma. Equipaggiati
alla meglio, con
armi di fortuna,
partirono da ogni
parte d’Italia in
treno, macchina,
moto, perfino
in bicicletta. Un
raduno per metà
goliardico e per
metà violento,
costellato da
canzoni, sbornie,
pestaggi lungo
le strade. Sotto,
la prima pagina
del Corriere della
Sera annuncia
l’evento senza toni
drammatici: tutto
si è svolto nella
massima legalità.
80 anni e dove le comunicazioni e gli spostamenti
erano assai complessi (infatti disse al re che sarebbe
arrivato a Roma nei giorni successivi, ma in realtà
neanche si mosse); Benito Mussolini, che seguiva la mobilitazione per la “Marcia su Roma” da
Milano, ma rispose prontamente che sarebbe
rimasto in attesa delle disposizioni del sovrano.
«Vittorio Emanuele aveva ricevuto di prima
mattina una visita molto importante, ma pochissimo nota», racconta Mola, «si trattava di Ernesto Civelli, uno degli organizzatori della Marcia,
[14] BBC HISTORY ITALIA
ma soprattutto collegato a Raul Palermi, gran
maestro della Gran Loggia d’Italia, con il compito di garantire al re che i fascisti non avrebbero
messo in discussione la corona e sarebbero stati
favorevoli alla monarchia». Dopo aver consultato liberali, cattolici, democratici, industriali ed
ecclesiastici, il re trova tutti favorevoli all’ipotesi
di dare l’incarico di governo a Mussolini; Vittorio
Emanuele III invia perciò un nuovo telegramma
di convocazione al futuro Duce, che il 29 arriva in treno a Civitavecchia. Sottolineiamo questa data: siamo già al 29, il 28 a Roma è trascorso
senza che sia accaduto nulla di rilevante sotto il
profilo dell’ordine pubblico. La mattina del 30,
il leader fascista prende un altro treno da Civitavecchia a Roma, sul quale mette a punto la lista
dei ministri. Rappresentanti politici di varie parti gli chiederanno di cambiare un paio di ministri rispetto al suo elenco originario: lui voleva
Luigi Einaudi all’economia e il futuro presidente era disponibile, ma gli viene preferito Alberto
De Stefani. L’altro nome della lista era, addirittura, quello di un socialista: Mussolini voleva tendere la mano al suo partito di origine, pensando
che potessero esserci convergenze su lavoro e previdenza sociale, e indicò Gino Baldesi, il quale
aveva accettato insieme ai socialisti riformisti di
Bruno Buozzi. Alla fine, però, fu chiesto al futuro Capo del governo di lasciare fuori i socialisti.
Nella coalizione c’erano in ogni caso liberali,
democratici sociali, nazionalisti, cattolici popolari, oltre al generale Armando Diaz al Ministero
della Guerra e all’ammiraglio (e massone) Paolo
Thaon di Revel a quello della Marina.
Un governo di unione nazionale In giornata, Mussolini riceve ufficialmente l’incarico
e dopo qualche ora consegna al re l’elenco dei
ministri concordato tra tutte le parti in causa.
Fra il 30 e il 31 – nell’assoluta tranquillità della capitale, con la sola eccezione di risse notturne a San Lorenzo tra forze dell’ordine e gruppi
di anarchici – avvengono tutti i passaggi di consegne fra Facta e i suoi ministri e i loro successori.
In un governo di unione nazionale (ben lontano
in quel momento dall’essere espressione di una
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La parata celebrativa e poi a casa Solo
il 31 si svolge l’evento che più si avvicina alla
Marcia su Roma: «Qualche migliaio di “marciatori” fascisti erano presenti a Roma dal giovedì
26 precedente, pensando di fare la manifestazione il sabato 28 e la domenica di essere di nuovo
a casa. Si era invece arrivati a mercoledì e non
avevano con sé neanche di che mangiare. A cose
fatte, dovendo rimandare a casa i dimostranti,
il 31 mattina fu organizzata la parata. Il tragitto era semplice e ufficiale, con in testa al corteo
la banda del Comune di Roma inviata dal sindaco Filippo Cremonesi: da piazza del Popolo le
camicie nere (tra cui generali, massoni, monarchici e deputati) raggiunsero l’Altare della Patria,
poi passarono sotto i balconi del Quirinale, rendendo omaggio al re che li osservava a fianco di
Diaz e Thaon di Revel, e infine si diressero a Ter-
mini dove li aspettavano 45 treni speciali organizzati dal governo».
Fu questo “l’assalto armato” su Roma dell’ottobre 1922. «Il tutto avvenne», precisa Mola, «nei
giorni seguenti al 28 ottobre e confermò il dato
di fatto della soluzione della crisi sui binari istituzionali voluti dal re. A questo punto fu convocato il Parlamento: il 17 novembre la Camera dei
deputati votò la fiducia con un’ampia maggioranza di 306 favorevoli, 116 contrari e 7 astensioni.
L’intervento di adesione al governo per il partito Popolare fu tenuto dal capogruppo, Alcide De
Gasperi. Pochi giorni dopo anche il Senato (dove
erano presenti solo due fascisti) approvò la fiducia con 196 voti favorevoli e 19 contrari.
Era nato il primo governo Mussolini, cui di
fatto quasi nessuno in Italia era contrario. Quella che è passata alla storia come un golpe, o una
minaccia di golpe, si era risolta con un regolare
conferimento di governo.
Nessuno poteva prevederne il seguito.
a crisi istituzionale fu eminentemente politica e la sua soluzione, tramite un governo
a guida fascista, fu confermata due anni più
tardi dalle elezioni del 1924. In questo quadro
si inserisce la Legge Acerbo, che assegnava un
premio di maggioranza dei due terzi del Parlamento a chi avesse raggiunto il 25% dei voti.
Molti studiosi attribuiscono ad essa la vera
origine della dittatura fascista, ma il discorso
in realtà è più complesso. La crisi degli
anni precedenti, secondo i politici
di allora, era stata determinata
dalla legge elettorale proporzionale introdotta nel 1919,
la quale aveva generato la
moltiplicazione dei gruppi parlamentari rendendo
più difficile formare una
maggioranza di governo.
Per questo ci si impegnò
attivamente nella ricerca di
una riforma elettorale. «La
legge che porta il nome del
sottosegretario fascista Giacomo Acerbo», afferma il professor Mola, «dovrebbe in realtà chiamarsi Legge Giolitti, perché fu il leader
liberale a volerla più di chiunque altro. La soglia
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•
OSVALDO BALDACCI
(Ricercatore e scrittore di Storia).
La legge Acerbo e la Lista Nazionale
L
28 OTTOBRE 1922
TARIFFA R.O.C. - POSTE ITALIANE SPA SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N° 46), ART.1, COMMA 1, S/NA
dittatura) e di assoluto prestigio: ci sono personaggi come Giovanni Gentile e Giovanni Gronchi,
uno dei nomi espressi dal Partito Popolare, che
non aveva voluto aderire a un governo Giolitti,
ma era presente in quello Mussolini.
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per il premio fu fissata al 25% perché nelle elezioni del 1921 il partito che aveva ottenuto più
voti era stato quello socialista con il 24». Spinti
da questa legge fortemente maggioritaria, i diversi partiti trovarono un accordo e fu così che
nacque la Lista Nazionale. Essa non era una
lista fascista, ma teneva unite molte forze politiche. «I candidati fascisti nel Listone», sostiene Mola, «erano 227 su un totale di 543 e della
lista facevano parte forze politiche eterogenee, dai liberali ai nazionalisti,
con personaggi eminenti come
Vittorio Emanuele Orlando ed
Enrico De Nicola». A parte i
rivali di sinistra, dei vecchi
alleati non vi parteciparono
alcuni liberali e i popolari
di De Gasperi. La Lista Nazionale alle urne ottenne
quasi il 65% dei voti, ma i
fascisti ancora non costituivano da soli la maggioranza
in Parlamento. Fu nei mesi
successivi che Mussolini riuscì a trasformare il suo governo
in regime autoritario, soprattutto a
partire dall’emanazione delle cosiddette
“leggi fascistissime”, nel 1925.
La locandina
del film del 1962
con Gassman e
Tognazzi, che ebbe
grande successo.
Nell’ovale,
Giovanni Giolitti,
uno dei grandi
protagonisti della
politica prima
dell’avvento del
fascismo.
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Prima Guerra mondiale
LA VERA (E CU
DELLA
Una delle imprese più singolari della
gloriosa Marina Britannica fu il trasporto di
due navi per mare, ferrovia, traino su terra e
navigazione fluviale, per andare a combattere
una battaglia navale sul lago Tanganica - che
fu persa - contro una nave dai cannoni finti.
Ma portò ugualmente gloria al suo
comandante
[16] BBC HISTORY ITALIA
N
el 1951 un film famoso del grande John Huston, “La regina d’Africa”, tratto da un romanzo di Cecil
C. Forester, racconta una storia
ambientata in una località sperduta dell’Africa
in cui i due protagonisti – Katharine Hepburn e
Hunphrey Bogart – decidono di affondare, con
la loro barchetta, una nave cannoniera tedesca,
la Königin Luise, in servizio sul lago Tanganica.
Qualcosa di vero in quella storia di fantasia
c’è: l’esistenza di navi da guerra su uno dei più
grandi laghi del mondo, nel cuore del Continente Nero, dove si sono scontrate due potenze
navali dell’epoca, Gran Bretagna e Germania.
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RIOSA) STORIA
REGINA
D’AFRICA
Protagonista della vera storia della Regina
d’Africa fu Geoffrey Spicer-Simson, un ufficiale della Marina di Sua Maestà Britannica dalla
storia personale alquanto singolare.
Geoffrey Spicer-Simson non godeva di particolare stima da parte dell’Ammiragliato britannico, e a ragion veduta. In meno di un anno di
guerra, nel 1915, aveva già perso ben due navi
per banali errori e, alla soglia dei 40 anni, era il
tenente di vascello (un grado di livello modesto
per un ufficiale) più anziano di tutta la Royal
Navy: una carriera e una vita arenata che, grazie
a circostanze imprevedibili, stavano per conoscere una svolta insperata.
Il dominio di un lago vasto come un
mare La Prima guerra mondiale nel teatro
dell’Africa centrale vedeva le potenze della
Triplice Intesa in gravi difficoltà, rispetto alla
Triplice Alleanza di Austria e Germania. I tedeschi, infatti, controllavano il Tanganica, il grande lago lungo il quale correva il confine tra
l’Africa orientale tedesca e il Congo belga. Nelle sue acque la Germania teneva una piccola
flotta: due vaporiere, la Hedwig von Wissmann
di 60 tonnellate e la Kingani di 45. Entrambe
erano state smontate e trasportate in sezioni
con la ferrovia fino a Dar es Salaam, la capitale,
e da lì spostate via terra a Kigoma, dove era-
Le due piccole
navi HMS Mimi e
Tou-tou appena
arrivate sul
lago Tanganica,
dopo un viaggio
avventuroso.
Le attende una
battaglia navale
per la conquista
del lago.
BBC HISTORY ITALIA [17]
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Prima Guerra mondiale
no state rimontate e varate. Una terza cannoniera, la Graf von Goetzen, di 1.000 tonnellate,
aveva affrontato lo stesso viaggio ed era arrivata a destinazione, ma era ancora in cantiere, in
fase di assemblaggio.
Con queste imbarcazioni, dal 1915, le Forze
Armate della colonia dell’Africa orientale tedesca detenevano la completa supremazia navale sul versante occidentale dell’immenso lago
Tanganica. Dopo un disastroso tentativo degli
Alleati di invadere la colonia tedesca di Tanga
nel novembre 1914, solo nel 1915 i britannici e i loro alleati belgi furono in grado di prendere in considerazione un secondo tentativo
di invasione via terra, con una manovra combinata dall’Africa orientale britannica, sulla
sponda orientale del lago Vittoria, e dal Congo Belga a ovest.
In questo quadro logistico divenne subito evidente l’importanza strategica del
Lago Tanganica, le cui acque permettevano ai tedeschi di spostare
truppe e rifornimenti a proprio
piacimento lungo i suoi 650 km
di lunghezza, per sbarcare tempestivamente alle spalle delle
forze alleate.
Al comando delle forze tedesche vi era un genio della guerriglia come il colonnello Paul von
Lettow-Vorbeck, che pochi giorni
dopo lo scoppio della guerra aveva ordinato al Wissman di distruggere il piroscafo belga Del Commune
[18] BBC HISTORY ITALIA
Geoffrey Spicer-Simson non godeva di
particolare stima da parte dell’Ammiragliato
britannico, per aver perduto, in meno di un anno
di guerra, ben due navi per banali errori.
Assemblaggio di
una nave su rotaie
che dà l’idea
della complessità
dell’operazione.
Le due
imbarcazioni
britanniche
percorsero in
ferrovia solo
una parte del
lunghissimo
tragitto.
e altre due navi, eliminando così ogni ostacolo
alla supremazia navale germanica.
Il controllo tedesco del lago sembrava incontestabile, ma il cacciatore di elefanti britannico
John Lee, familiare del territorio per i suoi frequenti safari, lasciò l’Africa per tornare in Patria
portando con sé la convinzione di poter risolvere questo apparentemente insolubile problema
strategico. Arrivato a Londra, ottenne un incontro con il “First Sea Lord”, Sir Henry Jackson,
durante il quale si disse convinto che una sola
nave da guerra inglese veloce avrebbe potuto
avere la meglio sulla flotta germanica. L’importante era riuscire a portarla sul lago e John Lee
espose un piano particolareggiato su come fare
quel trasporto di una nave fino al lago Tanganica partendo dal Sudafrica.
Lee aveva studiato il percorso, lo aveva anche
personalmente compiuto, ed era sicuro di riuscirci con una opportuna spedizione. Henry
ascoltò impassibilmente, senza dare una risposta, ma il giorno seguente diede il via all’operazione dichiarando: «È dovere e tradizione
della Royal Navy ingaggiare il nemico ovunque ci sia abbastanza acqua per far galleggiare
un’imbarcazione».
Era un’idea di quelle che si adottano solo in
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La vera storia della Regina d’Africa
L’ammiraglio Sir
Henry Jackson
(1855–1929),
“First Sea
Lord” (primo
Lord del mare)
dell’ammiragliato
britannico dal
1915 al 1916. Fu
lui a decidere la
strana missione
e a metterne a
capo lo screditato
comandante
Spicer-Simson
(Nell’ovale
dell’altra pagina),
il cui pessimo
carattere rese più
ardua l’impresa.
tempo di guerra, quando le risorse a disposizione sono praticamente illimitate e un tentativo,
per quanto strampalato, non si nega a nessuno;
soprattutto quando può essere l’occasione per
levarsi elegantemente di torno un tipo ingombrante come Spicer-Simson, ufficiale dall’utilizzo incerto.
Un’occasione insperata per una carriera al tramonto Geoffrey Spicer-Simson
era nato in Tasmania il 15 gennaio 1876, dove
il padre, un inquieto giramondo, aveva avviato un allevamento di pecore. Per i suoi studi,
però, ritornò giovanissimo in Europa, prima
in Francia e poi in Inghilterra, e, ad appena 14
anni, entrò nella Royal Navy. La sua carriera fu
compromessa dai due incidenti di cui si è detto, che entrambe le volte lo costrinsero a terra a
svolgere lavoro d’ufficio. Nel primo sbagliò una
manovra e con il suo cacciatorpediniere urtò
un’altra imbarcazione, nel secondo la sua nave
fu affondata da un siluro tedesco in pieno giorno mentre il suo comandante, anziché essere
al posto di comando, pranzava romanticamente con la moglie sulla riva del mare.
Oltre che per l’incompetenza, Spicer-Simson
si era distinto per il suo carattere litigioso, arrogante e fanfarone. Un punto a suo favore: era
già stato in Africa, anche se solo per condurre delle rilevazioni geografiche, e conosceva
il francese e il tedesco, quindi, avrebbe potuto avere rapporti diretti con gli alleati belgi del
posto, ed eventualmente anche con i nemici
germanici. Così, quando Spicer-Simson si offrì
volontario per l’impresa, l’Ammiragliato ritenne di offrire al compromesso tenente di vascello questa ultima occasione di riscatto.
Per realizzare il piano studiato da Lee, si pensò quindi di inviare non una ma due motobarche della Thornycroft da 4,5 tonnellate che,
equipaggiate ciascuna di un cannone da 3 libbre e capaci di una velocità di punta di 19 nodi
(35 chilometri), avrebbero potuto contrastare
efficacemente le più lente e antiquate imbarcazioni tedesche.
Le due unità prescelte, destinate originariamente alla Grecia, erano le più piccole imbarcazioni della Royal Navy a potersi fregiare del
HMS Mimi e Tou-tou
L
e Navi di Sua Maestà (His Majesty’s Ship) Mimi e
Tou-Tou furono le più piccole unità a potersi fregiare di questa prestigiosa qualifica. Erano infatti
due semplici lance a motore lunghe appena 12 metri e capaci di una velocità massima di 35 km/h. In
previsione dei combattimenti che le attendevano in
Africa vennero entrambe dotate a prua di un cannone da 3 libbre e a poppa di una mitragliatrice Maxim.
Il cannone però si rivelò troppo potente per la fragile
struttura delle due imbarcazioni: il rinculo rischiava
di rovesciarle o di distruggere il ponte. Poteva sparare solo se perfettamente allineato alla prua, ma si
ritenne che l’estrema manovrabilità lo avrebbe consentito. (Nella foto la Mimi in navigazione, sul fondo si
scorge anche la Tou-tou).
BBC HISTORY ITALIA [19]
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Prima Guerra mondiale
titolo di HMS (“His Majesty’s Ship”). I loro
nomi non avevano molto di bellicoso: SpicerSimson avrebbe voluto chiamarle Cat e Dog,
ma l’Ammiragliato si era opposto a nomi così
banalmente familiari, accettando invece di battezzarle Mimi e Tou-Tou – l’equivalente francese dei nostri “Miao” e “Bau bau” – il che dà
il senso delle condizioni di smarrimento in cui
versava la Royal Navy dopo il fallimento dello
sbarco anfibio nella penisola di Gallipoli contro la Turchia (alleata delle Potenze Centrali
durante la Prima guerra mondiale) e il conseguente siluramento di Winston Churchill,
ministro della Marina, che ne era stato l’ispiratore e il grande sostenitore.
Il punto era che per giungere nel teatro delle operazioni, le due motobarche dovevano
fare un viaggio proibitivo: innanzitutto dovevano arrivare a Città del Capo imbarcate su una
nave di linea, poi da lì risalire per oltre 4mila
km in ferrovia fino ad Elisabethville. Qui la ferrovia terminava (precisamente a Fungurume) e
le sezioni delle due imbarcazioni dovevano procedere via terra per quasi 200 km su una strada
improvvisata per l’occasione, trainate da trattori a vapore e buoi, scavalcando i quasi 2.000
metri dei monti Mitumba. Al di là dei Mitumba c’era il fiume Lualaba, ovvero altri 300 km
circa di navigazione fluviale e altrettanti in ferrovia per arrivare finalmente sulla sponda britannica dell’immenso lago.
Un epico percorso di oltre 5mila km
Il 2 luglio 1915, i 4 ufficiali e i 24 uomini della spedizione, ai quali si era aggiunto John Lee,
guidati da Spicer-Simson, erano a Città del
Capo con le loro imbarcazioni. Durante il viaggio, Spicer-Simson aveva avuto modo di farsi notare intrattenendo i passeggeri con i suoi
mirabolanti racconti, compresa l’uccisione di un
[20] BBC HISTORY ITALIA
Le due unità prescelte, destinate originariamente
alla Grecia, erano le più piccole imbarcazioni
della Marina britannica a potersi fregiare
del titolo di HMS (His Majesty’s Ship).
Sopra, la cartina
in cui è indicato
l’itinerario della
spedizione di
Spicer-Simson.
Sotto, l’arrivo in
acqua delle HMS
Mimi e Tou-tou.
gigantesco rinoceronte in Costa d’Oro, regione
che notoriamente ne è priva, ma anche minacciando di destituire il comandante della nave di
linea, cosa di cui ovviamente non aveva l’autorità, perché gli aveva impedito di fumare vicino
a taniche di carburante.
Il 5 agosto la spedizione giunse a Fungurume,
dopo di che ci volle più di un mese per scavalcare i monti Mitumba, impresa indescrivibile, tra
traversie di ogni genere: strade che franavano,
ponti – ne furono costruiti 150 – che crollavano
sotto il peso delle imbarcazioni e dei trattori a
vapore preposti al loro traino, incontri con i leoni, che ogni tanto si mangiavano qualcuno dei
1.400 lavoratori indigeni che si occupavano della manutenzione della strada, con lunghe colonne di donne che portavano l’acqua per i trattori a
vapore con anfore in equilibrio sulla testa; vicissitudini a ripetizione, sopportate con britannica
flemma. Per le pendenze più ripide, nemmeno
i trattori aiutati da decine di buoi erano state sufficienti e si era fatto ricorso a un sistema di verricelli per sollevare le due imbarcazioni.
Arrivati finalmente al fiume Lualaba, si misero
in acqua le navi per una perigliosa navigazione,
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La vera storia della Regina d’Africa
Una scena del
film “La regina
d’Africa” del 1951,
con Katharine
Hepburn e
Humphrey
Bogart, ispirato
alle vicende
delle HMS Mimi
e Tou-Tou. In
basso, schema
di fabbricazione
della nave
tedesca Hedwig
von Wissmann,
una delle navi
affondate
dalle piccole
imbarcazioni
di Sua Maestà
Britannica.
tra coccodrilli e ippopotami, nuvole di tormentose mosche tse-tse, strisciando sui numerosi banchi di sabbia del fiume le chiglie delle
imbarcazioni, trainate a forza di braccia dalle
rive, per arrivare alla sospirata meta.
E finalmente, il 27 ottobre, videro le rive del
lago Tanganica.
Geoffrey Spicer-Simson durante l’arduo percorso aveva confermato la sua fama tutt’altro
che raccomandabile. I suoi uomini lo avevano
conosciuto più a fondo: fanfarone, litigioso al
punto da insultare gli alleati belgi, alienandosene la collaborazione, e da cacciare l’ideatore
della spedizione, John Lee, con false accuse di
ubriachezza, privandosi così del suo contributo. Senza contare l’imbarazzante abitudine di
indossare una gonna disegnata da lui e cucita
da sua moglie (lo teneva “fresco”) e di mostrare in ogni occasione i suoi numerosi tatuaggi:
un capo pressoché insopportabile per i membri dell’impresa. Una circostanza fortuita gio-
cò a suo favore: tra i suoi tatuaggi aveva anche
un grande serpente, quando gli appartenenti
alla tribù degli Holo-holo lo videro, esultarono per l’avverarsi della profezia che annunciava loro l’arrivo del “Dio Serpente” e presero
a venerare Spicer-Simson come una divinità
incarnata, il che li mantenne docili per tutto il
massacrante percorso. Un bel passo avanti in carriera per un anziano tenente
di vascello, capace di guadagnarsi l’entusiastica collaborazione
degli indigeni.
Il generale Paul
von LettowVorbeck,
comandante delle
forze coloniali
nell’Africa
orientale tedesca
dal 1913 al 1918.
Finalmente lo scontro
navale Nel frattempo,
la notizia che degli “altri
bianchi” avevano portato
due navi sopra le montagne era giunta ai tedeschi,
che – sentita la storia del
dio serpente – la liquidarono sbrigativamente come
la fantasia di indigeni superstiziosi. La battaglia lacustre
con i tedeschi avvenne finalmente nel giorno di S. Stefano del 1915: l’apparire di Mimi e
Tou-Tou e la loro velocità sorpresero
completamente l’equipaggio della Kingani. Nella battaglia navale, il suo capitano venne
ucciso e la nave catturata (poi ribattezzata Fifi).
Era la prima bandiera navale tedesca catturata
durante la Prima guerra mondiale dalla flotBBC HISTORY ITALIA [21]
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Prima Guerra mondiale
ta britannica, un primato che portò di colpo
Spicer-Simson nell’empireo dei grandi ammiragli britannici.
Il 9 febbraio fu la volta della Hedwig von
Wissmann, che dopo un intenso scontro a fuoco venne affondata. Al di là di ogni speranza, il
lago Tanganica era in mani britanniche.
O forse no. In effetti no. Con grande disappunto di Spicer-Simson, pochi giorni dopo
quello che sembrava il coronamento del suo
successo, comparvero all’orizzonte della miagolante-abbaiante-cinguettante flotta britannica le 1.000 tonnellate della Graf von Götzen,
che i tedeschi avevano finalmente completato
all’insaputa dei britannici.
L’avventura di Spicer-Simson si concludeva
qui: non restava che la fuga, di fronte a tanta
potenza di fuoco.
La tanto sospirata battaglia lacustre con
i tedeschi avvenne nel giorno di S. Stefano del 1915:
l’apparire di Mimi e Tou-tou e la loro
velocità sorpresero l’equipaggio della Kingani.
L’arrivo a Città
del Capo, inizio
del percorso via
terra. Sotto, una
cartolina con una
veduta del fiume
Lulaba, nella
provincia del
Katanga (Congo).
O meglio: tanta supposta potenza di fuoco, perché i tedeschi assemblando la Graf von
Götzen non avevano installato i suoi cannoni,
che servivano alle forze di terra, sostituendoli
con tronchi di legno dipinti. Consapevoli che
il loro bluff non poteva proseguire all’infinito, i tedeschi smantellarono la loro cannoniera
senza cannoni, abbandonando il Tanganica in
mani britanniche.
Spicer-Simson fu rimpatriato: era stato raggiunto dalla notizia che suo fratello minore era
morto sul fronte occidentale e, data la sua personalità già instabile e l’enorme stress di quella
improbabile spedizione dal successo insperato,
fu inevitabile il suo collasso nervoso.
Promosso capitano e carico di riconoscimenti e decorazioni, per lui la guerra era finita, ma
era entrato nella Storia. Si trasferì in Canada,
dove morì nel 1947.
•
NICOLA ZOTTI
(Scrittore, storico esperto di Storia militare).
[22] BBC HISTORY ITALIA
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Storia del Portogallo
LA LEGGENDA DEL RE
VENDICATORE
Con la morte del re Sebastiano I, inizia il declino dell’Impero di un
piccolo-grande Paese e nasce la profezia del ritorno
di un sovrano, simbolo dell’orgoglio del suo popolo. Un regno breve,
un giovane bizzarro, una sola battaglia, disastrosamente perduta
I
l 4 agosto 1578 è il giorno del più grave lutto della Storia portoghese. In quella data
scompariva il re 24enne Don Sebastiano I,
insieme al fiore della nobiltà e dell’esercito lusitano, tutti periti nella disastrosa battaglia
di Alcazarquivir, in Marocco, contro il formidabile esercito islamico del sultano Abd al-Malik.
Una battaglia motivata solo dal fervore religioso
del giovane sovrano e della sua errata valutazione delle forze nemiche.
Eppure, quel giovane re, tanto singolare di
carattere, era destinato a rimanere nei cuori dei
portoghesi suoi contemporanei e delle generazioni a seguire. Un vero culto da re leggendario, benché rimasto sul trono pochi anni e senza
imprese degne di gloria.
Un re eccentrico e sognatore Educato con rigore dai gesuiti e distinto da una fede
religiosa intrisa di misticismo, Sebastiano alternava momenti di castità ad eccessi di stravaganza, come quando disseppelliva le ossa dei suoi
regali antenati per compiere macabre cerimonie di culto. Le esperienze di vita avevano di
certo segnato la psiche dell’Infante de Portugal,
costretto a divenire re a soli tre anni, dopo che
il padre, il principe Giovanni Manuele d’Aviz,
era morto 17enne due settimane prima della sua
nascita. La madre, Giovanna D’Asburgo, sorella di Filippo II e figlia dell’imperatore Carlo V,
quattro mesi dopo il parto era stata richiamata
dal padre alla corte di Madrid per assumere la
reggenza del Paese e non mise mai più piede
Illustrazione che
riporta la vista di
Piazza Ribeira e
del Palazzo Reale
del Portogallo
a Lisbona, agli
inizi del XVIII
secolo. Il piccolo
Paese divenne
una grande
potenza al tempo
delle scoperte
geografiche.
Fu merito di un
portoghese,
Pedro Álvares
Cabral, la
scoperta e la
successiva
colonizzazione
del Brasile,
dove ancora
oggi si parla il
portoghese.
BBC HISTORY ITALIA [23]
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Storia del Portogallo
L’accumulo di nozze tra parenti per generazioni, dettato
dalla ragione di Stato, aveva lasciato in eredità
all’ultimo discendente della dinastia reale
una salute estremamente cagionevole.
in Portogallo. A completare il quadro di una
crescita difficile, senza l’educazione e l’affetto genitoriale, vi erano anche i problemi fisici
che fin da piccolo Sebastiano dovette affrontare. Infatti, l’accumulo di nozze tra parenti nel
corso delle generazioni, dettati dalla ragion di
Stato, aveva lasciato in eredità all’ultimo discendente della dinastia reale degli Aviz una salute estremamente cagionevole. Ciò nonostante,
Sebastiano, sottoposto al regime di reggenza
fino al raggiungimento dei 14 anni, era un giovane intelligente e focoso, dall’impeto mistico
e cavalleresco, amatissimo dal suo popolo, che
vedeva in lui il fautore di un futuro glorioso per
il Paese come in passato.
Durante le lezioni di latino e grammatica dai
gesuiti, il piccolo Sebastiano aveva lo sguardo assente e distratto di chi già sognava imprese degne della sua stirpe. Rifuggiva dalle feste
e dai protocolli di corte, preferendo trascorrere il tempo leggendo le storie epiche dei cavalieri medievali. Presto si convinse di essere un
predestinato dalla Provvidenza a compiere una
[24] BBC HISTORY ITALIA
Ritratto del re
Sebastiano I
del Portogallo
da bambino e a
destra il solenne
annuncio della
sua nascita.
Sotto, il
monastero di
San Girolamo
nel quartiere di
Belém a Lisbona,
nel quale fu
seppellito il
presunto corpo di
Don Sebastiano.
missione divina contro i nemici della fede. Tale
ambizione era così totalizzante da fargli trascurare le consuete abitudini dei giovani rampolli
di ogni casa regnante, «parendo inimico quasi
alle donne», come lo descrisse Antonio Tiepolo, ambasciatore veneziano alla corte di Portogallo. La sua sete di avventure si tradusse nella
missione di cristianizzare l’intera Africa, il continente che, con le rotte dell’oro, dell’avorio e
degli schiavi, destava gli appetiti di mezza Europa. L’Impero portoghese, a partire dall’occupazione di Ceuta e Tangeri in Marocco, aveva già
molti interessi in nord Africa, che Sebastiano
intendeva preservare arrestando l’avanzare della presenza militare ottomana; questo giustifica almeno in parte la sua improvvida impresa
in Marocco.
L’occasione di coronare le proprie aspirazioni
espansionistiche si presentò quando il sultano
Muhammad al-Mutawakkil corse a Lisbona per
chiedere aiuto, dopo che il trono del Marocco
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La leggenda del re vendicatore
era stato usurpato dallo zio Abd
al-Malik con l’appoggio delle
forze ottomane. Questo fu il
pretesto di Don Sebastiano I
per inaugurare la cosiddetta
crociata portoghese, contro
il minaccioso Islam, benedetta da Gregorio XIII e da
molti ritenuta un’impresa
improbabile. Lo zio, Filippo II di Spagna, chiamato “el Rey Prudente”, aveva
tentato invano di dissuadere il giovane dal suo azzardato proposito; più l’impresa era
ardua e più l’esaltato Sebastiano
si sentiva predestinato a realizzarla:
voleva guadagnarsi il titolo di “el Rey cristiano”. I posteri lo avrebbero venerato come
il salvatore dell’Europa dalla minaccia musulmana.
L’impari guerra dei seguaci di due
religioni Non fu facile organizzare un corpo
di spedizione composto solo da truppe lusitane,
infatti l’ambasciatore Tiepolo scriveva: «Quanto l’industria e il valore dei portoghesi gli diede,
tanto gli toglie il piccolo numero delle sue genti». Sebastiano, perciò, pur essendo a capo di un
Impero marittimo ricco e vasto, i cui commerci
si estendevano fino al Giappone,
per compensare la scarsezza di
militari portoghesi, fece assoldare volontari e mercenari
tedeschi, spagnoli e italiani.
800 navi di ogni grandezza con a bordo un esercito
di 20mila uomini salparono da Belém alla conquista del principato di Fez.
Benché privo di esperienza e dottrina militari, Sebastiano non dubitava di essere
l’uomo del destino, a cui nulla
avrebbe potuto impedire di compiere la missione che gli era stata
data dal Cielo.
Approdato nel porto di Arzila, l’esercito cristiano si unì ai marocchini lealisti seguaci
del re spodestato, Muhammad al-Mutawakkil, a
cui Sebastiano, a breve, avrebbe generosamente
restituito il trono. Dopo una lunga ed estenuante marcia nel deserto, i crociati arrivarono sul
luogo della battaglia, Alcazarquivir, tra Tangeri e Fez. Era il 4 agosto, giorno che le cronache
descrivono come il più torrido di una delle estati più calde del secolo. Ad aspettare i cristiani
Nell’ovale,
il principe
Giovanni Manuele
d’Aviz, padre
di Sebastiano,
morto a soli
17 anni, due
settimane prima
della nascita
del figlio.
Sotto, lo stesso
Sebastiano I
del Portogallo
da bambino
e Giovanna
d’Austria (15351573), sorella
di Filippo II di
Spagna e madre
di Sebastiano
(dipinti di Alonso
Sánchez Coello).
BBC HISTORY ITALIA [25]
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©EdR/Leemage/mondadori
Storia del Portogallo
in armi, erano già accuratamente posizionati
per lo scontro i 34 cannoni e gli almeno 50mila
uomini dell’esercito islamico di Abd al-Malik.
Una forza soverchiante, bene addestrata e motivata dalla fede in Allah, non meno di quanto le
truppe portoghesi lo fossero dalla fede in Cristo.
In poche ore i crociati europei e i loro alleati
infedeli furono annientati dall’esercito islamico e dalla sua formidabile cavalleria. In quello
scontro, tra polvere e clangore d’armi, perirono
8mila cristiani e altri 10mila furono fatti prigionieri. L’esoso riscatto, richiesto dagli islamici
per salvare i superstiti della nobiltà portoghese catturata, prosciugò le già esigue casse della
nazione che aveva finanziato la crociata.
Nell’infausta jornada morirono sia i due sultani pretendenti al trono, sia Don Sebastiano,
il cui corpo non venne inizialmente ritrovato
sul campo di battaglia, dando origine alla leggenda che il re fosse ancora vivo, tra le dune
del deserto.
Alcazarquivir fu molto più che una disgrazia per il popolo lusitano: in quel giorno fatale il Portogallo, già sull’orlo della bancarotta,
perdeva il suo re, la quasi totalità dei giovani
aristocratici e tutto il suo esercito. Inoltre,
quella sconfitta causò una
profonda crisi di successione dinastica.
L’erede più vicino
a Sebastiano era suo
zio, l’anziano cardinale Enrico, che
alla fine di agosto
fu mest amente
incoronato sovrano del Portogallo.
Debole e consumato dalla tubercolosi, il 67enne, detto
[26] BBC HISTORY ITALIA
Illustrazione
che riporta la
battaglia di
Alcazarquivir del
1578, riportata
su “Memórias
para a História
de Portugal” di
D. B. Machado
(Lisbona 1751).
I crociati europei e i loro alleati infedeli furono
annientati dall’esercito islamico: una sciagura immane
per il Portogallo, quel giorno stesso nacque la
leggenda del ritorno del re vendicatore.
Sopra, Filippo II
di Spagna, figlio
di Carlo V e zio
di Sebastiano
(opera di
Tiziano Vecellio,
conservata
a Palazzo
Pitti, Galleria
Palatina).
A sinistra
Ferdinando I
de Medici, in
un’illustrazione
datata 16001602. Fu lui
che fece
arrestare
l’impostore
Marco Tullio
Catizone.
“O Casto”, per la sua conclamata moralità,
chiese al Papa il permesso di contrarre matrimonio al fine di assicurare la continuità dinastica.
Filippo II di Spagna, che già mirava ad impadronirsi del Portogallo e unire la penisola iberica, fece valere tutta la sua autorità a Roma per
impedire che il Papa liberasse il re porporato dai
suoi voti. Alla morte di Enrico, nell’estate del
1580, le truppe spagnole invasero il Portogallo,
incontrando una dura, ma vana, resistenza tra
le strade di Lisbona.
Iniziava così il declino della nazione lusitana, che era riuscita a divenire il primo impero
coloniale della Storia, aveva giocato un ruolo
importante nell’era delle grandi esplorazioni e
vantava il monopolio commerciale delle Indie
Orientali, le miniere in Brasile e i domini africani. In quell’estate sciagurata per il destino del
Portogallo, il più grande poeta lusitano, Luís
de Camões, scrisse sul letto di morte: «Tut-
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La leggenda del re vendicatore
Il calabrese che sognava di diventare re del Portogallo
M
arco Tullio Catizone, nato
a Magisano in provincia di
Catanzaro, viveva a Messina con la moglie e una
figlia. Non si conoscono il mestiere e
altri elementi importanti della vita di
quest’uomo, ma è certo che nel 1598
si trovava a Roma, dove inviò due missive, nelle quali si firmava come Don
Sebastiano I con tanto di sigillo reale,
dando vita alla grandiosa impostura che segnò il suo destino. Non era
un caso che Catizone facesse la sua
comparsa nelle vesti del redivivo sovrano portoghese proprio alla morte
di Filippo II di Spagna. Nobili e religiosi
portoghesi esiliati in Italia avevano finanziato e convinto l’audace calabrese a improvvisare quella improbabile
farsa, cercando in tal modo di ostacolare l’incoronazione di Filippo III, successore di Filippo II di Spagna. Nonostante all’avventuriero italiano fosse
stato consegnato un libro sulle recenti
cronache del Portogallo, il tentativo di
frode era così ingenuo che il Catizone
non riusciva a imitare nemmeno lontanamente il re scomparso; una sola
cosa lo avvicinava a Sebastiano: gli
spericolati sogni di grandezza.
Ma è a Venezia che il Catizone conquista una certa notorietà: nella mondana città lagunare erano in molti a dare
credito alla falsa identità dell’impostore. Una nobile veneta gli chiese
persino di convolare a nozze, mentre
un soldato italiano, che aveva combattuto al fianco di Don Sebastiano,
lo rassicurava circa una certa somiglianza col defunto re. Dal momento
che questa celebrità del Catizone fomentava nuovi tumulti in Portogallo a
favore del presunto Don Sebastiano,
l’impostore venne arrestato, ma poi
non si diede corso all’accusa. Dietro
questa decisione si celava lo zampino del re di Francia, Enrico IV, che, nel
clima di lotta contro la Spagna per il
predominio sulla penisola italiana, si
era raccomandato al Doge di ritardare
il processo per destabilizzare il governo di Filippo III di Spagna. Fu così che
la vicenda del “Sebastião de Veneza”,
o del “Charlatàn Calabrés”, come venne anche chiamato, fu al centro di una
lotta diplomatica tra le grandi potenze
dell’epoca.
Liberato dal carcere e travestito da
frate, Catizone approdò a Firenze e la
sosta gli fu fatale: il Granduca di Toscana, Ferdinando de’ Medici, lo fece
arrestare e sottoporre a tortura, per
ingraziarsi la corte di Madrid, suscitando, però, le ire del re di Francia, che
si era visto sfumare una buona pedina
da utilizzare contro i rivali spagnoli. Il
viceré spagnolo del Regno di Napoli reclamò il prigioniero, il quale gli fu
consegnato in catene.
La commedia era durata troppo a lungo per Catizone, che durante le udienze del processo napoletano ormai si
lasciava sfuggire espressioni calabresi. Furono chiamati a testimoniare
addirittura la moglie, la suocera ed
un cognato del Catizone, che, ormai
esausto, si gettò ai piedi del viceré,
confessando le proprie colpe. Evitò
l’esecuzione perché la Spagna aveva
interesse a tenere in vita il conclamato
impostore, allo scopo di smentire per
sempre tutte le leggende di un ritorno
di Don Sebastiano a sconvolgere gli
equilibri della penisola iberica.
Condannato al remo a vita, agli inizi
del 1603, arrivò in Spagna a bordo di
una galea su cui scontava la pena. For-
se ubriaco, affermò a gran voce di essere Don Sebastiano ridotto in catene.
Nuovamente torturato, il 27 settembre
1603, Marco Tullio Catizone, nella cittadina andalusa di Sanlúcar, subì il taglio della mano destra, prima di essere
impiccato e fatto a pezzi, insieme ad
alcuni presunti complici e fautori.
Ma la morte dell’impostore non significò la fine della leggenda, divenuta religione. Il sebastianismo, infatti, fu un
movimento mistico e profetico che alimentò le speranze di una salvezza taumaturgica del Paese, modellando l’anima nazionale fino agli inizi del 1800,
nonostante la restaurazione dell’indipendenza del Portogallo fosse avvenuta nel 1640. Il mito millenarista era
stato suggellato dal famoso gesuita di
Lisbona, António Vieira, che nel suo libro “La historia del futuro” predisse il
ritorno di Don Sebastiano e l’avvento
del Quinto Impero (dopo quello egizio,
assiro, persiano e romano), un ritrovato impero portoghese, cristiano e universale, che avrebbe assicurato mille
anni di pace all’intera umanità. Il sebastianismo ha assunto varie forme nei
secoli ed ebbe un’importante influenza anche in Brasile, dove si consolidò
tra i brasiliani poveri come mito di salvezza e liberazione. Le ribellioni contadine, come quella di Canudos, nella
regione del Nordeste, alla fine del XIX
secolo, che causò 25mila morti, erano
infervorate dalla leggenda del ritorno
di Don Sebastiano, che con il suo esercito avrebbe spazzato via soprusi e
disuguaglianze. Ancora nel XX secolo,
il poeta Fernando Pessoa definiva se
stesso come un nazionalista mistico e
un sebastianista razionale, dedicando
i versi della raccolta di componimenti
Mensagem (messaggio) alla rinascita
del Portogallo quale fondamento per
un futuro Impero dello spirito. Il ricordo di un’antica grandezza pervade la
cultura portoghese, intrisa della saudade (nostalgia) dei giorni felici perduti per sempre. Marco Tullio Catizone
a Venezia in un’illustrazione tratta dal
libro “Historia de Portugal” di António
Ennes (1876).
BBC HISTORY ITALIA [27]
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Storia del Portogallo
L’occasione di coronare le aspirazioni
espansionistiche di Sebastiano
si presentò quando il sultano
Muhammad al-Mutawakkil gli
chiese aiuto per riprendere il trono
del Marocco usurpato dai Mori.
Leonardo Donato,
doge di Venezia,
l’uomo che
liberò Catizone,
su richiesta
di re Enrico
IV di Francia
(nell’ovale).
Sotto, armatura
da parata di
Sebastiano I
del Portogallo,
conservata
nell’Armeria Reale
di Madrid.
ti vedranno che la mia patria mi fu così cara
che fui contento di morire non solo in essa ma
con essa».
Il mito di un re che non fu grande Credendo di spegnere le voci di popolo, secondo cui Sebastiano fosse ancora in vita,
Filippo II ordinò una spedizione in
Africa per recuperare il presunto cadavere del re.
Un corpo fu trovato cosicché la solenne cerimonia
funebre e la sepoltura
dei nobili resti avvennero nel Monastero dos
Jerónimos, a Belém,
ma tutto questo non
arrestò il dilagare delle leggende più straordinarie su Don
Sebastiano, fomentate in particolar modo
dal clero portoghese. C’era chi sosteneva
che il re avesse deciso
di espiare i suoi peccati
vagando in penitenza per
7 anni nel deserto, per poi
[28] BBC HISTORY ITALIA
tornare a liberare il Portogallo dal giogo spagnolo, e chi lo immaginava pellegrino a Gerusalemme. Altri, invece, sostenevano che fosse
prigioniero dei mori, mentre altri ancora credettero alla voce che al sovrano fosse semplicemente piaciuta la vita austera con i berberi tra
le montagne: una pausa di meditazione prima
dell’immancabile riscossa.
Mentre inglesi, olandesi e spagnoli mettevano
le mani sulle ricchezze transatlantiche di Lisbona, il popolo portoghese continuava a credere
che il re un giorno sarebbe tornato a far risorgere la nazione. La smania di rivincita e il bisogno di liberarsi dall’umiliazione della sconfitta
erano così grandi, da far credere che il giovane
re, un giorno, sarebbe uscito dalle mentite spoglie che lo occultavano e sarebbe tornato alla
testa del suo esercito.
Del resto, era facile riconoscere il sovrano
in qualcuno che gli assomigliasse e un intero
popolo era ben disposto a credere a qualunque
millantatore che affermasse di essere il re redivivo. Fu così che presto apparvero ben quattro
sedicenti “Don Sebastiano”. Nel 1603 si fece
strada, con successo, l’ultimo preteso Sebastiano redivivo: il suo nome era Marco Tullio Catizone, chiamato dai portoghesi “o
calabrès”, per le sue origini, destinato ad essere protagonista di un
vero e proprio affare internazionale.
La catastrofe subita, la
frustrazione della gloria e
perfino dell’identità perduta, creò nell’anima
di un intero popolo il
bisogno collettivo di
un eroe mitico, identificato nello sconfitto Don Sebastiano I,
o Encoberto (il Nascosto), che sarebbe risorto per restaurare l’età
aurea del Portogallo.
•
DARIO MARINO
(Studioso e ricercatore di
Storia e politica).
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OMNIBUS
News, oggetti, personaggi e curiosità dal passato
testi a cura di Elena Percivaldi, storica medievista
SCOPERTO A COMO UNO STRAORDINARIO
(E RICCHISSIMO) DEPOSITO DI MONETE ROMANE
LO STRAORDINARIO RITROVAMENTO, COMPOSTO DA CENTINAIA DI SOLIDI AUREI,
SUGGERISCE LA PRESENZA DI UNA CASSA PUBBLICA. IL DENARO, CHE RISALE AL V SECOLO,
ERA STATO INTERRATO ACCURATAMENTE, FORSE PER NASCONDERLO DA POSSIBILI PREDONI
MIBAC
A
Como, nell’area degli scavi archeologici, sotto la direzione della Soprintendenza,
situati all’interno del cantiere di
ristrutturazione dell’ex teatro Cressoni, in via Diaz, non molto lontano
dall’area del foro di Novum Comum
(la Como di epoca romana), già al
centro di importanti ritrovamenti,
è stato rinvenuto un piccolo tesoro
conservato in un recipiente in pietra
ollare (prima attestazione di questa tipologia) composto da centinaia di monete auree di tarda epoca imperiale e da un lingotto d’oro.
Questo farebbe pensare alla presenza di una cassa pubblica (erario), attestando la funzione pubblica dell’area.
I reperti sono stati prontamente
trasferiti al laboratorio di restauro del MiBAC di Milano, per essere
sottoposti agli esami tecnici; qui
gli archeologi, i restauratori e i
numismatici stanno effettuando
uno “scavo in miniatura” all’interno del recipiente, permettendo di portare alla luce il tesoretto nella sua integrità e di fornire
tutte le informazioni di corredo
necessarie per la comprensione
del contesto. Tra le prime monete estratte ci sono “solidi” aurei
del peso di 4,5 g coniati durante i regni di Onorio, Valentiniano
III, Leone I e Libio Severo (perciò
nel V secolo d.C.), le quali mostrano
già dettagli significativi.
Nei pressi del deposito sono state
rinvenute anche varie epigrafi che, a
un primo esame, non sembrerebbero legate all’ambito funerario, ma a
quello civile: iscrizioni, quindi, che
attesterebbero la valenza pubblica
del luogo. Ciò, insieme alla cospicua quantità di denaro rinvenuto e
al lingotto d’oro, suggerisce l’ipotesi
che il tesoretto sepolto non appartenesse a un privato, che potrebbe averlo sotterrato per metterlo
al riparo da possibili furti, ma che
fosse, invece, un deposito pubblico. La disposizione ordinata delle
monete – probabilmente contenute in rotoli di tessuto, poi deterioratosi fino a scomparire nel corso dei
secoli – fa pensare che la cassa sia
stata interrata per nasconderla da
qualche pericolo, con l’intenzione di recuperarla in seguito.
L’epoca cui risalgono i reperti
era, in effetti, piuttosto turbolenta per la crescente pressione dei barbari lungo i confini
imperiali: sul Lario era stanziata una flotta sotto la giurisdizione di un prefetto (Praefectus classis Comensis) e ingenti forze militari presidiavano i
confini a nord a tutela delle vie
di comunicazione che attraversavano le Alpi.
•
BBC HISTORY ITALIA [29]
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OMNIBUS
ARCHEOLOGIA
POMPEI RESTITUISCE UNA VILLA
CON UNO SPETTACOLARE AFFRESCO DI PRIAPO
D
urante i lavori di riprofilatura dei versanti della Regio V che affacciano sulla via del Vesuvio,
nell’ambito del cantiere
dei nuovi scavi, è emersa a
Pompei una dimora di pregio con stanze finemente
decorate e con all’ingresso un Priapo affrescato,
in atto di pesare il membro su una bilancia. Il soggetto di Priapo, ben noto
a Pompei poiché già rinvenuto nell’ingresso della
Casa dei Vettii, era molto
popolare per il significato
apotroipaico ad esso associato: il suo gigantesco fallo era ritenuto origine della vita e gli antichi romani
lo riproducevano in dipinti
e oggetti che poi utilizza-
vano contro il malocchio o
per auspicare prosperità,
fertilità, benessere e ricchezza. La domus di via del
Vesuvio ha rivelato anche
altri ambienti caratterizzati da pregiate decorazioni, tra cui una parete con
un bellissimo volto di donna e una stanza da letto
(cubiculum) decorata con
una raffinatissima cornice superiore e due quadretti, uno con un paesaggio marino e l’altro con una
natura morta affiancata
da piccoli animali. Infine,
sulla via, è stata riportata alla luce una fontana/
ninfeo rivestita di tessere vitree e conchiglie, che
formano motivi decorativi raffinati e complessi.
•
STORIA
C
ostruito tra il 548 e il 565, il Monastero
di Santa Caterina sul Monte Sinai, in
Egitto, è il più antico monastero del mondo
ancora in funzione ed è stato dichiarato,
nel 2002, Patrimonio dell’umanità
dall’UNESCO. Al suo interno è conservata
una ricchissima biblioteca che ospita
circa 4 mila manoscritti in diverse lingue
antiche, tra cui greco, copto, arabo, armeno,
ebraico, georgiano e siriaco e anche 160
palinsesti, ossia codici raschiati e riscritti
con testi diversi e più recenti. Grazie a
questo tesoro, si qualifica come la seconda
più grande raccolta di testi antichi al
mondo, superata solamente dalla Biblioteca Apostolica Vaticana. Questo immenso patrimonio sarà interamente
digitalizzato e reso fruibile, grazie a un accordo stretto dal Monastero con la biblioteca dell’Università della
California a Los Angeles (UCLA) e altri organi. Il progetto renderà fruibili a studiosi e appassionati i testi dei
manoscritti, tra cui il preziosissimo “Codice Syriac Sinaiticus” (una traduzione dei Vangeli in siriaco realizzata
nel IV secolo) e il “Sinaiticus Arabicus 582”, che contiene il “Nazm al-Jauhar”, la prima cronaca araba scritta da
un autore cristiano, Sa’id ibn Batriq, meglio noto come Eutichio, patriarca di Alessandria.
•
[30] BBC HISTORY ITALIA
Parco Archeologico di Pompei - wikimedia commons\Berthold Werner
LA PIÙ ANTICA BIBLIOTECA DEL MONDO SARÀ DIGITALIZZATA
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VIE DELLA STORIA
L’OGGETTO
VIA MARZIANO CAPELLA
CEMENTO ARMATO
I
l calcestruzzo, o cemento armato, è uno dei materiali, insieme al
vetro e al ferro, che caratterizzano
l’architettura moderna. In passato
il calcestruzzo era già noto come
materiale da costruzione – in epoca romana si chiamava betunium
- ma non era “armato” di metallo: le (rare) barre di ferro o bronzo
ritrovate al suo interno non sono
infatti disposte in maniera consapevolmente volta a migliorarne la
resistenza e a evitarne il deterioramento. Nel 1854 a Newcastle,
in Inghilterra, William Wilkinson
costruì un cottage rinforzandone
il pavimento e il tetto di cemento inserendovi barre di acciaio e
cavi metallici. Nel 1867 un giardiniere francese, Joseph Monier,
nel tentativo
di rinforzare
i suoi vasi
di fiori con
una gabbia
di metallo, si
accorse che
quest’ultimo non si
staccava
dal cemento; brevettò
la for tuita
invenzione,
ma poi all’Expo di Parigi l’ingegnere François Hennebique vide questi vasi e a sua volta sperimentò
una gettata di calcestruzzo “armato” per una soletta. Questi, poco
dopo, lo brevettò e lo commercializzò come metodo di costruzione antincendio in tutta Europa e
in gran parte del mondo. In Italia,
il brevetto fu introdotto nel 1894
grazie a una convenzione stipulata tra la Maison Hennebique e
lo studio degli ingegneri Ferrero &
Porcheddu, che divenne licenziataria esclusiva per la penisola. L’utilizzo del cemento armato, ormai
già diffuso per le costruzioni civili pubbliche e private all’inizio del
secolo, fu regolamentato in Italia
con una legge nel 1939.
•
D
i Marziano Capella si hanno
pochissime notizie biografiche: si sa in pratica soltanto
che nacque in Africa settentrionale alla fine del IV secolo d.C. e
che fu un giurista. Il monumentale trattato, “De nuptiis Philologiae et Mercurii” (Le nozze di
Filologia e Mercurio), gli ha però
regalato imperitura fama. Scritto in forma di prosimetro (misto,
cioè, di prosa e versi), è una sorta di enciclopedia dell’erudizione classica e contiene la disamina in forma allegorica delle 7 arti liberali del Trivio, ossia
Grammatica, Dialettica, Retorica, e del Quadrivio, cioè Aritmetica, Geometria, Astronomia e
Musica. Oltre a fissare il “canone” delle conoscenze dei dotti, l’opera di Marziano Capella si
impose come una delle più studiate e influenti lungo tutto il
Medioevo.
•
STORIA DELLE ARMI
ZWEIHÄNDER
(SPADONE)
L
a Zweihänder era una spada a due mani molto grande: lunga mediamente 170 cm
e con peso di 3,5 kg, ma alcuni esemplari raggiungevano i
2 m e i 7 kg. Inventata nel tardo Medioevo, probabilmente in
Spagna, fu rivista nei territori
gravitanti intorno al Sacro Romano Impero Germanico (Italia, Germania e Svizzera) nel XV secolo, dove era usata
dai mercenari svizzeri prima e dai Lanzichenecchi poi. Questi ultimi costituivano il celebre corpo di fanteria creato dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo in opposizione proprio agli elvetici. Nel combattimento lo spadone
era usato soprattutto per falciare le picche avversarie.
•
BBC HISTORY ITALIA [31]
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OMNIBUS
MISTERI DELLA STORIA
LO SCANDALO DELLA COLLANA
I
l 31 maggio del 1786 la Francia
accolse sbigottita la notizia di una
sentenza clamorosa. Louis-RenéÉdouard, cardinale di Rohan, era stato assolto dal Parlamento di Parigi dall’accusa, tra le altre, di frode
ai danni della Corona. Il prelato era
stato vittima di un raggiro epocale e
con lui era caduta in trappola anche
Maria Antonietta, regina di Francia.
Lo “scandalo della collana” aveva
tenuto l’intero Paese col fiato sospeso per oltre un anno. Tutto era cominciato nel 1774 quando due gioiellieri
parigini, Bohmer e Bassenge, si erano recati a Versailles per mostrare
alla sovrana, appena salita al trono
col consorte Luigi XVI, un preziosissimo collier tempestato di diamanti e pietre preziose. Nelle intenzioni iniziali, avrebbero voluto offrire il
monile a Madame Du Barry, ultima
favorita del re Luigi XV; il re, però, era
morto di vaiolo il 10 maggio e la contessa era stata allontanata in malo
modo dalla corte. Ai gioiellieri restava ora da “piazzare” una collana dallo stratosferico valore di 1 milione e
[32] BBC HISTORY ITALIA
600 mila livre, pari a circa 500 kg d’oro: quale miglior acquirente se non la
chiacchieratissima Maria Antonietta,
che si diceva spendesse una fortuna
in abiti, parrucche e gioielli? Il re, del
resto, era noto per essere un uomo
debole e succube del fascino della
moglie e si vociferava che assecondasse ogni suo capriccio. Nel 1778
Luigi XVI aveva accarezzato l’idea di
regalare il gioiello alla regina, ma poi
aveva cambiato idea; lo stesso era
avvenuto 3 anni dopo quando i gioiellieri si erano ripresentati a corte,
confidando stavolta nell’onda emotiva generata dalla nascita del Delfino, Luigi Giuseppe. Ma anche questa volta il gioiello rimase invenduto.
Ormai sull’orlo della bancarotta,
Bohmer e Bassenge si imbatterono in una donna dal passato oscuro,
tale Jeanne de Saint-Rémy, lontana
discendente di Enrico II, ma appartenente a un ramo dei Valois caduto in disgrazia. La donna aveva sposato Nicholas de la Motte, membro
della piccola nobiltà della Champagne che millantava il titolo di conte: i
due pensarono di sfruttare la situazione a loro vantaggio e ordirono una
truffa per impossessarsi del gioiello
e rifarsi una vita all’estero.
Uomo ambizioso era anche il cardinale di Rohan, ex ambasciatore
a Vienna. Costui cercava da tempo
di entrare nelle grazie della regina,
ma lei lo detestava a causa di alcuni giudizi poco lusinghieri che aveva espresso su sua madre, l’imperatrice Maria Teresa. Jeanne de SaintRèmiy de Valois contattò Rohan e gli
fece credere di conoscere bene la
sovrana e di poter intercedere per
lui e lo invitò a scriverle una missiva
che lei stessa le avrebbe recapitato.
La risposta (naturalmente falsa) non
si fece attendere: così tra i due nacque una focosa (ma finta) corrispondenza che comprese il versamento, da parte del cardinale, di cospicue somme di denaro, destinate nelle intenzioni a sostenere le opere di
carità della regina, ma in realtà puntualmente intascate dalla spregiudicata Jeanne. La liaison sfociò in
un appuntamento, organizzato dal-
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Il “Cilindro di Ciro” IN 5 PAROLE
la donna con la regia del marito, nel
giardino di Versailles: in una notte di
agosto del 1784 una prostituta, Nicole Leguay D’Oliva, travestita da Maria
Antonietta, incontrò l’estasiato cardinale, che ormai completamente alla
mercé della diabolica coppia accettò di fare da intermediario, per conto
della regina, nell’acquisto della collana. Il 21 gennaio 1785 Jeanne annunciò ai gioiellieri l’affare, ma il suo piano era prendere il monile e fuggire col marito a Londra. Ai due orefici presentò un contratto sottoscritto
con la firma falsa di Maria Antonietta (opera, come le lettere, di un certo Rétaux de Villette); fu poi il cardinale a consegnare il monile a La Motte il quale riparò in tutta fretta a Londra dove smembrò la collana e vendette i diamanti. La truffa venne alla
luce quando Bohmer, per il pagamento, si rivolse direttamente alla
sovrana che si proclamò all’oscuro
di tutto. L’inchiesta che ne seguì portò all’arresto del cardinale, di Jeanne e degli altri complici. Il processo
assolse Rohan e riconobbe Jeanne
colpevole: fu flagellata, marchiata e
rinchiusa alla Salpêtrière. La Motte fu condannato in contumacia, al
carcere a vita, Villette venne bandito e Nicole, la prostituta, fu dichiarata innocente. Chi ne uscì peggio
fu però la regina: nonostante fosse
emerso che era stata vittima di un
raggiro, la sua reputazione rimase
macchiata per sempre. Molti si convinsero che Maria Antonietta avesse usato Jeanne per rovinare l’odiato
Rohan; la contessa, del resto, accreditò questa versione e nelle memorie che scrisse a Londra dopo essere riuscita a fuggire di prigione (con
la complicità della corte, si vociferò)
accusò esplicitamente la sovrana.
Certo è che le numerose ombre della vicenda, alcune delle quali ancora
oggi presenti, contribuirono a screditare Maria Antonietta, ormai impopolare in una Francia economicamente prostrata e ormai avviata verso la
rivoluzione.
1ISCRIZIONE
Rinvenuto dall’archeologo Hormuz Rassam, nel 1878,
durante gli scavi del tempio di
Marduk a Babilonia, il “Cilindro
di Ciro” è un blocco di argilla con
un’iscrizione in accadico cuneiforme con la quale il sovrano
persiano Ciro II il Grande, che
conquistò la città nel 539 a.C.,
racconta, rivendica e legittima
la sua impresa.
2LIBERALITA’
Conser vato al British
Museum, il cilindro era stato
interrato sotto le mura di Babilonia come un deposito di fondazione, secondo una tradizione
millenaria mesopotamica che
voleva il nuovo re rivolgersi al
suo popolo facendo professione di liberalità.
in quanto dettato dal re persiano, l’embrione di quell’atteggiamento di rispetto per le religioni e la libertà delle persone che
sarà alla base del moderno stato di diritto.
5NAZIONI UNITE
Per questa ragione dagli
anni Settanta del Novecento il
“Cilindro di Ciro” ha assunto il
valore simbolico di una prima
enunciazione dei “Diritti dell’uomo”: una copia fedele è infatti ancora oggi conservata alle
Nazioni Unite.
•
3ANTICIPAZIONE
Sempre a Babilonia è stato ritrovato anche un cilindro
di Nabonide, il re deposto dallo stesso Ciro, che nelle sue
“dichiarazioni” anticipa peraltro quelle del successore.
4DIRITTO
Con riferimento alla seconda parte dell’iscrizione, alcuni studiosi hanno identificato
•
BBC HISTORY ITALIA [33]
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NON È VERO CHE...
SANTI E FESTIVITÀ
LA LINGUA ETRUSCA È INCOMPRENSIBILE
OGNISSANTI E
COMMEMORAZIONE
DEI DEFUNTI
U
no dei presunti enigmi legato agli Etruschi è dato dalla
lingua, nella percezione comune
misteriosa e indecifrabile. L’etrusco è attestato da circa 10 mila
iscrizioni, tra cui il Liber Linteus
– calendario rituale realizzato su
un drappo di lino poi riutilizzato
per avvolgere una mummia – e la
Tavola di Cortona. L’abbondanza
di documenti e il confronto con le
altre lingue antiche ha permesso
di stabilire la fonetica dell’etrusco,
che quindi è perfettamente leggibile così come il suo alfabeto. La
difficoltà per filologi e studiosi sta
nel significato esatto dei testi. La
lingua, infatti, appare genealogicamente isolata dagli altri ceppi e si è
estinta senza lasciare “discendenti”. Di molti vocaboli manca la possibilità di un confronto con parole note di altre lingue, utile a svelarne il significato; non aiuta nemmeno il silenzio delle fonti romane,
che poco hanno conservato. Infine,
la maggior parte dei testi sopravvissuti riguarda la sfera funeraria e
rituale e non gli aspetti quotidiani.
Perciò, si è potuto comprendere, al
massimo, il senso delle iscrizioni in
modo sommario e forse il loro contesto, senza giungere a una precisa traduzione.
•
PERCHÉ SI DICE COSÌ
VENI, VIDI, VICI
L
a locuzione “Veni, vidi, vici” (Venni, vidi, vinsi) è una delle frasi più lapidarie, sintetiche ed efficaci della lingua latina. Fu coniata da Giulio Cesare, annunciando al Senato di Roma la vittoria riportata il 2 agosto 47 a.C.
contro Farnace II del Ponto. Plutarco nella “Vita di Cesare” riporta la vicenda e le parole del generale: «Subito marciò contro di lui [Farnace] con tre
legioni e dopo una gran battaglia presso Zela lo fece fuggire dal Ponto e
distrusse totalmente il suo esercito. Nell’annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole
parole: “Veni, vidi, vici”». Cesare la fece scolpire su un’iscrizione che portò con sé durante il trionfo a Roma. L’estrema sintesi (sua caratteristica come scrittore) e la grande icasticità della frase enfatizzano non tanto la vittoria in sé, quanto la rapidità d’azione del condottiero, dote di cui
andava fiero.
L
e solennità di Ognissanti (1º
novembre) e dei Defunti (2
novembre) affondano le loro radici
nell’età precristiana. In quel periodo
le popolazioni pagane celebravano
un momento particolare dell’anno
in cui, terminate le ritualità legate ai
raccolti, ci si preparava all’inverno. I
giorni ormai accorciatisi segnavano
l’inizio del periodo “buio” dell’anno;
la lotta tra luce e tenebre, vinta
apparentemente da queste
ultime, era associata sul piano
della spiritualità al mondo degli
inferi e dei defunti. Con l’avvento
del Cristianesimo, l’esistenza di
questo “cancello” tra due mondi
continuò ad essere percepita
finché la Chiesa non istituì le due
ricorrenze ancora oggi celebrate:
Ognissanti e la Commemorazione
dei defunti. Quest’ultima introdotta
per prima nei monasteri benedettini
da Odilone, abate di Cluny dal 994
al 1049, fu adottata ufficialmente
dalla liturgia romana a partire dal
1300.
•
ORIGINE DELLE PAROLE
IL FRANCOBOLLO
ANODINO
60 ANNI DELLA FIAT
L
I
a parola, di origine greca, ha due significati: uno medico e uno più esteso. Il primo indica un farmaco in grado
di lenire il dolore (anodynos è composto da an “senza” e
odyne “dolore”). Il secondo, che da questo deriva, definisce persone amorfe e prive di carattere: il vocabolo identifica quindi anche chi reagisce in maniera sonnolenta e
intorpidita, quasi fosse sedato, così come chi non prende posizione in una discussione o in un dibattito, standosene in silenzio o rispondendo in maniera ambigua.
•
[34] BBC HISTORY ITALIA
l francobollo è stato
emesso per celebrare i 60
anni della Fiat 500, la celebre e iconica vettura che
costituisce uno degli emblemi del made in Italy. È
stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, col valore di 0,95 € e mostra il classico profilo della Fiat 500 “storica”, sovrapposto a quello della Fiat
500 di oggi, su sfondo blu; i caratteri di stampa riproducono quelli delle affissioni pubblicitarie del 1957.
•
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Personaggi
PITIGRILLI
LO SCANDALO DELL’INTELLIGENZA
Negli anni Trenta, in pieno regime, una figura insolita si impose all’attenzione
di tutti, destando scandalo e ammirazione insieme. Re dei paradossi, nemico
giurato dei “cretini” (era lui che decideva chi appartenesse a questa categoria),
fu criticato e osannato. Dalla sua penna caustica scaturirono battute immortali
«N
on datemi consigli, so sbagliare
da me. La verità è una menzogna che dura. Se il cammello potesse parlare, darebbe del
gobbo al dromedario. L’uomo comune ragiona,
il saggio tace, il fesso discute. Capisco il bacio al
lebbroso, ma non la stretta di mano al cretino. Si
nasce incendiari e si finisce pompieri. Non esistono donne belle, esistono donne nuove.»
Questo è solo un piccolo campione del vasto
repertorio di battute con cui Pitigrilli, al secolo
Dino Segre, era solito infarcire i suoi racconti.
Battute costantemente copiate, rubate, distorte,
utilizzate per fare bella figura nei salotti buoni
senza rivelarne l’autore.
Il nome di Pitigrilli probabilmente non dice
granché ai giovani d’oggi. Ma sicuramente i loro
nonni ricorderanno almeno i titoli di alcuni suoi
romanzi demistificatori: “L’Esperimento di Pott”,
“Cocaina”, “La cintura di castità”, “Oltraggio al
pudore”, “Dolicocefala bionda”… o la testata
della celebre rivista letteraria che lanciò e diresse
per molti anni, “Le Grandi Firme”, con le mitiche figure femminili in copertina disegnate da
Gino Boccasile (le “Signorine Grandi Firme”).
Un virtuoso del paradosso Chi era dunque Pitigrilli? Fu senza dubbio lo scrittore italiano più popolare e più tradotto all’estero negli
anni Trenta del secolo scorso. Umorista sferzante, dissacratore, provocatorio, anticipatore, scettico, dalla maschera a volte tragica, Pitigrilli era
amato da un pubblico vastissimo e trasversale (fascisti e non fascisti), sempre in attesa della
pubblicazione dei suoi libri che registravano tirature da capogiro per l’epoca. Probabilmente proprio per questo suo eclatante successo lo scrittore
era detestato dalla critica ufficiale, dagli ortodossi intellettuali del regime, dagli invidiosi colleghi
che potevano solo sognare le sue tirature, tut-
Il vero nome
di Pitigrilli era
Dino Segre,
trasparentemente
ebreo, scomodo
da portare
in tempi di
ostracismo
razziale. Si
mantenne
in equilibrio
tra successo
professionale
e antipatia del
regime. Dopo
la condanna
al confino da
parte dei fascisti
sperimentò anche
l’avversione
dell’Italia
antifascista, che
nel Dopoguerra
lo costrinse a
emigrare.
Due copertine
di pubblicazioni
dirette dal
giornalista (altre
sono a pag. 37).
BBC HISTORY ITALIA [35]
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Personaggi
Piti si teneva lontano dalla politica: non poteva
schierarsi perché, stando alle sue parole:
«Al cretino del mio partito avrei sempre preferito
l’intelligente del partito avverso».
ti uniti nel cercare di sminuirne i meriti letterari e di screditarlo sul piano personale. Pitigrilli
fu anche un brillante e ricercato conferenziere,
invitato dalle più grandi Università europee dove
si esercitava a sviscerare, con la sua graffiante
ironia, concetti complessi come “l’assurdo” o il
“paradosso” («Il paradosso è un’elegante cravatta
che a tirarla troppo diventa un nodo scorsoio»).
Piti, come veniva familiarmente chiamato dai
suoi pochi amici e dai moltissimi ammiratori, si
teneva lontano dalla mischia politica, dove non
avrebbe potuto schierarsi ed impegnarsi perché,
stando alle sue parole: «Al cretino del mio partito avrei sempre preferito l’intelligente del partito avverso». Inevitabilmente si guadagnò dai due
schieramenti politici epiteti contrastanti e paradossali: fascista disprezzato dai fascisti, antifascista rigettato dagli antifascisti, ebreo poco amato
dal mondo ebraico, ateo rispettato dai cattolici,
cattolico guardato con sospetto dalla gerarchia
ecclesiastica. Pittigrilli non fu solo un paradosso letterario, ma lo fu anche sul piano personale. Un vero outsider, un personaggio di difficile
[36] BBC HISTORY ITALIA
Sopra Arturo
Bocchini,
comandante
dell’Ovra, la
famigerata polizia
politica fascista
nella quale
militò Pitigrilli,
per ingraziarsi il
regime. Sotto, una
vignetta satirica
sull’Ovra.
decifrazione e catalogazione.
Pitigrilli – pseudonimo ispirato dal cappotto indossato dalla madre, fatto con pelli di petit
gris (piccolo scoiattolo) – aprì per la prima volta i
suoi occhi critici sul mondo a Torino, il 9 maggio
1893; di origine ebraica, si impose subito per la
sua mente brillante: iniziò giovanissimo una sfavillante carriera giornalistica presso importanti
testate, dove non mancò di farsi notare per i suoi
atteggiamenti anticonformisti. Caustico e irriverente, arrivò addirittura a punzecchiare l’icona
letteraria del momento: Gabriele D’Annunzio.
Inviato infatti dal quotidiano “L’Epoca” a Fiume nel 1919, sulla scia dell’impresa del Vate
che rivendicava l’italianità della città, il giovane
Piti scrisse un articolo provocatorio e dissacrante fin dal titolo: “Fiume, città asiatica”. Ecco le
sue prime impressioni: «Giunto nella città trovai gente che parlava una strana lingua. Non
uno che sapesse l’italiano. Qualche rudere qua
e là, qualche impronta lasciata nei secoli dalle
nostre repubbliche marinare, qualche leone di
San Marco. Non vidi molta italianità, ma percepii il colore dell’Oriente: mercanti di tappeti
levantini, sigaraie da strada, profumo di cocomeri e di uva moscata, venditori di belzuino, di
mirra e di incenso». Articolo che naturalmente
suscitò lo stupefatto risentimento di D’Annunzio
ma anche un immenso scalpore nel clima fortemente nazionalista dell’epoca, in cui il Vate
era considerato un eroe. Tanto che la redazione
del giornale fu più volte perquisita dalla polizia
e lo stesso D’Annunzio sfidò a duello lo sfottente giornalista.
Accusato spesso di essere un corruttore della
società, lo scrittore torinese rispondeva: «Non
sono un disgregatore della morale, sono il fotografo della morale disgregata». Le sue uscite
estemporanee, la sua originalità letteraria, la
sua libertà di pensiero, unica nella sua epoca,
la frizzante conversazione fatta di beffardi aforismi, non gli valsero certo la simpatia del conformista regime fascista, che negli anni 1926/1927
mise in atto contro di lui un’isterica campagna
diffamatoria, accusandolo di essere uno scritto-
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Pitigrilli, lo scandalo dell’intelligenza
A Buenos Aires Piti ebbe successo
scrivendo una rubrica, “Peperoni Dolci”,
sul quotidiano Razón, che raddoppiò le
vendite. E poi divenne
la penna di fiducia di Evita Perón.
re anti italiano, un maniaco sessuale, un pornografo da salotto, un cocainomane pederasta e
così via. In realtà Pitigrilli si limitava ad osservare, con divertita irriverenza, la società ipocrita e
bigotta dell’epoca, burlandosi della sua retorica
e delle sue viltà.
Inviato da “L’Epoca” come corrispondente da Parigi a soli 27 anni, con la sua dichiarata ammirazione per la cultura francese, laica,
cosmopolita e anticonformista, finì per alienarsi la considerazione anche della Chiesa cattolica che mise i suoi libri all’indice. Ma questo non
impedì che i suoi scritti continuassero a passare
tranquillamente di mano in mano.
La vergogna di militare nell’Ovra
Piti, dunque, veniva visto universalmente – con
simpatia o con astio – come uno scrittore “non
allineato”. Così nessuno si meravigliò quando,
l’11 gennaio 1928, fu arrestato per «offese alla
persona di Mussolini; attività politica contraria
alle istituzioni e al regime; immoralità privata
e diffusa a mezzo di pubblicazioni»! Tuttavia,
appena 13 giorni dopo, fu rilasciato e la sua
innocenza riconosciuta. Ma che cos’era succes-
so? Piti era stato vittima di una congiura ordita ai suoi danni da una delle scrittrici e poetesse
più note di quegli anni: Amalia Guglielminetti.
Amante storica di Pitigrilli, sua protettrice nel
mondo letterario, dove l’aveva introdotto quando lui era alle prime armi come giornalista e lei
invece era già un personaggio affermato, Amalia aveva voluto crudelmente vendicarsi per essere stata abbandonata dal suo molto più giovane
“efebo biondo”. Fece così pubblicare alcune lettere a lei indirizzate da Pitigrilli, contraffatte con
l’aggiunta di pesanti giudizi contro la persona
di Mussolini e il suo regime. Il tutto realizzato
con la complicità di due tipografi e con la regia
del console della Milizia, Pietro Brandimarte,
suo nuovo amante. Venuta fuori la verità, Amalia Guglielminetti fu dichiarata semi inferma di
mente e il console Brandimarte condanna-
Le riviste di Pitigrilli
Nella foto sotto
Evita Perón,
nume tutelare di
Pitigrilli durante
il periodo del
suo soggiorno
argentino, dove
ebbe un successo
anche maggiore
che in patria. Lo
scrittore ebbe
sempre a che
fare con regimi
politici estremi:
l’Argentina
dell’epoca, tenuta
al guinzaglio dal
popolarissimo
Juan Perón,
aveva una forte
connotazione di
destra.
Il 1° luglio 1924 Pitigrilli fondò una leggendaria testata, “le Grandi Firme”, che contò
tra i suoi collaboratori nomi di grandissimo prestigio. Vi parteciparono, tra gli altri, Massimo Bontempelli, Corrado Alvaro,
Achille Campanile, Roberto Bracco, Luigi
Pirandello, Grazia Deledda, Alfredo Panzini.
Questo l’originale incipit della nuova rivista: «Non miriamo a rigenerare gli uomini,
fustigare i tempi, segnare nuovi indirizzi
alla civiltà, per mezzo di racconti morali.
La letteratura non ha funzione depuratrice
e noi non siamo missionari chiamati a convertire il traviato lettore, né trappisti che
ogni quarto d’ora lo riconducano a meditare
sulla morte inevitabile. Escluderemo tutto ciò che può avere anche un vago sapore
politico. I letterati che fanno della politica
sono uggiosi e incompetenti come i politici
che fanno della letteratura».
Nonostante la campagna denigratoria
dell’organo del partito fascista “Il Popolo d’Italia”, che definì “Le Grandi Firme”
«un ammasso di letame», la rivista ebbe
un immenso successo popolare, oltre ogni
aspettativa, tanto da indurre Pitigrilli a fare
il bis. L’anno dopo, infatti, diede vita ad una
rivista dedicata al teatro e alla commedia
dal titolo “Il Dramma”, che pure registrò una
valanga di consensi. Incoraggiato da queste
favorevoli prospettive editoriali, nel 1926
Pitigrilli fondò una terza rivista di narrativa,
“le Grandi Novelle”, che però affidò alla direzione di Anselmo Jona.
BBC HISTORY ITALIA [37]
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Personaggi
to ad alcuni mesi di reclusione. Brandimarte,
un duro della Milizia, benché condannato, giurò a Pitigrilli che comunque avrebbe vendicato
l’onta subita. Quel “comunque” inquietò non
poco Pitigrilli, che sapeva quanto potesse essere pericoloso avere contro la Milizia. Fu quello
il momento in cui decise di “mettersi al sicuro”,
chiedendo – o accettando - di far parte dell’Ovra dal suo esilio dorato di Parigi, dove era stato
nuovamente inviato dal suo giornale.
Agli inizi degli anni Trenta, dunque, Dino
Segre, in arte Pitigrilli, divenne agente dell’Ovra,
iscritto nel segretissimo quadernone di Arturo
Bocchini (il capo della Polizia) verosimilmente non per denaro, non per motivi ideologici ,
ma piuttosto per ragioni di sicurezza personale (“per paura” diranno i suoi denigratori) e per
poter continuare a svolgere il suo lavoro in tutta tranquillità. Chi in effetti avrebbe più osato
dare fastidio all’agente numero 373, qualunque
cosa avesse scritto?
Questa almeno è la tesi per lo più largamente
accettata per giustificare, almeno in parte, l’appartenenza di Piti alla famigerata polizia segreta
fascista. «Se Pitigirlli», scrisse al riguardo Indro
Montanelli, «fece la spia (e su questo purtroppo sembra che non ci siano più dubbi) lo fece
più per proteggere se stesso che per danneggiare altri». Una macchia sgradevole, comunque,
sul curriculum di un uomo brillante che aveva
il coraggio delle sue idee.
Quello che più inquieta riguardo a questa
pagina poco onorevole della sua vita, sono gli
effetti della sua collaborazione coi “cattivi” vale
a dire gli effetti concreti delle sue segnalazioni.
Secondo alcuni furono effetti devastanti a danno
degli esponenti dell’antifascismo riparati in Francia e delle segrete cellule di oppositori al regime attive a Torino. Secondo altri, invece, le
“spiate” di Piti ebbero una portata assai
limitata, grazie alla poca attendibilità
dei rapporti informativi pitigrilliani,
spesso infarciti di episodi inventati
di sana pianta.
Mai ci fu conferenza più
brillante e apprezzata Piti
del resto era famoso per le sue “invenzioni” letterarie. Ne diede prova fin dall’inizio della carriera, quando il direttore di
“L’Epoca” lo incaricò di scrivere il resoconto della conferenza che il senatore Morello
avrebbe tenuto al Lyceum Femminile sulle bellezze di Roma. In realtà il giovane cronista, in tutt’altre faccende
affaccendato, disertò la conferenza. Non seppe che era sta-
[38] BBC HISTORY ITALIA
Amalia
Guglielminetti
è stata una
scrittrice di
grande successo
e amante storica
di Pitigrilli.
Sotto, il suo
complice Pietro
Brandimarte,
console della
Milizia: i
due furono
protagonisti
di un “affaire”
montato a danno
di Pitigrilli,
ma vennero
riconosciuti
colpevoli e
condannati.
Indro Montanelli scrisse di lui: «Se davvero
avesse fatto l’informatore dell’Ovra, anch’io
sarei finito al confino. Resto convinto che Pitigrilli
non abbia mai fatto male ad una mosca».
ta annullata per un malore che aveva colpito
il conferenziere all’ultimo momento. Ignaro di
questo contrattempo, Pitigrilli scrisse dunque il
suo “pezzo”, con il consueto stile scoppiettante, facendo gli scontati elogi al conferenziere e
citando anche i nomi delle signore della buona
società, sempre presenti in eventi del genere.
L’articolo andò prontamente in stampa. Il giorno successivo i lettori del giornale apprezzarono
un palpitante articolo, scritto con sincera partecipazione, che descriveva le fasi di una conferenza mai avvenuta.
Rimane aperto il dilemma: fu una spia
cinica e spietata o un astuto propalatore di
bugie innocue? Secondo l’autorevole opinione dello storico Mimmo Franzinelli, Pitigrilli fu «un maestro nell’arte della delazione»,
mentre il non meno attendibile e autorevole
Indro Montanelli scrisse di lui: «Se davvero
avesse fatto l’informatore dell’Ovra, anch’io
sarei finito al confino. Resto convinto che Pitigrilli, anche se era negli elenchi dell’Ovra, non
abbia mai fatto male ad una mosca». Sta
di fatto che nell’ottobre 1938 Pitigrilli fu “dimesso” dall’Ovra. Forse perché
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Pitigrilli, lo scandalo dell’intelligenza
Alcune sue battute
«Con nessuno osiamo essere impudicamente bugiardi come con noi stessi».
«In materia d’amore tutti sappiamo scrivere,
ma nessuno sa leggere».
«Quando si è vissuto contro corrente, la più
bella morte è seguire la corrente, e la più intelligente eccentricità per un uomo eccentrico è morire nella normalità».
«L’intelligenza nelle donne è una anomalia
che si incontra eccezionalmente come l’albinismo, il mancinismo, l’ermafroditismo, la
polidattilia».
«Agli scrittori sono più utili i nemici che gli
amici, perché gli amici si fanno regalare una
copia del suo libro per dirne bene, mentre i
nemici, per dirne male, la comprano».
«Ci preoccupiamo di ammazzare il tempo,
senza accorgerci che il tempo ammazza noi».
«Se un giornalista dovesse scrivere solamente le cose alle quali crede, i giornali uscirebbero in bianco».
«Firenze è una città per sposi; Venezia, per
amanti; Torino, per i vecchi coniugi che non
hanno più nulla da dirsi».
non dava risultati concreti o
forse perché l’antisemitismo
italiano cominciava a farsi
sentire e non era concepibile servirsi della collaborazione di uno scrittore ebreo.
Tutti i suoi libri furono ritirati dalle librerie, tutte le sue
opere sequestrate nell’ambito della dilagante epurazione antisemita.
Allo scoppio della guerra,
il regime spedì il “fascista”
Pitigrilli al confino a Uscio,
dove rimase tranquillo in
attesa degli eventi. Dopo il
conflitto lo scrittore ebreo
perseguitato dal fascismo fu
costretto dall’Italia antifascista ad emigrare in Argentina, per poter continuare ad esercitare la propria
professione. Tutto in perfetto accordo con i paradossi pitigrilliani.
A Buenos Aires Piti ebbe un successo straordinario, scrivendo una rubrica, “Peperoni Dolci”, su uno dei più grandi quotidiani argentini,
la “Razón”, che grazie al suo successo, addirittura raddoppiò le vendite. E così l’irriducibile
Piti divenne la penna di fiducia di Evita Perón.
Dopo circa dieci anni di permanenza in Sud
America, Pitigrilli decise di riprendere contatto con la realtà italiana, anche se fissò la sua
residenza abituale a Parigi. Ma il suo passato di
agente dell’Ovra continuava a pesare sul presente. Ricevette sempre meno proposte di collaborazione, fu fatto il vuoto giornalistico intorno a lui
e continuò a scrivere libri per la sua storica casa
editrice, la Sonzogno.
Negli ultimi anni della sua vita Pitigrilli si avvicinò, dopo aver seguito un frastagliato e sofferto
percorso interiore, alla religione: si convertì al
cattolicesimo. Così il più irriverente degli scrittori italiani del Novecento, divenne un fervente e praticante cattolico. Ma giunse al traguardo
della fede a modo suo, alquanto originale, atipico, attraverso cioè lo spiritismo, come raccontò
nel suo libro “La piscina di Siloe”, che si dice sia
stato letto con grande interesse da Pio XII.
La sua vita finì nel 1975 in maniera, ancora
una volta, paradossale: da autore di libri messi
all’indice dal Vaticano divenne editorialista del
settimanale il “Messaggero di Sant’Antonio”!
Del resto, non aveva detto lui stesso che «si nasce
incendiari e si finisce pompieri»?
A sinistra,
Pitigrilli con il suo
cane. Sopra, la
prima pagina del
famoso periodico
di Pitigrilli,
che conteneva
novelle dei più
illustri scrittori
dell’epoca.
•
DOMENICO VECCHIONI
(Ambasciatore e storico).
BBC HISTORY ITALIA [39]
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Seconda guerra mondiale
IL LEONE
CHE NON
RUGGÌ
[40] BBC HISTORY ITALIA
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L’invasione della Gran
Bretagna era nei piani
di Hitler, che vedeva più
quel Paese come partner
del futuro che come nemico
del presente. Occorreva
sottometterla, per farne una
repubblica tipo Vichy.
I piani dell’Operazione Leone
Marino erano già pronti,
tutto stava per compiersi…
N
el novembre del 1939 il Führer era
convinto che gli inglesi sarebbero scesi a trattative e avrebbero riconosciuto
il suo dominio sull’Europa in cambio di restare fuori dal conflitto. Tuttavia, al di
là della Manica, Churchill metteva in guardia
il Parlamento dalla minaccia del Reich: «Si dice
che Hitler abbia un piano di invasione delle Isole britanniche [...] in tal caso difenderemo la
nostra Isola a qualunque costo, ci batteremo sulle spiagge, sulle teste di sbarco, nei campi e per
le vie cittadine».
Le intenzioni del Primo Ministro britannico
ispirarono dopo poco tempo un piano di difesa
dell’isola sviluppato su tre linee: una zona trincerata lungo le coste, un secondo sbarramento con il presidio della Guardia Nazionale (che
aveva già raggiunto 2 milioni di arruolati) che si
stendeva in profondità nell’Inghilterra meridionale a protezione di Londra e dei grandi centri
industriali e, dietro questa linea, le riserve principali pronte per la controffensiva vera e propria.
Churchill e i suoi collaboratori ritenevano che
i punti di sbarco potessero essere 15 o 20, ma la
convinzione prevalente era che l’invasione sarebbe iniziata sulla costa orientale, più precisamente
sull’estuario dell’Humber, appoggiata da un lancio di paracadutisti di vasta portata sull’Irlanda.
Hitler invece tentennava di fronte a un rapporto del generale Jodl, a capo dell’esercito, intitolato “La continuazione della guerra contro la Gran
Bretagna”. Secondo Jodl, c’erano tre possibilità per ingoiare anche l’Inghilterra oltre al resto
d’Europa: blocco economico, attacchi terroristici contro i centri abitati o direttamente lo sbarco. Quest’ultima mossa sarebbe stata possibile,
però, solo se la Germania si fosse assicurata prima la supremazia aerea.
Fotogramma
tratto da un
filmato di
propaganda
durante una
esercitazione
compiuta nelle
acque di Ostenda:
alcuni generali
assistono alla
sistemazione
di un pezzo
d’artiglieria su
una zattera.
Sotto, il generale
Alfred Jodl, capo
di Stato Maggiore
dell’esercito
tedesco (in
secondo piano
il generale
Heinz Guderian,
comandante delle
forze corazzate).
Stavano facendo i conti senza l’oste
(Churchill) Nonostante le esitazioni, nel giu-
gno 1940, quando ormai Belgio, Olanda e Francia erano nazioni sconfitte e le forze fresche che
la Gran Bretagna aveva mandato sul continente,
per contrastare l’impetuoso dilagare delle armate del Terzo Reich in Europa erano state decimate, prima della drammatica evacuazione di
Dunkerque, fra gli ufficiali della Wehrmacht
circolava già una “lista nera” di cittadini britannici o rifugiati da arrestare non appena i nazisti
avessero messo piede sul suolo inglese. E in quel
momento tanta sicurezza da parte tedesca non
era affatto infondata.
Al numero 49 dell’elenco delle persone da
eliminare sul suolo britannico (una posizione
in classifica poco lusinghiera), c’era il nome di
Churchill Winston Spencer, il Primo MiniBBC HISTORY ITALIA [41]
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Seconda guerra mondiale
«Si dice che Hitler abbia un piano di invasione delle Isole
britanniche [...] in tal caso difenderemo la nostra isola
a qualunque costo, ci batteremo sulle spiagge, sulle teste
di sbarco, nei campi e per le vie cittadine».
Winston Churchill
stro. La lista sommava in tutto circa 2.700 persone, tra intellettuali, politici, artisti, ma anche
ex-simpatizzanti del partito nazista (non pochi)
che avevano cambiato bandiera. Fra i nomi più
impensabili, figurava anche Lord Baden-Powell,
fondatore dei boy-scouts.
Un piano dettagliato nei minimi particolari,
discusso e approvato dal Führer. Non erano previsti ripensamenti. Aveva già un nome: Operazione Leone Marino (Unternehmen Seelöwe).
Il comando supremo delle forze tedesche prevedeva di occupare con 13 divisioni le basi della
Manica quale prima ondata: in totale si trattava di trasferire sul suolo inglese 90mila uomini e
650 carri armati.
6 divisioni di fanteria si sarebbero dovute
imbarcare nella zona del passo di Calais per
invadere la costa fra Ramsgate e Bexhill; altre 4
sarebbero partite dalla zona di Le Havre e sbarcate fra Brighton e l’isola di Wight; le ultime 3
sarebbero salpate dalla penisola di Cherbourg
[42] BBC HISTORY ITALIA
Durante
un’esercitazione di
sbarco compiuta
dalle forze
tedesche, è stato
utilizzato un carro
armato francese
R-35. Le prede
belliche giudicate
utili venivano
rapidamente
adattate e
utilizzate.
per approdare alla baia di Lyme, fra Weymouth
e Lyme Regis.
Due squadre aeree avrebbero lanciato paracadutisti a Eastbourne, nelle campagne fra
Brighton e Burgess Hill e nelle zone di Ashford
e Hastings. Entro tre giorni, a questa prima ondata sarebbero seguite 6 divisioni di carri armati, 3
motorizzate e 2 aerotrasportate, per un totale di
circa 170mila uomini con 34mila automezzi e
57mila cavalli. Nella prima fase erano previsti l’isolamento della città di Bristol e la creazione di
una linea fra Portsmouth e Margate per il controllo dei porti di Gravesend (estuario del Tamigi) e Southampton. Come obiettivo secondario,
da controllare con le riserve, i tedeschi avrebbero isolato il Galles.
Grazie alle notizie avute dal servizio segreto da
parte della resistenza francese e belga, gli inglesi
prevedevano un corpo di sbarco di circa 100mila
tedeschi. I preparativi per “accoglierli” si svolgevano ininterrottamente: nelle città principali
venivano innalzati centinaia di palloni aerostatici ancorati al terreno per impedire voli nemici
a bassa quota; sulle coste orientali e meridionali il governo requisì un migliaio di alberghi con
un preavviso di poche ore: tutto questo territorio
fu dichiarato “zona di difesa” e non vi fu permesso l’accesso a estranei; sulle spiagge si costruirono nidi di mitragliatrici e torrette di avvistamento.
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Il leone che non ruggì
I possibili punti di sbarco furono sbarrati da
ostacoli in cemento armato e metallo, spuntoni subacquei e campi minati. Nei porti minori, i
moli furono smantellati; in quelli maggiori vennero preparate cariche di esplosivo per farli saltare in aria pur di non lasciarli al nemico.
Le principali strade che collegavano la zona
costiera con l’interno furono costellate di bunker. In mancanza di batterie d’artiglieria anticarro furono poste lungo i bordi delle vie file di
bidoni di benzina che, all’arrivo dei tedeschi,
sarebbero stati fatti esplodere con lanci di bombe a mano. Dalle strade fu tolta o falsificata ogni
I carri armati anfibi
di Hitler
P
er attuare l’Operazione Leone Marino la
Wehrmacht aveva sperimentato dei carri
armati in grado di muoversi anche in acqua. Il
primo fu lo Schwimmpanzer II, una versione
modificata per operazioni anfibie del Panzer II
da 8,9 tonnellate, dotata di galleggianti laterali
e di eliche. Lo Schwimmpanzer II viaggiava a 5,7
km/h in acqua. Un anello di gomma gonfiabile
tra lo scafo e la torretta lo rendeva a tenuta
stagna. 52 di questi carri furono approntati prima della cancellazione dell’Operazione Leone
Marino. Il secondo fu il Tauchpanzer, cioè carro
armato da guado profondo, che era un carro
medio PzKpfw III standard, reso impermeabile
sigillando tutte le feritoie, i portelli e le prese
d’aria con nastro adesivo, mastice o gomma.
Divenuto a tenuta stagna, il carro si muoveva
sul fondo, ma una volta giunto a riva, tutti i sigilli e le guarnizioni sarebbero stati spazzati via
tramite cavi esplosivi, consentendo il normale
funzionamento in combattimento. L’aria per l’equipaggio e per il motore, durante la marcia sul
fondo, era aspirata attraverso uno snorkel lungo
18 m, mantenuto in superficie da una boa.
(Nella foto uno dei carri, chiamati Tauchpanzer,
che potevano essere messi in mare in prossimità della costa e “camminare” sott’acqua).
tipo di segnaletica. Lungo le autostrade del Surrey furono disposti sbarramenti per impedire l’atterraggio di alianti.
Il Primo Ministro inoltre aveva ordinato la creazione di reparti d’assalto chiamati Leopards (poi
più genericamente Commandos): erano 20mila
uomini con l’incarico di presidiare i 375 punti
più “sensibili” del paese.
In Germania, Wehrmacht e SS stabilivano già
i piani per governare la Gran Bretagna una volta
che fosse stata occupata: un’ordinanza prevedeva anche la costituzione di 3 campi di concentramento sul territorio inglese e 8 sul continente,
ognuno capace di incarcerare 10mila detenuti; per la loro stessa costruzione, si prevedeva di
arrivare a internare anche tutta la popolazione
maschile inglese fra i 17 e i 45 anni, se necessario.
Sopra,
ricostruzione
grafica di una delle
diverse versioni
del piano Seelöwe
(Leone Marino),
per l’invasione
dell’Inghilterra
da parte tedesca,
prevista per il
secondo semestre
del 1940. Sotto,
un trattore
semicingolato
SdKfz 8 compie
una prova di
imbarco e sbarco
a Boulogne, in
Francia.
Un piano grandioso per forze insufficienti Questi preparativi di difesa sopravvalu-
tavano le possibilità tedesche: già l’indomani
dell’ultima offerta di pace agli inglesi, sdegnosamente respinta dal governo di Churchil, l’am-
BBC HISTORY ITALIA [43]
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Seconda guerra mondiale
miraglio Raeder, capo di Stato Maggiore della
marina, si precipitò dal Führer a spiegargli come
la Kriegsmarine non avesse i mezzi per scortare,
rifornire e proteggere forze da sbarco su un fronte vasto come quello previsto per l’operazione.
Si trattava infatti di circa 400 km di costa e,
su tale estensione, sarebbero servite 155 navi
da trasporto, 47 rimorchiatori, 1.720 barconi e
1.160 altre imbarcazioni a motore. E tutto questo era necessario soltanto per la prima ondata di
100mila uomini: nessuno avrebbe saputo come
mobilitare e sostenere i rinforzi necessari.
Hitler, di fronte alle difficoltà evidenziate da
Raeder, sembrava incapace di prendere una decisione definitiva. Ma il 1° agosto 1940, mentre a
Berlino tutti erano impazienti di sapere quando
avrebbe avuto inizio l’Operazione Leone Marino, il Führer emanò la Direttiva N° 17, risultato delle sue meditazioni sui suggerimenti di Jodl
e di Raeder: «L’aviazione tedesca, usando tutti i
mezzi a propria disposizione, deve prendere il
sopravvento su quella inglese nel più breve tempo possibile». Le responsabilità principali erano
passate così nelle mani di Göring e della Luftwaffe. Pochi giorni dopo, un nuovo documento
con la firma del cancelliere del Reich ribadiva
il concetto, indicando come indispensabili per
«Il nemico si riprende continuamente e i caccia
non sono stati ancora completamente eliminati».
Adolf Hitler
Due prototipi del
trattore cingolato
anfibio LWS 1
durante una
valutazione di
funzionalità; in
seguito furono
prodotti in
serie. A sinistra,
autoblindate
Beaverette,
impiegate
dagli inglesi
per pattugliare
le Highlands
scozzesi.
L’operazione
Leone Marino
avrebbe richiesto
un enorme
numero di battelli
e per questo le
autorità tedesche
requisirono
pescherecci,
chiatte e barconi
fluviali sulle coste
della Francia
occupata.
[44] BBC HISTORY ITALIA
lo sbarco, due condizioni: che la flotta inglese
fosse eliminata dalla Manica e la RAF dai cieli d’Inghilterra.
Il 13 agosto la Luftwaffe cominciò a bombardare le basi aeree britanniche iniziando quella
che viene ricordata come Battaglia d’Inghilterra;
a Berlino però l’Operazione Leone Marino era
ancora incagliata nel dibattito fra le varie armi.
Se si tentava lo sbarco su un vasto fronte (come
voleva l’esercito) si sarebbe corso il rischio che la
flotta inglese affondasse l’intera spedizione tedesca; se, invece, ci si fosse limitati ad una linea più
ristretta (come suggeriva la marina) vi era pericolo che gli invasori fossero ricacciati rapidamente
in mare. Hitler intervenne poi nella polemica e
optò a favore della soluzione più modesta, vale a
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Il leone che non ruggì
dire una linea di sbarco di 140 km, articolata su
4 punti principali della costa meridionale.
Un’operazione diversiva, denominata in codice Unternehmen Herbstreise, cioè Operazione
Viaggio Autunnale, doveva trarre in inganno gli
inglesi: un paio di giorni prima dello sbarco era
previsto che 4 grandi transatlantici, in altrettanti
convogli scortati, salpassero vuoti dalla Norvegia
meridionale fingendo di portare un’armata d’invasione in Scozia, fra Newcastle e Aberdeen. Il
1° settembre la Luftwaffe sferrò il primo massiccio attacco su Londra con 625 bombardieri scortati da 648 caccia e, prima di notte, larga parte
della capitale inglese era in fiamme. Le autorità britanniche furono convinte che il bombardamento coincidesse con lo sbarco e alle 20 venne
diffusa la parola d’ordine “Cromwell” che signi-
ficava: «Invasione imminente; probabile entro
le 12 ore». Fu questo, molto probabilmente, il
momento di maggior tensione di tutta l’estate
1940, e forse di tutta la guerra.
Voci infondate riguardo a lanci di paracadutisti
e navi tedesche in avvicinamento alle coste crearono momenti di panico: le campane delle chiese
suonavano per dare l’allarme mentre nei piccoli
e grandi centri venivano attuati i posti di blocco
e svariati ponti venivano fatti saltare.
L’indomani Churchill – che non era stato consultato per l’emanazione del “Cromwell” – diede ordine di suonare le campane soltanto se «una
Guardia Nazionale avesse visto la discesa di almeno 25 paracadutisti».
Churchill non sapeva che l’invasione tanto
temuta era stata scongiurata ai primi di set-
I mezzi da sbarco tedeschi
P
er dare una valutazione realistica di quella
che sarebbe stata l’Operazione Leone Marino
bisogna considerare che lo sbarco non era una
vocazione specifica della marina tedesca; per lo
più a questo scopo impiegava chiatte fluviali che
nel corso di un’operazione così massiccia si sarebbero dimostrate fragili e impossibili da difendere. Ciò nondimeno, i tedeschi avevano iniziato
ad avere una flotta di 800 zattere motorizzate
(requisite in Belgio, Francia e Olanda); altre vennero modificate per rendere più veloce lo sbarco
dei fanti o per trasportare i carri sommergibili o i
mezzi anfibi. Furono realizzati anche diversi tipi
di traghetti, come le zattere Siebel Fähre e Marinefährprahm con svariati tipi di motorizzazione.
Nel 1940 fu sviluppata la Pionierlandungsboot
39, un’imbarcazione a basso pescaggio che sarebbe stata in grado di trasportare 45 fanti, 2 veicoli leggeri o 20 tonnellate di carico. Naturalmente erano disponibili, anche se molto meno diffusi
rispetto ad altre forze armate, veicoli cingolati
anfibi, chiamati LWS (Landwasserschlepper).
L’ammiraglio
Erich Raeder,
capo di Stato
Maggiore della
marina tedesca,
sempre piuttosto
tiepido nei riguardi
dell’operazione
Leone Marino:
secondo lui i rischi
erano maggiori
delle probabilità di
successo.
(Due zattere autopropulse Marinefährprahm che
avevano sulla tolda due motori aeronautici).
BBC HISTORY ITALIA [45]
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Seconda guerra mondiale
Uno dei mezzi usati
dai tedeschi per
le operazioni di
sbarco era il Siebel
Fähre, un grosso
catamarano.
Sull’altra sponda
della Manica
ci si preparava
all’invasione
tedesca anche con
mezzi ingegnosi,
come l’autocarro
Bison (sotto),
ricoperto da uno
strato di cemento
per essere
utilizzato come
fortino mobile.
tembre, a causa di un gravissimo errore tattico
di Göring (o era una conseguenza della reticenza
di Hitler a invadere la Gran Bretagna?).
Un errore che portò al fallimento Il
comandante in capo dell’aviazione tedesca aveva
scagliato tutte le sue forze contro obiettivi civili
anziché militari, allo scopo di demolire il morale del coriaceo popolo inglese. Una strage di civili, ma anche una settimana di tregua per la RAF,
che in tal modo aveva avuto il tempo necessario
a riorganizzarsi.
Il maltempo nella Manica, i bombardamenti
inglesi sui porti di Ostenda, Dunkerque, Boulogne e Calais, dove si concentrava la flotta d’invasione, e il fatto che «il nemico si riprende
continuamente e i caccia non sono stati ancora
completamente eliminati», facevano sì che Hit-
ler continuasse a posticipare l’ordine di invadere
l’Inghilterra: ma più tempo passava e meno sembrava attuabile.
Con il procedere delle settimane, l’auspicato
dominio dei cieli sulla Manica da parte dei tedeschi non si realizzava e l’aviazione inglese, invece, continuava a bombardare la flotta d’invasione
di stanza in Germania, tanto che il 21 settembre,
in un rapporto riservatissimo, la marina tedesca
ammise di aver perduto, prima ancora di salpare
per l’Inghilterra, 21 trasporti e 214 chiatte, cioè
il 12% del totale dei mezzi raccolti per lo sbarco programmato.
Raeder dovette constatare come «le forze aeree
nemiche non sono state ancora debellate; al
contrario: esse danno prova di crescente attività. Nell’insieme, le condizioni meteorologiche
non ci permettono di contare su un periodo di
calma...». E concluse il suo rapporto al quartier
generale con una frase sottolineata due volte:
«Così il Führer ha deciso di rinviare a data indeterminata l’operazione Leone Marino».
Ormai Hitler stava guardando a oriente. Un
mese prima aveva detto a uno dei generali del
suo stato maggiore: «Quanto prima la Russia
sarà schiacciata, tanto meglio [...] Se attacchiamo nel maggio 1941 avremo cinque mesi per farla finita».
•
ALESSIO SGARLATO
(Scrittore e saggista)
[46] BBC HISTORY ITALIA
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Storia della Chiesa
CRONACA
DI UN
CONCLAVE
Se c’è un’elezione del papa che merita
di essere ricordata, per le pesanti conseguenze
storiche in tutta Europa, è quella di 115 anni fa,
alla morte di Leone XIII. In quel conclave
si scontrarono drammaticamente gli interessi
delle potenze europee, Italia compresa
[48] BBC HISTORY ITALIA
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A
ll’inizio del Novecento, i tragici bagliori
della Grande guerra sono ancora lontani.
L’Europa vive la sua “belle époque”, ma le
tensioni e le rivalità fra le grandi potenze
continentali sono fortissime, benché per il momento si mantengano sotto traccia. Nello scacchiere
internazionale, Germania, Austria e Italia hanno firmato un patto politico e militare, nel 1882: la Triplice Alleanza. Parallelamente, Francia e Russia,
nell’ultimo decennio del XIX secolo, si sono riav-
La folla in Piazza
San Pietro nel
momento in cui
il Cardinal Luigi
Macchi annuncia
l’Habemus
papam! È il 4
agosto 1903,
l’eletto è
Giuseppe Sarto,
Patriarca di
Venezia: prenderà
il nome di Pio X.
vicinate, stringendo un accordo strategico ed economico, in funzione antitedesca. Parigi si accosta
anche a Londra, dopo oltre un secolo di baruffe in
Africa, culminate con l’incidente di Fashoda, nel
1898 (l’occupazione da parte della Francia di un
territorio del Sudan rivendicato dagli inglesi). Nel
1904, Francia e Regno Unito firmano “l’entente
cordiale”, un patto che diventerà poi un’alleanza
estesa anche alla Russia: la Triplice Intesa, manifestamente in opposizione alla Triplice Alleanza.
BBC HISTORY ITALIA [49]
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Storia della Chiesa
Scontri politici nell’elezione del Vicario di Cristo Mentre, dunque, l’Europa sta
costruendo questo doppio fronte di triplici alleanze, il 20 luglio del 1903, muore papa Leone XIII,
che governava la Chiesa da 25 anni. La scomparsa del pontefice dell’enciclica Rerum novarum non è solo un lutto per la cattolicità, ma è
anche un traumatico avvenimento politico, che
entra nel grande gioco delle potenze continentali. Nel conclave che verrà convocato per eleggere il successore si scaricherà, infatti, una buona
parte delle tensioni e di quegli antagonismi poli-
[50] BBC HISTORY ITALIA
La pagina di un
giornale spagnolo
che riportava con
un dettagliato
servizio e
illustrazioni le fasi
del conclave. In
quei giorni vi era
grande attesa per
sapere chi sarebbe
stato il successore
di Leone XIII.
tici che si stanno delineando in Europa. In particolare, emergerà lo scontro sempre più aspro tra
l’Impero asburgico e la Francia, da secoli concorrenti per il dominio continentale – la Guerra dei Trent’anni nel XVII secolo ne è il simbolo
oltre che un precedente ancora impresso nella
memoria – e ora si è quasi giunti al duello finale.
Il conclave, aperto il 1° di agosto del 1903, è un
avvenimento seguito con grande attenzione dalle
cancellerie e dai giornali dell’epoca, che vi dedicano ampio spazio. Può essere definito il primo
evento mediatico nella storia della Chiesa. Gli
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Cronaca di un conclave
Nel conclave nasce
l’astro di Merry del Val
A
rendere il conclave del 1903 ancor più
problematico è la scomparsa improvvisa di monsignor Alessandro Volpini. Nominato qualche mese prima Segretario della
Sacra congregazione concistoriale, Volpini
avrebbe dovuto ricoprire l’incarico di Segretario del Sacro Collegio e, quindi, del futuro
conclave, ma muore per un infarto – non
ancora 60enne – il 9 luglio 1903, 11 giorni
prima della scomparsa di Leone XIII. È una
perdita grave, perché a lui sarebbe spettata l’organizzazione delle procedure per
l’elezione del nuovo papa. Un compito delicatissimo, perché all’inizio del Novecento
le norme che disciplinano il conclave non
sono ancora definite in modo dettagliato e
rigido. Inoltre, il Vaticano non è ancora una
Città-Stato, ma è costituito da una serie di
palazzi facilmente infiltrabili dalle potenze
straniere, a cominciare dall’Italia. Il 21 luglio, il giorno dopo la morte del papa, i cardinali presenti a Roma nominano al posto
di Volpini lo spagnolo Rafael Merry del Val.
Il suo nome viene preferito a quello di due
altri ecclesiastici di peso: Giacomo Dalla
Chiesa, che diventerà papa come Benedetto XV nel 1914, e Pietro Gasparri, che terrà
poi la Segreteria di stato per 15 anni. Merry
del Val è un diplomatico brillante ma più
giovane e meno titolato degli altri due. Ed è
un avversario della politica di Rampolla del
Tindaro. In questa nomina, c’è già il segnale
delle difficoltà di Rampolla a farsi eleggere
papa. Per Merry del Val, invece, l’organizzazione del conclave del 1903 sarà il trampolino di lancio. Pio X, avendo apprezzato
il suo lavoro nel drammatico conclave che
lo elegge, lo nomina subito suo Segretario
personale e, poco dopo, cardinale e Segretario di Stato. Una carica che Merry del Val
deterrà fino alla morte di papa Sarto, alla
vigilia della Prima guerra mondiale.
interessi in gioco sono altissimi. Vienna e Parigi vogliono orientarne la scelta. Desiderano un
papa amico o, perlomeno, non ostile.
Durante il pontificato del romano Luigi Pecci, la Santa sede ha tenuto un atteggiamento filo
francese. Vaticano e Italia sono ai ferri corti per
l’ancora irrisolta “questione romana”: il papa
considera un’usurpazione la conquista sabauda di Roma, avvenuta nel 1870. L’Italia, per il
Mentre l’Europa si sta dividendo in due fronti
contrapposti – Trilplice Alleanza e Triplice Intesa –
il 20 luglio del 1903, muore papa Leone XIII,
che governava la Chiesa da 25 anni.
pontefice, è un nemico. E così, nemici diventano anche i suoi alleati della Triplice: l’Impero
asburgico (un trono tradizionalmente cattolico) e la Germania (dove, invece, Bismark, negli
anni Settanta dell’Ottocento, aveva condotto una
dura politica repressiva anti cattolica, il “Kulturkampf”. Per uscire dall’isolamento internazionale e trovare sponde politiche a sostegno della
propria rivendicazione contro l’Italia, la San-
Cartolina
popolare con
i volti dei
“papabili”. Tra loro
anche Giuseppe
Sarto (è il n.7),
che sarebbe stato
eletto dopo sette
scrutini.
BBC HISTORY ITALIA [51]
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Storia della Chiesa
ta sede si avvicina alla Francia. Sebbene la Terza Repubblica sia radicale e anticlericale, Leone
XIII – che si pronuncia in diverse occasioni per
convincere i riluttanti cattolici d’Oltralpe – crede che la scelta filo francese sia una necessità in
funzione anti italiana.
Ispiratore e realizzatore di questa politica estera è il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro,
Segretario di stato dal 1887.
Nato in un’aristocratica famiglia siciliana nel
1843, Rampolla entra nell’Accademia dei nobili
ecclesiastici – la fucina della diplomazia vaticana – e si distingue per una rapida e brillante carriera nella Curia romana. Leone XIII, nel 1882,
lo nomina Nunzio apostolico in Spagna, per poi
richiamarlo, 5 anni più tardi, accanto a sé, come
“primo ministro”. La collaborazione con papa
Pecci durerà per 16 anni, fino, cioè, alla morte
del pontefice.
Ora, nel conclave dell’agosto
1903, è proprio lui la figura
di spicco del Sacro collegio,
colui che è in prima fila
per la successione a Leone XIII, della cui linea
politica si profila come
la naturale continuazione. Naturalmente,
Rampolla ha il sostegno
della Francia, ma è visto
come fumo negli occhi
dagli Asburgo. Una contrapposizione politica che
si ritrova pari pari all’inter-
[52] BBC HISTORY ITALIA
Durante il pontificato del romano Luigi Pecci,
la Santa sede aveva tenuto un atteggiamento
filo francese, mentre Vaticano e Italia erano
ai ferri corti per l’irrisolta “questione romana”.
Il nuovo papa
posa, nel suo
studio, per il
ritratto ufficiale.
Sotto, il cardinale
Mariano Rampolla
del Tindaro,
Segretario di
Stato di papa
Leone XIII.
no del Sacro collegio. La Chiesa dell’epoca è
ancora figlia dell’ancien régime, ciò significa che
molti ecclesiastici sono diventati cardinali perché
imposti dai governi delle loro nazioni, in virtù di
antichi privilegi o della politica giurisdizionalista settecentesca: sono i cosiddetti “cardinali della corona”. Tutti i francesi e gli austriaci hanno
ricevuto la porpora in questo modo. E, quindi, la
loro posizione nel conclave non può non ricalcare quella dei rispettivi governi. Il Vicario di Cristo in terra sarà o filo francese o filo austriaco.
Basta un veto cardinalizio per cambiare la Storia In questo primo conclave del
Novecento, hanno il diritto di voto per eleggere
il nuovo pontefice 64 cardinali. A Roma, giungono in 62. Mancano l’arcivescovo di Sidney, che
non arriva in tempo, e quello di Palermo, vecchio e ammalato. In conclave entrano dunque:
38 italiani, 7 francesi, 5 “imperiali” (3 austriaci,
1 ungherese e 1 polacco), 5 spagnoli, 3 tedeschi,
1 portoghese, 1 irlandese, 1 belga e 1 americano. Come si può notare, la composizione del
collegio cardinalizio è fortemente eurocentrica. C’è solo un cardinale che arriva da un altro
continente, lo statunitense James Gibbons. Data
questa composizione, è impossibile che il clima
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Cronaca di un conclave
spirituale, culturale e politico che si respira nel conclave non risenta di ciò che si
agita nelle capitali e nelle
cancellerie europee.
Nello scrutinio iniziale, la mattina del 1°
agosto, Rampolla ottiene 24 voti. Nel voto del
pomeriggio, arriva a 29.
Ancora troppo pochi. Il
quorum è fissato a due
terzi del collegio, cioè
42 voti. La situazione è
di stallo. La mattina del
2 agosto avviene l’evento
traumatico e decisivo che
cambia radicalmente lo scenario.
L’arcivescovo di Cracovia
– allora città sotto il controllo
degli Asburgo – il cardinale Jan
Puzyna, a nome dell’imperatore d’Austria, pone il veto sul nome di Rampolla
del Tindaro. È un veto (definito Ius exclusivae
o Ius exlusionis) eredità dell’ancien régime. Si
tratta di un diritto accordato, nel corso dei secoli, alle antiche monarchie cattoliche europee
per escludere un cardinale candidato al soglio
pontificio che non si ritiene adeguato. L’esercizio del diritto di veto, non è dunque una novità.
Dal XIV secolo in poi si contano una quindicina di interventi di questo genere. È sorprendente, però, che questa prerogativa venga utilizzata
all’alba del Novecento. Uno strumento giuridico, retaggio di un mondo che non esiste più, viene usato come un’arma per regolare i conti della
politica internazionale del tempo.
Anche i cardinali che partecipano al conclave ne sono turbati. In molti giudicano negativamente il veto e biasimano il porporato polacco.
Quando lo incontrano lo apostrofano in latino:
«Pudeat te!»: vergognati! Il cardinale Puzyna
risponde orgogliosamente: «Honor meus!» (ne
sono orgoglioso!). L’arcivescovo di Cracovia,
infatti, si è prestato a dar voce in conclave agli
interessi politici dell’Imperatore perché quegli
interessi coincidono con i suoi. Puzyna fa parte
di una lobby polacca che influenza e indirizza le
scelte di Francesco Giuseppe. A convincere l’imperatore a far valere l’antico privilegio del veto è
stato, infatti, un altro polacco: il ministro degli
esteri di Vienna, Agenor Goluchowski.
Sia Puzyna che Goluchowski – originari
entrambi di Leopoli e legati allo stesso clan
familiare – sono ostili alla Russia, alleata di
quella Francia che era diventata il fulcro del-
la politica estera di Leone XIII
e del suo Segretario di stato.
La Polonia, in quel momento, non esiste più: il suo territorio è stato spartito, alla
fine del Settecento, tra
Impero asburgico, Russia e Prussia. Il sogno
dei polacchi è quello di
far rinascere una Polonia indipendente. In
questo disegno, ai loro
occhi, il pericolo maggiore è sempre l’Orso
russo. Affondare Rampolla significa colpire Parigi
e San Pietroburgo. Questo è l’obiettivo dei polacchi
che lavorano per Vienna. Per
questo, l’arcivescovo di Cracovia può dire, durante il conclave:
«Non sono stato strumentalizzato da Vienna, ma sono stato io a strumentalizzarla». Malgrado la vibrante
protesta dei cardinali francesi, la candidatura
di Rampolla è quindi bruciata senza rimedio.
A questo punto, i voti dei porporati si orientano verso il nome di Melchiorre Giuseppe Sarto,
patriarca di Venezia, che viene eletto papa il 4
agosto del 1903, con il nome di Pio X.
A sinistra, uno
dei protagonisti
di quel conclave,
Jan Maurycy
Paweł Puzyna
de Kosielsko: fu
colui che, per
conto dell’Impero
austro-ungarico,
pose il veto
all’elezione
del cardinale
Rampolla del
Tindaro. Sotto,
il nuovo papa
cerca nei giardini
vaticani un po’ di
frescura, in quel
caldo mese di
agosto.
BBC HISTORY ITALIA [53]
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Storia della Chiesa
Un prete di campagna alle prese con
la politica Nato a Riese, nel trevigiano, nel
1835, ordinato sacerdote nel 1858, promosso
vescovo di Mantova e poi di Venezia. Figura
genuina di pastore, lontana dalla politica, per
vocazione e per non aver mai ricoperto incarichi in curia o nella diplomazia vaticana prima della sua elezione. È un prete di campagna
giunto fin sul soglio di Pietro proprio per la sua
indifferenza ai grandi giochi della politica contemporanea. Per questo, su di lui, dopo lo scontro durissimo tra Parigi e Vienna, si indirizzano
i voti del Sacro collegio, sebbene il patriarca di
Venezia scongiuri fino alle lacrime gli altri cardinali di non chiamarlo ad una responsabilità
così grande. Proprio questo atteggiamento, invece, persuade ancora di più i porporati che sia la
scelta giusta, perché supera conflitti e interessi nazionali.
Secondo alcuni, la sua elezione rappresenta la vittoria su tutta la linea degli Asburgo. È
vero che papa Sarto ha il profilo del buon parroco, senza velleità politiche, ma egli è pur
sempre originario di una regione, il LombardoVeneto, che, al tempo della sua nascita, è parte
integrante dell’Impero. Con Vienna è rimasto
un legame culturale e affettivo. Nel suo diario, il cardinal Ferrari, suo massimo sponsor
nell’elezione, annota che, durante il conclave,
Melchiorre Giuseppe Sarto pronuncia queste
parole: «Per l’Austria garantisco io». Dall’ipotesi di eleggere un cardinale filo francese – Rampolla del Tindaro – si passa così alla scelta di
un porporato se non amico almeno non ostile all’Austria.
Malgrado questi aspetti di cui si deve tener
conto, Pio X si rivelerà un papa autonomo
e indipendente e lavorerà, fin da subito, per
tagliare ogni legame troppo stretto con le potenze europee. A partire dall’abolizione di quel
diritto di veto che, bruciando la candidatura di
Rampolla del Tindaro, gli aveva consentito di
sedere sul trono di Pietro. Con la Costituzione
nata
Commissum nobis, email 20 gennaio 1904, il
nuovo papa cancella lo Ius exclusivae,
l’antica prerogativa dei monarchi
cattolici. Pio
X mette fine,
così, all’ancien
régime e a quel
legame tra trono e altare che
ne è stato uno dei
pilastri. Nessuno
[54] BBC HISTORY ITALIA
L’arcivescovo di Cracovia, Cardinal Jan Puzyna,
a nome dell’imperatore d’Austria, pose il veto
sul nome di Rampolla, un veto
eredità dell’ancien régime, ma ancora in vigore.
Sopra, il cardinale
Merry del Val
durante la stipula
del concordato
tra il Regno
di Serbia e la
Santa Sede, il
24 giugno 1914.
In piedi alle sue
spalle monsignor
Pacelli, artefice
del patto e futuro
papa Pio XII.
Qui a sinistra,
Leone XIII,
il papa
scomparso.
Stato potrà più interferire nell’elezione di un
pontefice.
Inizia con Pio X il processo di modernizzazione della Chiesa, che porterà a un sempre più
stretto controllo vaticano sugli episcopati nazionali, sottratti all’autorità degli Stati. Un percorso di autonomia che diventerà completo con la
riacquisizione, dopo i Patti Lateranensi, di un
territorio sovrano dal quale esercitare una propria politica internazionale.
Il conclave del 1903 è uno spartiacque nella storia della Chiesa. Francia e Impero continueranno, invece, le loro politiche di potenza,
ereditate dai secoli passati. Una folle corsa che
li precipiterà, insieme ai loro alleati, nel tragico baratro della guerra.
•
ANTONELLO CARVIGIANI
(Giornalista ed esperto di Storia della Chiesa).
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[56] BBC HISTORY ITALIA
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LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA:
UNA TRAPPOLA
PER L’ITALIA FASCISTA
Sostenere la ribellione di Franco in Spagna, con profusione di uomini e
mezzi, avrebbe dovuto garantire grandi vantaggi alla diplomazia dell’Italia
di Mussolini, bisognosa di affermarsi come legittimo impero e potenza
europea. Franco vinse, ma fu lì che cominciò il naufragio del fascismo
Q
uando, con la trionfale
entrata di Badoglio in Addis
Abeba il fascismo giunse
all’apogeo del suo consenso, il 5 maggio 1936, ancora
parecchi nodi rimanevano irrisolti: che
per il regime fosse vitale risollevare al
più presto i rapporti con le democrazie liberali di Inghilterra e Francia, prima irritate dall’avventurismo coloniale
italiano e poi spaventate dalla portata
del suo successo, era opinione condivisa da tutti. L’Italia non poteva permettersi di rimanere isolata troppo a lungo
dalle altre potenze e il suo nuovo status
di Impero, perché fosse effettivo, non
poteva prescindere dalla loro approvazione. Come ottenere questo risultato era tuttavia fonte di divergenze. Mentre i gerarchi più
conservatori predicavano cautela, il delfino di
Mussolini, Galeazzo Ciano, premeva per azioni spregiudicate, sicuro che Londra e Parigi
avrebbero riconosciuto l’Impero non appena
fosse balenato ai loro occhi il rischio concreto
di un avvicinamento dell’Italia a Berlino.
Hitler, consapevole di avere tutto da guadagnare dai dissidi di Roma con i suoi storici alleati, rimaneva alla finestra, aspettando
l’occasione propizia per tentare di far inclinare verso la Germania il baricentro della diplomazia fascista. È su questo drammatico sfondo
che irruppero, il 18 luglio, Francisco Franco e
alcuni tra i più importanti generali dell’esercito
spagnolo, sollevandosi in armi contro la fragile República, pericolosamente orientata a sinistra. Il golpe, fallito l’effetto sorpresa, innescò
rapidamente una guerra civile di vasta portata
sul territorio nazionale. Contro il legittimo governo in fase di assestamento si muoveva una galassia composita
di conservatori, integralisti cattolici e
monarchici, tutti coalizzati per restaurare la monarchia o comunque un
governo di impronta conservatrice. Inizialmente minoritaria, ma destinata a
svolgere un ruolo di primo piano all’interno della coalizione, era poi la Falange
di José Antonio Primo de Rivera, ispirata
all’ideologia fascista.
L’Italia non sostenne in alcun modo il
golpe, non era nell’interesse del Duce,
il quale auspicava che la Spagna potesse
rimanere ancora a lungo uno Stato neutrale, forte e in grado di resistere alle pressioni
diplomatiche d’oltralpe. La Francia, infatti, se
fosse riuscita ad assicurarsi l’amicizia di Madrid,
in caso di guerra europea su larga scala avrebbe potuto velocemente trasferire via Gibilter-
Una colonna di
truppe italiane
durante la
battaglia di
Guadalajara,
perduta dalle
truppe di
Francisco Franco
spalleggiate
dal Corpo di
Truppe Volontarie
italiano. Al
centro, medaglia
commemorativa
della campagna
di Spagna.
Nell’altra pagina,
parata fascista
per festeggiare
la vittoria in
Spagna.
BBC HISTORY ITALIA [57]
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Guerra civile in Spagna
© MONDADORI PORTFOLIO/Archivio Vasari/Alessandro Vasari
L’Italia non sostenne il golpe, non era
nell’interesse del Duce, che anzi auspicava
che la Spagna rimanesse uno Stato neutrale, in grado
di resistere alle pressioni diplomatiche d’oltralpe.
ra le proprie truppe dalle colonie africane alla
madrepatria e far valere così la propria schiacciante superiorità militare. Furono dunque tradizionali considerazioni di politica estera quelle
che più influirono sull’orientamento dell’Italia
verso la questione spagnola, specialmente dopo
l’Alzamiento Nacional, quando ci si rese conto
che l’eventuale sconfitta dei ribelli avrebbe portato al consolidamento del governo eletto, a tutto vantaggio delle sinistre più radicali, orientate
a una strettissima collaborazione con il Front
Populaire, la coalizione di radicali, socialisti e
comunisti allora al governo in Francia.
Si può quindi immaginare con quale preoccupazione Mussolini venne a sapere che da
Parigi erano stati rapidamente inviati aerei e
armi al governo repubblicano: quanti più aiuti
francesi la República avesse ricevuto, tanto più
nettamente si sarebbe schierata a fianco delle democrazie occidentali una volta sedata la
[58] BBC HISTORY ITALIA
Benito Mussolini
con il generale
italiano Mario
Roatta, al centro,
(il terzo è il
maresciallo Ugo
Cavallero), capo
delle truppe
italiane in Spagna,
rimosso dopo
la battaglia di
Guadalajara.
A destra, un
gruppo di miliziani
repubblicani
nell’agosto
del 1936: la
guerra civile era
cominciata
da un mese.
ribellione. D’altra parte, valeva anche l’opposto:
se l’Italia avesse dato seguito alle proprie simpatie per i nazionalisti con un sostegno concreto
e questi avessero infine sconfitto i repubblicani,
senz’altro Roma sarebbe stata tutelata nei propri
interessi geopolitici.
Fu la Germania, per prima, ad accettare le
richieste d’aiuto di Franco e a trascinare con sé
l’Italia sulla via dell’intervento. Il Fascismo cadde nella trappola tesagli da Hitler, che da tempo
attendeva l’occasione propizia per allontanare
ancora di più Roma da Francia e Gran Bretagna: cordialità e stima reciproche tenute faticosamente in vita da Galeazzo Ciano fino a quel
momento, nonostante le sanzioni comminate
all’Italia in seguito alla campagna coloniale in
Etiopia, con il sostegno dell’allora ambasciatore
a Londra Dino Grandi, che per idee e cultura
aveva una naturale propensione per le potenze
occidentali.
La collaborazione italotedesca, propiziata dalla visita a Mussolini del principe d’Assia, marito
di Mafalda di Savoia, prese corpo tra agosto e
settembre, quando Mussolini affidò la responsabilità della missione italiana in Spagna al generale Mario Roatta capo del SIM, il Servizio
d’Informazioni Militare. Fu lui a tenere i rapporti con Franco e a guadagnarsene la riconoscenza, tanto che nel 1945, evaso dal carcere in
cui era stato rinchiuso con l’accusa di crimini
di guerra in Jugoslavia e dell’assassinio dei fra-
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Una trappola per l’Italia fascista
telli Rosselli, sarebbe potuto riparare nella penisola iberica e lì rimanere al sicuro per decenni.
Un’altra ragione che indusse l’Italia a sostenere i golpisti di Franco fu il pronto schierarsi con
i repubblicani dell’antifascismo internazionale, dall’Unione Sovietica agli esuli italiani. Gli
stessi fratelli Rosselli, al tempo attivi in Francia,
promossero la parola d’ordine: «la guerra civile
del proletariato di Spagna è guerra di tutto l’antifascismo». Si valutò insomma come concreto
il rischio che “l’infezione rossa”, se non stroncata subito, dopo aver attecchito in Spagna, si
sarebbe propagata ad altri stati europei.
Nonostante il modesto successo che ebbe l’intervento presso l’opinione pubblica nazionale, è
indubbio che alcuni settori specifici videro con
favore il coinvolgimento dell’Italia negli affari
spagnoli. Al di là delle alte gerarchie militari,
che lo accettarono con entusiasmo, a chiederlo
erano vasti settori del clero e del mondo cattolico, spaventati dagli eccidi di matrice antireligiosa e insieme affascinati dalla prospettiva di
unirsi alla «santa cruzada contra el marxismo».
Non erano da meno le Camicie nere della Milizia, desiderose di riprendersi una rivincita d’immagine dopo i successi del Regio Esercito in
Volontari
repubblicani
raggiungono il
fronte a bordo
di un camion. I
due schieramenti
erano
ideologicamente
contrapposti:
i repubblicani
del presidente
Niceto AlcaláZamora y Torres
perseguivano
una politica di
sinistra, mentre
i nazionalisti
di Francisco
Franco volevano
instaurare
un governo di
destra. Sotto,
Josè Antonio
Primo de Rivera,
comandante
della Falange
antigovernativa.
Quelli che c’erano
L
a Guerra di Spagna, primo scontro
armato tra fascismo e antifascismo,
non fu solamente al centro dell’attenzione internazionale, mobilitando coscienze come solo il conflitto in Vietnam
avrebbe fatto qualche anno più tardi,
ma seppe anche richiamare decine di
migliaia di volontari provenienti da tutto
il mondo, tra cui autentiche celebrità. Al
di là, infatti, del gran numero di artisti
spagnoli coinvolti, figure quali Picasso e
il poeta Federico García Lorca, fucilato
dai nazionalisti, al conflitto prese parte
il fior fiore della gioventù occidentale
d’allora. Si spesero in vario modo sul
campo per i repubblicani Ernest He-
mingway, George Orwell, Antoine de
SaintExupéry, Pablo Neruda e i fotografi
Robert Capa e Gerda Taro. Notevole anche il numero di quanti avrebbero poi
assunto un ruolo di rilievo nella politica
del proprio paese, dal futuro Cancelliere
tedesco Willy Brandt agli italiani Palmiro Togliatti e Luigi Longo (comunisti)
e Pietro Nenni (socialista). Sull’altro
versante, l’impiego di truppe più professionalmente inquadrate non permise di
schierare nomi altrettanto altisonanti.
(Il dipinto “La fucilazione in campagna”
di Renato Guttuso, che mostra l’uccisione del poeta Federico Garcia Lorca ad
opera delle truppe franchiste.)
BBC HISTORY ITALIA [59]
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© wikipedia commons/ Carlos Bartolomé
Guerra civile in Spagna
Etiopia e di fascistizzare il conflitto, facendo
della Falange spagnola il fulcro di un nuovo Stato corporativista sul modello italiano. In verità,
Franco andava in tutt’altra direzione: come dittatore si contraddistinse per l’opportunismo e
per il talento di regnare su fazioni tra loro rivali,
a scapito di un reale progetto politico e i primi
a rendersene conto furono proprio le Camicie
nere. Già all’inizio del 1937 Farinacci scrisse
con amarezza a Mussolini che il Caudillo non
aveva «nessuna idea precisa di quella che sarà
la Spagna di domani», che si preoccupava «soltanto di vincere la guerra e di mantenere poi,
per un lungo periodo, un governo autoritario».
Le fasi del coinvolgimento seguirono le previsioni del generale Faldella, che preventivamente sondato da Roatta sulla missione, rispose:
«La Spagna è come una sabbia mobile: se ci si
mette dentro la mano, ci si va dentro del tutto. Se le cose andranno male si darà la colpa a
noi, se andranno bene ci si dimenticherà». Fino
a novembre il grado d’intervento italiano fu
modesto e gli aiuti consistettero essenzialmente
in armi e personale istruttore, dopodiché Roma,
preoccupata per la stasi del conflitto, decise di
alzare la posta nella speranza di provocare uno
scossone decisivo alla contesa spagnola. Fu così
che, tra dicembre e febbraio, il CTV, il nuovo
Corpo Truppe Volontarie, raggiunse le 48.823
unità, per tre quinti Camicie nere. Lo componeva una massa eterogenea, poco addestrata,
scarsamente coesa, anche se bene armata. Contro il parere dello stesso Franco, che li avrebbe voluti impiegati separatamente, gli italiani
si presentarono come un blocco unico sotto il
[60] BBC HISTORY ITALIA
Mappa della
battaglia di
Guadalajara, in cui
franchisti e italiani
furono sconfitti.
Sotto, il sacrario
di Saragozza, dove
sono sepolti tutti
i caduti italiani
della guerra
civile spagnola.
comando di Roatta, in linea con una politica
di prestigio fascista e italiano. Obiettivo finale
era portare i nazionalisti spagnoli il più rapidamente possibile alla vittoria, per smarcarsi quanto prima dalla Germania e ottenere, quindi, da
Inghilterra e Francia un accordo politico generale, in linea con le ambizioni di grande potenza, nutrite dal fascismo.
Se l’inizio della campagna fu incoraggiante, con il CTV che in pochi giorni conquistò
Malaga, il fallimento della successiva offensiva su Guadalajara gelò ogni entusiasmo. Quando il 18 marzo il fronte italiano crollò, soltanto
il logoramento generale impedì agli avversari di infierire sulle truppe in ritirata. Lo scacco fu terribile, più ancora politico che militare.
La stampa internazionale lo presentò come
la «Caporetto» del fascismo, che dopo essere
apparso inarrestabile per 15 anni veniva, infine,
battuto sul campo da un esercito popolare, composto in larga parte dai volontari delle Brigate
Internazionali, tra cui spiccavano gli antifascisti italiani del Battaglione Garibaldi. Guadalajara segnò uno spartiacque: non solo allontanò
di molto la possibilità di una svolta nella guerra civile e, quindi, di un riavvicinamento italiano alle democrazie occidentali, ma soprattutto
condannò il fascismo a mantenere una forte
presenza in Spagna nella speranza di conseguire un obbligato riscatto sul campo. L’impegno al fianco di Franco e Hitler, insomma,
smise di prospettare vantaggi concreti all’Italia,
Entusiastica fu la partecipazione delle Camicie
nere della Milizia, desiderose di riprendersi una
rivincita d’immagine dopo i successi dell’Esercito
in Etiopia e di fascistizzare il conflitto.
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Una trappola per l’Italia fascista
L
’unità tedesca di aviazione che dal novembre 1936 prese parte al conflitto, forte di
circa 100 aeroplani e 5.000 uomini al comando del Generalmajor Hugo Sperrle, diede un
gran contributo alla vittoria nazionalista e si
rivelò fondamentale per il controllo dei Paesi
Baschi. Il tenente colonnello Von Richthofen,
cugino del celebre “barone rosso” della guerra 1914/18, si impegnò in particolare nella
messa a punto dei bombardamenti a tappeto, poi destinati a triste fortuna nella guerra
mondiale. Il dipinto capolavoro di Picasso
rese immortale quello di Guernica, città
strategicamente insignificante delle retrovie
repubblicane, rasa al suolo dalle bombe naziste il pomeriggio del 26 aprile 1937 (in un’operazione che coinvolse anche alcuni velivoli
italiani). La strage, in cui trovarono la morte
centinaia di civili, sarebbe dovuta servire a
ormai definitivamente impantanata nelle sabbie
mobili spagnole, ma continuò a gravare, come e
più di prima, sulle forze armate e sulle finanze
di Stato. Lo storico Coverdale ben riassume la
situazione scrivendo che «più di quanto avrebbe
potuto fare una qualsiasi vittoria, Guadalajara
aveva ormai legato l’Italia al carro» franchista.
Non passarono poche settimane dall’insuc-
fiaccare la resistenza morale dei repubblicani
e a provare nuovi armamenti militari, quali
i famigerati bombardieri in picchiata, detti
Stuka. Il gerarca Göring, anni più tardi, da imputato al processo di Norimberga, nel confermare le responsabilità tedesche lo definì un
«esperimento perfettamente riuscito».
cesso che il comando del CTV passò al generale
Bastico. Questi, ristrutturando completamente
il corpo volontario e sottoponendolo a un inteso addestramento, ottenne che le sue truppe,
già in agosto, risultassero decisive nella vittoriosa offensiva su Santander. Se da una parte
Mussolini poté così considerare vendicata l’onta di Guadalajara, dall’altra Franco si risentì per
il ruolo di primo piano che Bastico pretese per
le proprie truppe, tanto che alla fine del mese,
per assecondare Franco, si dovette rimpiazzarlo col generale Berti. Nei mesi successivi, per quanto Berti stesso ebbe
da lamentarsi per la marginalità cui i franchisti relegavano
il corpo italiano, gli uomini sotto il suo comando,
quando chiamati in causa, seppero comportarsi
«con efficienza e dedizione, all’altezza delle
migliori truppe franchiste» (Rochat).
Ad ogni modo, col
tempo, Franco ebbe
sempre meno bisogno
del CTV e, di pari passo con l’aumento della
fanteria autoctona, che
a fine guerra raggiunse il
milione di uomini, diminuì inevitabilmente la visibilità delle truppe italiane,
BBC HISTORY ITALIA [61]
© wikipedia commons /Heinrich Hoffmann/Krakow-Warsaw Press Publishing
La Legione Condor di Guernica
Ernest
Hemingway con
Ilya Ehrenburg
e Gustav Regler
nel 1937, in
Spagna. Da
quell’esperienza
il grande scrittore
americano
avrebbe ricavato
il romanzo
“Per chi suona
la campana”.
Sotto, Adolf
Hitler e Eberhard
von Stohrer
incontrano
Franco il 23
ottobre 1940
a Hendaye.
Nell’ovale, un
ritratto ufficiale
del generalissimo
Francisco Franco.
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Guerra civile in Spagna
Nell’intervento italiano, l’aviazione, che agì in
totale autonomia, ebbe un ruolo decisivo in
appoggio ai nazionalisti su tutti i fronti, fornendo
un grande contributo alla vittoria di Franco.
Sopra, truppe
franchiste a
bordo di un
L3-Lf tankette.
A destra Carlo e
Nello Rosselli,
antifascisti
italiani
sostenitori della
Republìca: furono
uccisi nel 1937
da sicari politici.
Sotto, manifesto
di propaganda
contro
l’intervento
italiano in
Spagna.
con grande scorno di Mussolini. Ciononostante, poiché il Duce volle fino all’ultimo evitare
di sembrare disposto a compiacere l’Inghilterra pur di ottenere l’accordo generale, solo con
l’avvicinarsi della vittoria nel 1939 furono progressivamente rimpatriate, quando ormai le
sorti del regime mussoliniano erano lontanissime da Londra e sempre più legate a quelle del
Nazismo. Il bilancio finale del coinvolgimento italiano nella guerra, che Dino Grandi nelle
sue Memorie paragonò a «una malattia subdola, lenta e progressiva», fu di 6.255 morti e
21.815 feriti.
Un aspetto spesso poco considerato dell’intervento italiano è il ruolo giocato dall’aviazione,
che agì sempre in autonomia su tutti i fronti, in
appoggio ai nazionalisti e fornì un contributo
essenziale alla vittoria dei ribelli. I 764 aerei e
i 5.699 uomini dell’aeronautica inviati in Spagna garantirono ai franchisti il dominio dei cieli, una maggiore protezione delle truppe di terra
e un alto successo nelle missioni che puntavano a colpire obbiettivi strategici e città nelle
retrovie repubblicane. Nel complesso, pur considerando la sconfitta di Guadalajara, l’Italia
dimostrò di poter sostenere adeguatamente lo
[62] BBC HISTORY ITALIA
sforzo bellico di una moderna guerra europea.
Se poi, nel 1940, questo non avvenne, non fu
dunque perché le forze armate uscirono a pezzi dal conflitto iberico, che anzi avrebbe dovuto
permettere loro d’acquisire preziosa esperienza sul campo, ma per altre ragioni. Negli stessi
anni in cui le potenze europee intraprendevano un’accelerata corsa al riarmo, Mussolini, non
comprendendo quanto rapidamente si stessero
logorando gli equilibri internazionali, utilizzò
fondi che sarebbero stati vitali per la preparazione di una guerra continentale per assicurarsi successi di prestigio a breve termine, senza
affrontare quelle inefficienze del sistema industriale, a lui ben note, che impedivano il pronto rimpiazzo del materiale perduto in Spagna
con nuovi e più moderni armamenti. In questo senso il fascismo sarebbe sprofondato sempre più nelle sabbie mobili spagnole dal 1936,
fino all’inevitabile epilogo.
•
JACOPO TURCONI
(Dottore in Scienze Storiche).
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La Storia in un’immagine
MACCHINE
© Giuseppe Rava / excaliburphoto.eu
DA
GUERRA
(CONTROVOGLIA)
[64] BBC HISTORY ITALIA
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La storia degli elefanti, formidabile
aiuto dell’uomo anche in agricoltura,
è affascinante: impiegati nelle guerre
dell’antichità, ebbero spesso un ruolo
decisivo. Una carica di questi animali
in battaglia è devastante e inarrestabile,
anche se talvolta può rivolgersi
contro le truppe che li impiegano
L’
impiego degli elefanti in battaglia non fu un’invenzione di Annibale, che semmai fu quello che li impiegò in
modo più massiccio, facendogli valicare le Alpi. Gli elefanti sono macchine da lavoro almeno da 4mila anni: trasportano, sradicano alberi con la loro instancabile proboscide, portano
pesi inimmaginabili, agevolando ancora oggi il lavoro nei campi dei
loro addestratori. E in battaglia si rivelarono un aiuto formidabile, in
grado di terrorizzare i nemici con la loro sola presenza e con il possente barrito. E quando caricano sono inarrestabili: un branco può abbattersi sulle truppe nemiche alla velocità di 30 km orari.
Sono tuttavia animali difficili, con un carattere ostico, bizzarro e
imprevedibile. L’uomo in tanti secoli è riuscito ad addestrarli, ma non
ad addomesticarli come cani, gatti, buoi e altri pacifici compagni. I
primi impieghi militari di questi animali risalgono al 1100-1200 a.C.:
è storicamente provato perché ne parlano alcuni testi in sanscrito. Li
impiegò Alessandro Magno nella famosa battaglia di Gaugamela (331
a.C.). Anche gli Egizi e i Numidi, prima dei Cartaginesi, li utilizzarono in battaglia. L’impiego di questi grossi animali non fu facile. Un
addestratore specializzato saliva sulla loro groppa e li guidava, ma non
sempre con i risultati sperati. E quando un elefante si imbizzarrisce,
riprenderne il controllo è un vero problema. Quando Annibale con
i suoi elefanti caricò i Romani, questi suonarono le loro trombe che
fecero impazzire gli animali, gettando nel caos l’armata cartaginese.
L’udito di questi animali è così delicato, che basta il grugnito di un
singolo maiale per far impazzire un’intera mandria. In tutti gli eserciti in cui venivano impiegate queste macchine da guerra i condottieri
avevano cura di tenerli separati dai cavalli, che li temevano e potevano imbizzarristi a loro volta. Tuttavia, gli elefanti rimanevano un elemento decisivo, capace di determinare la vittoria o la sconfitta, grazie
al loro impatto inarrestabile e devastante, purché fosse diretto contro
il nemico e non contro le truppe che se ne servivano.
Anche nel Medioevo gli elefanti furono impiegati, spesso con risultati decisivi. Carlo Magno ne fece uso contro i Danesi, nell’804, e
Federico II ricevette un elefante in dono dal sultano Al-Malik al-Kamil
durante le crociate.
Nello scontro tra elefanti e cammelli non sempre erano i primi ad
avere la meglio. Il turco Tamerlano nel 1398 sconfisse gli Indiani, grazie a un trucco ingegnoso: fece mettere del fuoco sulla gobba dei suoi
cammelli e li lanciò contro l’esercito indiano, che fu travolto dai suoi
stessi elefanti imbizzarriti. Sebbene tramontati come macchine da
guerra, questi operosi e pacifici animali hanno avuto un ruolo decisivo nel corso della storia dell’Uomo.
•
BBC HISTORY ITALIA [65]
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Personaggi
La mela caduta dall’albero, che suggerì al grande Newton
la teoria della gravità, è solo leggenda: quella fondamentale legge
della fisica fermentò in un ambiente scientifico di cui anche
Robert Hooke era parte attiva. Ma Newton prevalse su Hooke
e lo condannò per sempre a un immeritato oblio
[66] BBC HISTORY ITALIA
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IL LEONARDO
DA VINCI
D’INGHILTERRA
(UN GENIO
DA RISCOPRIRE)
L
a favola secondo cui Isaac Newton scoprì la forza di gravità vedendo cadere una mela dall’albero sotto cui era
seduto è una delle molte bugie storiche che hanno avuto la forza di attraversare i
secoli. Newton, semmai, visse in un ambiente intellettualmente vivace, in cui le intuizioni e le ipotesi riguardanti lo studio della gravità
non mancavano: per lo più portavano il nome
di Robert Hooke, genio ingiustamente dimenticato e condannato all’oblio proprio dallo stesso Newton e dalla sua fama dirompente. Chi ha
qualche nozione di fisica collega il suo nome
alla legge di Hooke, nota come la legge sull’elasticità (ut tensio sic vis: come l’estensione, così la
forza), che trova larga applicazione nel funzionamento delle molle. I suoi contemporanei lo
definirono «l’uomo più creativo di tutti i tempi».
E questo in un secolo in cui i nomi celebri in
fatto di scienza certo non mancavano: Newton,
Boyle, Wilkins, Locke, solo per citarne alcuni.
Hooke si dedicò – e sempre con successo – ai
più svariati campi della scienza e della tecnica:
dall’astronomia all’ottica, dalla meccanica alla
mineralogia, dalla paleontologia all’architettura,
per arrivare a elaborare un modello di funzionamento della memoria con tre secoli di anticipo
sulla fondazione della psicologia sperimentale.
L’elenco delle sue invenzioni e dei contributi apportati in una parte così ampia dello scibile umano spinse nel Novecento lo scienziato
Allan Chapman a definirlo il «Leonardo da Vinci d’Inghilterra». Ciò nonostante, Robert Hooke
non ha visto concretizzare la propria fama nella misura di altri scienziati suoi contemporanei.
Eppure fu membro eminente anche lui – anzi,
uno dei primi – della Royal Society di Londra.
Esaminando questa figura e la sua vicenda
umana vien da chiedersi perché sia caduto in
oblio, mentre alcuni suoi contemporanei di non
minore statura hanno acquistato fama eterna.
Enfant prodige ignorato dal mondo Nel-
le origini di Robert Hooke non vi è molto che possa fornire un indizio su quella che sarebbe stata la
sua carriera. Anzi, non vi è neppure un quantitativo di dati sufficiente a delinearne un ritratto. Per
lo più si tratta di informazioni attinte dall’auto-
Il prestigioso
Gresham College
all’epoca in cui
era frequentato
da Robert Hooke
(ritratto nella
pagina a fronte
insieme a Samuel
Pepys).
BBC HISTORY ITALIA [67]
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Gran Bretagna rinascimentale
Nel suo iniziale slancio per la pittura bussò
alla porta degli artisti Lely e Cowper, che lo presero
come apprendista. Ma ben presto scoprì
di essere allergico alle pitture.
biografia che lo stesso Hooke iniziò a scrivere
nel 1696, senza tuttavia portarla a termine.
Nato il 18 luglio 1635 in una località chiamata Freshwater, sull’isola di Wight, non era figlio
di uno scienziato o di un uomo di cultura. Suo
padre John era un modesto membro della Chiesa Anglicana e curato del luogo, ruolo a cui lo
stesso Robert sembrava essere destinato, né più
né meno dei suoi fratelli maggiori.
La salute, però, non gli venne in aiuto. Iniziò
a frequentare la scuola del paese, ma il suo organismo era debole e si ammalava spesso. I genitori
dovettero decidere per lui un’istruzione casalinga. Il ragazzino, per curiosità, cominciò a maneggiare i rudimentali ingranaggi meccanici dei
giocattoli che trovava. Poi smantellò un orologio
in ottone e su quel modello ne realizzò una copia
in legno, perfettamente funzionante. Poi prese in
mano pennelli e colori e scoprì di amare la pittura. I materiali li produceva da sé, ottenendoli
dal carbone, dal gesso e da un minerale di ferro
da cui ricavò l’ocra rossa.
A 13 anni vide morire suo padre, che si tolse
la vita impiccandosi, forse a causa di una grave
[68] BBC HISTORY ITALIA
Le immagini di
questo articolo
s on o op e r a di
Rita Greer, scrittrice e pittrice
che si è dedicata a un progetto
per dare la meritata visibilità
a Robert Hooke.
Di questo scienziato, infatti, non
e sis t on o quasi ritratti e per
questo ha deciso di realizzarne
una lunga serie
per dare un volto
al grande scienziato inglese.
malattia. I soldi non erano tanti: a Robert toccò un’eredità di 40 sterline, che utilizzò per trasferirsi a Londra e cercare un apprendistato che
gli consentisse di imparare un lavoro. In quel
momento la sua vocazione prevalente, tra le
tante, era la pittura. Bussò alla porta degli artisti Peter Lely e Richard Cowper, che lo presero
come apprendista. Non era quello, però, il suo
destino. A dirglielo chiaramente fu il manifestarsi
di un’insopprimibile allergia ai pigmenti, che gli
rese impossibile continuare a dipingere e quindi, respirare l’aria della bottega a cui chiedeva un
futuro. Si trattava di cercare una nuova strada. E
il giovane Robert la trovò, riuscendo a entrare
nella scuola di Westminster, sotto il magistero del
dottor Richard Busby. Non era certo una scuola
per tutti, per esservi ammessi occorreva grande
impegno e buoni risultati. Studiò matematica e
meccanica – per cui già nutriva un grande interesse – e le lingue antiche. La rapidità con cui
apprendeva il latino e il greco stupirono perfino
i suoi insegnanti. Anche e soprattutto perché, in
qualsiasi disciplina o attività Robert si applicasse,
otteneva ottimi risultati con la medesima facilità.
Studiò gli “Elementi” di Euclide. Imparò i rudimenti della lingua ebraica. Apprese anche a suonare l’organo. Non c’era niente a cui si applicasse
senza eccellere.
Nel 1653 lasciò Westminster per passare al
prestigioso Wedham College di Oxford, aperto
solo ai migliori cervelli dell’epoca. E fu la svolta decisiva.
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Robert Hooke
Royal Society, laboratorio di genialità
Il Wedham College era una nicchia di ardenti
realisti nei tormentati anni di Oliver Cromwell,
vincitore della Rivoluzione inglese, terminata con la clamorosa decapitazione di re Carlo
I Stuart, nel 1649. La matrice che caratterizzava così intensamente il College gli fu impressa
da colui che ne era il deus ex machina, il filosofo naturalista John Wilkins, convinto dell’urgenza di salvare lo spirito autentico della ricerca
scientifica, minacciato dal clima incerto, sostanzialmente bigotto, che caratterizzò gli anni della
storia inglese trascorsi sotto la parabola del Lord
Protettore. Gli scienziati del Wedham gli erano fedeli: ne condividevano la visione e la convinzione che la ricerca scientifica dovesse essere
immune da influenze politiche e soprattutto, in
quegli anni, religiose.
Robert, che ammirava il dottor Thomas Willis per i suoi studi di anatomia e neurologia, aderì con entusiasmo alla proposta di diventare il
suo assistente di chimica. In seguito un altro
luminare, Robert Boyle, filosofo naturale e fisico di fama, gli propose lo stesso incarico al proprio fianco.
Hooke ricoprì questo invidiabile ruolo di arric-
chimento e affinamento del suo già cospicuo
bagaglio di studi dal 1655 al 1662, gli anni in cui
Boyle era impegnato nella progettazione e nella
costruzione della sua pompa pneumatica: il giovane Robert gli fu a fianco in ogni fase del lavoro,
non come semplice assistente, ma mettendoci le
mani; fu lui a svolgere concretamente i lavori di
costruzione e assemblaggio, sotto la direzione di
Boyle, condividendone ansie e fatiche.
Gli anni di Oxford, dunque, si rivelarono fondamentali nella formazione di quel giovane entusiasta esploratore della scienza. Qui ebbero luogo
gli incontri più importanti: Hooke ebbe la pos-
Il dipinto di Rita
Greer mostra
Hooke circondato
da aclune delle
sue invenzioni e
da reperti delle
sue ricerche.
Nell’altra pagina,
una vignetta
che si burla di
Newton e della
leggenda della
sua osservazione
della mela caduta
dall’albero, da cui
avrebbe tratto
l’intuizione della
legge di gravità.
In alto, ritratto di
Robert Boyle.
Un genio oscurato da un altro genio
R
icostruire la molteplicità degli
esperimenti e delle invenzioni di
Robert Hooke non è facile: per la loro
quantità, ma soprattutto per il fatto che spaziarono con disinvoltura
da un settore all’altro della scienza
e della tecnica. A lui, ad esempio,
siamo debitori del termine “cellula”,
inteso come “piccola cella”. Hooke lo
coniò nel 1632, in seguito alle osservazioni condotte al microscopio (da
lui stesso realizzato, perfezionando
quello inventato da van Leeuwenhoek) su un pezzo di sughero: quelle cavità nella struttura porosa del
materiale osservato gli ricordarono
le cellette delle api (secondo altri, i
cubicula dei conventi).
Si dedicò all’anatomia e studiò la
struttura dell’occhio: realizzò il diaframma a iride, che si può considerare un antenato dell’obiettivo fotografico. Studiò il funzionamento della
memoria umana, attraverso l’applicazione di un modello meccanicistico, per spiegarne le capacità di codi-
fica e di recupero, ma anche il difetto
della dimenticanza. Realizzò un telescopio a riflessione, da lui definito
“gregoriano” (dal nome dell’astronomo James Gregory), con cui studiò la
rotazione di Giove sul proprio asse,
inoltre, studiò Marte e osservò le sue
caratteristiche. Si interrogò sulla
natura dei fossili e, con abbondante
anticipo sulla teoria darwiniana, rifiutò l’ipotesi – al tempo dominante
– secondo la quale fossero “anomalie”, per avanzare, invece, l’ipotesi
che si trattasse di resti di organismi
vissuti secoli prima; ipotizzò, inoltre,
i cambiamenti climatici prodotti dallo spostamento dell’asse terrestre.
Eccelse persino nell’architettura: prese parte alla progettazione
dell’Osservatorio di Greenwich. Fu
uno dei protagonisti della ricostruzione, dopo il devastante incendio di
Londra del 1666, che gli inglesi tuttora ricordano come “the Great Fire”:
fu tra quelli che misero mano alla
cupola della Cattedrale di St. Paul
e al Monumento al Grande Incendio,
insieme a uno dei suoi mentori, Cristopher Wren.
La sua opera più celebre è il trattato “Micrographia”, del 1665, in cui
spiccano le 32 tavole anatomiche
di insetti, minuziose e accurate, disegnate da Hooke stesso, il quale
si meravigliò di ciò che scoprì, affermando che il microscopio aveva
dischiuso «un mondo in cui gli organismi viventi rivelavano una complessità quasi inverosimile».
Se a ciò si aggiungono i vari tentativi
di perfezionare l’orologio, l’invenzione dell’igrometro, dell’anemometro
e del barometro a ruota, il quadro si
arricchisce, ma non è ancora completo. L’oblio in cui Hooke cadde
per due secoli portò ad attribuire ai
contemporanei alcune sue invenzioni, col placet implicito di quell’Isaac
Newton, che scrisse: «Se ho visto più
lontano, ho potuto farlo stando in
piedi sulle spalle di Giganti» (modestia o ipocrisia?).
BBC HISTORY ITALIA [69]
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Gran Bretagna rinascimentale
sibilità di annusare il profumo della ricerca
scientifica e, soprattutto, toccarlo con mano nella
concretezza dello studio e della ricerca; fu lo stesso Hooke a riconoscere questa caratteristica agli
anni trascorsi a Oxford, da lui ricordati come le
fondamenta di una passione per la scienza destinata a durare per tutta la vita e a dare risultati pratici di altissimo livello.
Gli anni di Oxford non consentirono a Hooke di conseguire la laurea, ma gli permisero di
raggiungere un traguardo più importante. Insieme agli scienziati che ne avevano curato la formazione, entrò a far parte della Royal Society,
fondata nel 1660, espressione vivente e vitale di
quello spirito della ricerca scientifica promosso
proprio da John Wilkins a Oxford. E non è dunque un caso che i membri fondatori provenissero
dal College da lui diretto. Il suo circolo era noto
come Oxford Experimental Philosophy Group:
fu questo a dare vita al primo nucleo della prestigiosa Royal Society.
Hooke ne fu membro da subito: aveva solo
28 anni, senza titoli accademici, ma già navigato nel campo della ricerca e della sperimentazione. Non era trascorso neppure un anno dalla
fondazione dell’Istituto, che si segnalò all’attenzione dei suoi colleghi per un esperimento basato sull’effetto della capillarità, grazie al quale il 5
novembre di quell’anno si guadagnò la carica
ufficiale di Curatore degli Esperimenti.
Gli fu inoltre concesso un alloggio
presso il Gresham College: Robert
Hooke, quindi, fu uno scienziato
pagato per fare lo scienziato. Un
caso davvero unico per l’epoca.
Isaac Newton, il
grande scienziato
a cui Hooke
contestò la
paternità
esclusiva della
legge di gravità:
la sua fama finì
con l’oscurare
il rivale.
Nell’ovale, una
rara fotografia
del pittore Peter
Ley, alla cui
bottega Hooke
lavorò come
apprendista.
Fu assistente di Thomas Willis nei suoi studi
di anatomia e neurologia, poi di un altro luminare,
Robert Boyle, filosofo naturale e fisico di fama,
con cui realizzò la pompa pneumatica.
La forza di gravità: una
diatriba scientifica Non ces-
sò di accattivarsi l’ammirazione
dei suoi consociati, per la frequenza
impressionante con cui si susseguirono
i numerosi, eterogenei e spesso stravaganLa pulce, simbolo
delle osservazioni
al microscopio di
Robert Hooke.
A sinistra il
Wadham College,
dove studiò
Hooke.
[70] BBC HISTORY ITALIA
ti esperimenti di cui diede pubblica dimostrazione, come richiesto dal suo ruolo, e da cui
scaturivano dibattiti, spesso vigorosi: sulla natura dell’aria, la combustione e la misurazione della pressione barometrica. Fra gli esperimenti vi
fu quello eseguito su un cane a torace aperto,
mantenuto in vita pompando l’aria dentro e fuori dai suoi polmoni. Una crudeltà, intollerabile
per la nostra sensibilità animalista, che tuttavia
permise di eseguire un’osservazione fisiologica
fondamentale sulla differenza tra sangue venoso e sangue arterioso.
L’enfant prodige era cresciuto. Teneva banco
con i suoi esperimenti. Faceva parlare di sé. Era
un’arteria pulsante nel cuore della Royal Society. Nel 1664 fu nominato professore di Geometria. Raggiunse il più ambito titolo di Dottore di
Fisica solo nel 1691, a 56 anni.
Hooke, tuttavia, si appassionò – e non poco –
anche alla questione della gravità, cosa che gli
fu fatale. Perché il tema della gravità, in quegli anni, porta dritto al nome di Isaac
Newton, ragione per cui, per molto tempo, di Hooke non si sentì
più parlare.
La gloria è alle volte volubile e
può svanire in un istante, se ci si
imbatte in una personalità suscetti-
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Robert Hooke
e donne con cui accompagnarsi. Il suo carattere era infernale: il primo biografo di Hooke,
Richard Waller, lo descrive addirittura come
una persona «spregevole, malinconica, inaffidabile, gelosa». Niente di strano, quindi, se i suoi
rapporti con Newton, rivale di ben maggiore
successo, non furono idilliaci.
Hooke condusse studi sulla gravità in parallelo
a Newton e quando le loro ricerche furono concluse, Newton espose e pubblicò i suoi “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” senza
nemmeno menzionarlo. Hooke si risentì, protestò, affermò con veemenza che quelle osservazioni erano sue, che lui per primo aveva esposto
quanto riformulato da Newton. Insomma, Newton gli era debitore, ma si rifiutava di ammetterlo. Nel 1666, infatti, Robert Hooke aveva
bile e insofferente alle critiche, più incline alla
lite che alla discussione.
Forte del consenso ricevuto negli anni, Hooke osò un’impresa impossibile: sfidare il gigante
dell’epoca, Isaac Newton, un uomo dal carattere ombroso, sospettoso, irascibile. Hooke,
però, non era da meno. Due personalità opposte: il primo era una sorta di asceta, il secondo
non disdegnava serate a base di intrugli da bere
Una pagina
del libro
“Micrographia”
di Robert Hooke,
pubblicato nel
1665. I disegni
rappresentano
i pianeti da lui
osservati con il
telescopio.
Dipinto di Rita
Greer in cui Hooke
lavora con il fisico
e filosofo Robert
Boyle, inventore
della pompa
pneumatica.
Gli angoli bui di una mente brillante
G
enio eclettico e conclamato, fino
all’ingiusta condanna all’oblio.
Uomo sospettoso, malinconico e
poco gradevole nei rapporti umani.
Quanta verità ci sia sul privato di
Robert Hooke è ancora una questione controversa. Tanto più che non
mancano le fonti che lo descrivono
come uno spirito piuttosto mondano. Ma sembra certo che, a causa
dell’involuzione della sua fortuna in
seno alla Royal Society, anche il suo
umore andò scemando.
Quanto al suo aspetto fisico, è difficile confermare alcune descrizioni
giunte dai contemporanei, in seguito
alla distruzione del suo unico ritratto conservato nella Royal Society. Si
dice che fosse molto pallido, minuto, persino pelle e ossa e che avesse
una postura storta e un naso sotti-
le e affilato, negli occhi grigi, però,
scintillava il bagliore del suo ingegno. Da quel poco che si può attingere sulla vita privata di Robert Hooke, in parte dai suoi diari, pare che
lo scienziato fosse un frequentatore abituale di caffetterie e taverne,
spesso in compagnia di Boyle. Fra le
pareti domestiche non disdegnava
di assumere bevande oltre i limiti
della decenza, come il suo amato
distillato di urina, che riteneva salutare. Non prese mai moglie. Perché
sposò la scienza? Forse. Ma ebbe
rapporti sessuali con sua nipote
Grace, che aveva preso in casa, insieme a un cugino, per insegnare
loro matematica, e con molte delle
sue governanti. Hooke non esitava
ad annotare nei suoi diari i dettagli
dei rapporti consumati con ciascu-
na di loro. Con una, per giunta, mise
al mondo una creatura, di paternità
“ignota”.
Grace morì nel 1687 e per Hooke fu
un colpo molto duro, che incise sulle
sue già precarie condizioni di salute.
Da allora fu un lento, ma inesorabile
declino, che lo condusse, nel 1696, a
rifiutarsi di effettuare ancora esperimenti e di parlare in pubblico. La
Royal Society lo denunciò, in quanto
Hooke continuava a essere pagato per farlo. L’ennesima diatriba si
concluse a favore di Hooke, ma solo
dal punto di vista legale. Malato, in
disgrazia ed emarginato, in odio a
Newton, ormai sapeva che il viale
del tramonto era stato percorso fino
alla fine, dopo aver dedicato una vita
intera alla scienza, lui che voleva diventare un pittore.
BBC HISTORY ITALIA [71]
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Gran Bretagna rinascimentale
Dovette scontrarsi con Newton anche nel
corso di esperimenti di ottica: da un lato, Newton
con la sua teoria corpuscolare della luce, dall’altro,
Hooke e la sua teoria ondulatoria.
Il frontespizio del
fondamentale
libro di Robert
Hooke, in
cui descrive
le proprie
osservazioni
effettuate con
il microscopio
da lui costruito
(in fondo alla
pagina).
esposto i punti del suo “Trattato sulla Gravità”
ai membri della Royal Society con un esordio
plateale: «Spiegherò un sistema molto diverso
da qualsiasi altro». Aveva affermato che i corpi
celesti si attraggono reciprocamente, che il loro
è un moto rettilineo uniforme in assenza di altre
forze e che l’attrazione diminuisce all’aumentare della distanza.
I suoi studi erano proseguiti, nel 1677 aveva ottenuto la nomina a segretario della Royal
Society, che avrebbe abbandonato nel 1682,
proprio a causa della disputa con Newton.
Nel novembre del 1679 Hooke iniziò uno
scambio epistolare con Newton: in una lettera gli fornì la propria spiegazione sul fatto che
l’attrazione di un corpo verso il Sole fosse inversamente proporzionale al quadrato della loro
distanza. La risposta di Newton non fu condiscendente e la disputa continuò, lettera
dopo lettera, fino alla rottura
definitiva.
Vent’anni dopo la dissertazione di Hooke sulla gravità, nel 1686, Newton presentò
i suoi “Principia” alla Royal
Society. In quell’occasione
Hooke sostenne di essere stato
lui in persona ad aver fornito al
collega delle nozioni che questi
avrebbe assorbito nella propria
[72] BBC HISTORY ITALIA
Richard Busby,
rettore della
famosa scuola di
Westminster, uno
dei primi maestri
di Hooke.
teoria, nozioni riguardanti la proporzionalità
inversa tra la forza di gravità e il quadrato della distanza tra due corpi. Newton, dal canto
suo, negò che Hooke potesse essere riconosciuto come autore di quella scoperta e ne fornì le
motivazioni: parlò dell’esistenza di spunti analoghi, precedenti a Hooke stesso, ma soprattutto affermò che, se pure per assurdo fosse stato
vero quanto sostenuto dal collega, non avrebbe
comunque contratto alcun debito intellettuale nei suoi confronti, giacché Hooke non aveva
mai fornito una dimostrazione matematica, cosa che, invece, Newton
aveva fatto. I due ebbero ulteriori motivi di scontro nel corso
di esperimenti di ottica: da
un lato, Newton con la sua
teoria corpuscolare della luce, dall’altro, Hooke
e la sua teoria ondulatoria (in seguito risultò che
entrambe le teorie erano
valide, a parte una variabile: il comportamento
della luce in un contesto
specifico).
Ormai, però, il tempo di
Hooke era terminato. L’astro
splendente di Isaac Newton lo
aveva oscurato. Ciò nonostante,
Hooke non si arrese e, sempre più
nell’ombra, continuò a condurre esperimenti. A dimostrazione del suo eclettismo, una
delle sue ultime lezioni presso la Royal Society fu dedicata alle “Metamorfosi” di Ovidio. Si
spense nella sua stanza al Gresham College il
3 marzo 1703, dopo aver ceduto al diabete (che
lo aveva reso cieco) e a disturbi cardiovascolari:
aveva 68 anni. In una cesta furono trovati beni
per 8 mila sterline, tra denaro e oro. Il luogo della sepoltura restò ignoto.
La scomparsa di Hooke, tuttavia, non mise
fine alla querelle. Newton, divenuto presidente della Royal Society, ordinò di nascondere gli
appunti del collega-rivale e si spinse fino a una
bieca forma di laica iconoclastia: fece distruggere il solo ritratto esistente di Robert Hooke.
•
DANIELA ROSA FERRO
(Giornalista e ricercatrice storica)
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Prima guerra mondiale
DOVE NACQUE LA
PARITÀ
[74] BBC HISTORY ITALIA
DEI SESSI
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Donne al lavoro per
la preparazione
delle spolette in una
fabbrica di munizioni
durante la Prima
guerra mondiale.
I
grandi conflitti armati sono tragedie ma, paradossalmente, anche stimoli di progresso: la
Rivoluzione Francese e l’Impero Napoleonico hanno insanguinato l’Europa per quasi tre decenni, eppure hanno permesso di passare
dal “mondo dei privilegi” settecentesco al “mondo dei diritti” ottocentesco. Il 1914-15, a sua volta, ha transitato la società dal “mondo delle élites”
borghesi e aristocratiche al “mondo delle masse”
del XX secolo. Milioni di uomini mobilitati nel
BBC HISTORY ITALIA [75]
ANSA
Operaie, contadine, infermiere, tramviere:
costrette a sostituire gli uomini al fronte,
le donne, durante la Grande Guerra, hanno
scoperto ruoli e responsabilità, impegni
e soddisfazioni prima sconosciuti. Così
hanno preso coscienza della parità di
diritti che avrebbe dato presto i suoi frutti
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Prima guerra mondiale
Il reggiseno
I
CREATIVE COMMONS/LIBRARY OF CONGRESS
primo conflitto mondiale (5 milioni l’Italia, 7 la
Francia, 8 la Germania) hanno infatti creato un
evento epocale che, per la prima volta nella storia, ha coinvolto tutta la popolazione dei paesi in
guerra: qualunque casa, villa, catapecchia, dal villaggio più lontano della Russia zarista all’ultimo
paese di pescatori della Sicilia mediterranea, ha
al fronte qualcuno (un figlio, un padre, un parente, un amico). La guerra entra nella coscienza collettiva, tutti vogliono sapere come, dove, perché si
combatte; l’informazione, prima riservata a pochi,
si diffonde a macchia d’olio, le tirature dei giornali
e dei periodici illustrati raggiungono numeri inimmaginabili qualche anno prima. Con la Grande
Guerra nasce l’opinione pubblica: la “società della partecipazione” così come siamo stati abituati a
conoscerla oggi.
Anche in altri
Paesi, come
gli Stati Uniti,
le donne furono
il grosso della
manodopera
durante la Grande
Guerra. Qui
alcune di loro
in una fabbrica
del Midwest
convertita alla
produzione di
materiali bellici.
In Italia le donne vengono impiegate
nelle officine metalmeccaniche che realizzano fucili,
mitragliatrici, esplosivi, proiettili, cannoni, e alcune
acquisiscono livelli alti di specializzazione.
Sulla strada della modernizzazione c’è tuttavia
un altro elemento caratterizzante, figlio indiretto
delle trincee del Fronte occidentale e dell’Isonzo: l’emancipazione della donna. Movimenti ispirati dalla battaglia per la parità di genere esistono
sin dalla seconda metà del XIX secolo, soprattutto nei paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti: sono i cosiddetti movimenti delle suffragette,
termine sottilmente denigratorio con il quale si
indicano i gruppi che si battono per il diritto delle donne al suffragio (perché non chiamarle suf-
[76] BBC HISTORY ITALIA
l 12 febbraio 1914 Mary Phelps Jabob, una
ricca ereditiera americana appena ventenne, pronipote del celebre inventore del battello a vapore Robert Fulton, richiede all’Ufficio
Brevetti di New York il riconoscimento di una
sua curiosa invenzione, brevetto che gli viene
rilasciato nel novembre successivo con il n.
1.115.674: si tratta di un paio di piccoli triangoli di stoffa uniti tra loro e sorretti da bretelle, in modo da fornire un adeguato sostegno al
seno femminile. Apparentemente si tratta di
un’invenzione di poco conto, probabilmente di
un capo di abbigliamento vagamente erotico
per un pubblico femminile delle classi agiate: dal punto di vista pratico, si rivela invece
un’invenzione fondamentale perché introduce una vistosa miglioria fisica e psichica nelle donne, sino ad allora costrette alla “tortura”
delle stecche di balena dei corsetti. La Grande Guerra fa il resto: la mobilitazione della
manodopera femminile innesca un processo
di semplificazione del vestiario che trasforma
l’intuizione di Mary Phelps Jacob non solo in
un simbolo di emancipazione femminile ma
anche in un elemento di vestiario irrinunciabile, riprodotto in milioni di esemplari in tutto il mondo. Il nome iniziale, “reggipetto”, viene trasformato in “reggiseno”, le bretelle perfezionate, le fogge moltiplicate. Come afferma l’inventrice con tono profetico, «non ritengo che il reggiseno cambierà il mondo come il
battello a vapore del mio antenato, ma quasi».
Certamente, esso è un’eredità che il 1914-18
lascia alla posterità del mondo occidentale.
fragiste?). Si trattava tuttavia di movimenti elitari,
che coinvolgevano donne delle classi alte, ai quali
restavano fondamentalmente estranee le figlie del
popolo, alle prese con il problema pratico di mettere in tavola la minestra o la polenta tutti i giorni.
Donne al posto degli uomini La situazio-
ne cambia bruscamente nel 1914-18: la mobilitazione al fronte di milioni di maschi per un periodo
ininterrotto di 4 anni determina infatti una frattura
nell’ordine sociale e familiare. Per le donne rimaste a casa non ci sono soltanto lutto e ansia: la nuova realtà, l’assenza degli uomini significa anche
assumere responsabilità in ambito familiare prima riservate ai mariti e ai padri, significa entrare
nel mondo del lavoro per sostituire gli uomini sotto le armi, significa “uscire dalla gabbia” (come
affermano molte testimoni) e vedersi dischiudere
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Dove nacque la parità dei sessi
L’immagine di una spazzina al lavoro
per le strade di Roma.
della produzione, agricola e, soprattutto, industriale. Secondo calcoli riportati da Antonio Gibelli ne
“La grande guerra degli Italiani”: «Nelle campagne restano attivi solo 2,2 milioni di uomini sopra i
18 anni, contro un totale di 6,2 milioni di donne».
Ne deriva l’occupazione femminile in mansioni
agricole dalle quali erano solitamente esentate:
da quelle più pesanti (ammucchiare i covoni, scaricare il grano, tagliare la legna) a quelle tecnologiche come la manovra delle macchine agricole.
Altrettanto significativo l’ingresso nell’ambito della
fabbrica: le esigenze belliche richiedono uno sforzo produttivo ingente, le donne vengono impiegate nelle officine metalmeccaniche che realizzano
fucili, mitragliatrici, esplosivi, proiettili, cannoni
di piccolo e medio calibro, alcune acquisiscono
Un tram italiano
usato come
scuola conducenti
per future
tranviere.
BBC HISTORY ITALIA [77]
ANSA
nuovi orizzonti, inquietanti e stimolanti al tempo
stesso. Il primo “mutamento dell’ordine” si registra
in casa: accanto alla tradizionale educazione dei
figli, le donne devono occuparsi di pratiche burocratiche, rapporti con gli uffici pubblici, acquisti e
vendita di prodotti agricoli e di bestiame, contrattazione dei prezzi, controversie legali, rapporti con
le banche. In alcuni casi (soprattutto nelle piccole
aziende agricole) si tratta di decidere se ricorrere
a lavoratori salariati, assumendo la responsabilità
dei relativi costi; in altri, di avviare lavori costosi di
restauro (un tetto, un muro di recinzione, un’intonacatura); in generale, si tratta di far quadrare i
bilanci con entrate inevitabilmente ridotte. Non a
caso, nella corrispondenza privata si intrecciano
affetti e “affari”, come scrive la contadina piemontese Angela Gottero, classe 1894, al marito Luigi
nel gennaio 1916: «oggi ho ricevuto la tua cara lettera e mi ha fatto piacere nel sentire che hai speranza di venire in licenza: io desidero tanto quel
giorno per poterti abbracciare e per aggiustare gli
affari di interesse».
Il mutamento più vistoso si ha però nel mondo
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Prima guerra mondiale
livelli alti di specializzazione (per esempio, quelle addette al montaggio di macchine di precisione
per motori di aerei). Personale femminile compare
negli uffici postali, nelle banche, nelle assicurazioni, nell’amministrazione pubblica, oppure, in divisa, sui tram e sui treni. Donne vengono coinvolte
nell’estrazione dei minerali di ferro destinati
all’industria siderurgica. Il Corriere della
Sera titola “Donne al posto degli uomini” una pagina nella quale compaiono fotografie di donne italiane o
straniere in mansioni come spazzine, tramviere, barbiere.
Il fenomeno, così rapido e dirompente, suscita curiosità e, insieme,
sospetto: se Ugo Ojetti osserva che
«per tutti gli interstizi una fiumana di
donne è penetrata, gorgogliando e frusciando, nei luoghi degli uomini (i campi,
le fabbriche…), e le più di esse lavorano e sono
preziose e s’ha bisogno di loro», altri esprimono
riserve e ironie, come il contadino emiliano mobilitato sull’Isonzo che, lamentando la lentezza della moglie nel rispondere alle lettere, scrive «adesso
che fate tutto voialtre e niente noi uomini non avete tempo da perdere in tanti scritti».
Si rompono i ceppi della tradizione Il
rapporto tra lavoro ed emancipazione è evidente: lavorare significa uscire dall’ambito della casa,
uscire dall’ombra maritale o paterna, acquisire
consapevolezza di sé, stabilire una nuova rete di
rapporti sociali, avere la disponibilità di un salario
Nella foto in alto:
donne impiegate
con la mansione
di fattorino e
nei trasporti
pubblici. A destra,
le educatrici dei
primi asili nido.
Il suffragio femminile
CREATIVE COMMONS
N
ell’immediato dopoguerra la celebrazione
«dell’indispensabile contributo femminile al conflitto», da una parte accentua la campagna contro i rischi per la moralità pubblica,
dall’altra, al contrario, apre notevoli spiragli
al riconoscimento del movimento di emancipazione femminile, nel campo dei diritti civili,
del diritto di istruzione, di accesso alle professioni, di emancipazione dalla tutela giuridica,
di accesso al voto. In Germania nel 1918 viene
concesso il suffragio femminile, in Inghilterra
(pur con la limitazione dei 30 anni di età) nel
1919, in Francia nel 1925 limitatamente alle
elezioni municipali. In Italia la “legge Sacchi”
del 1919, comunemente definita “premio di
smobilitazione”, decreta il riconoscimento della parità giuridica della donna con l’abolizione
dell’autorizzazione maritale per tutti gli atti di
proprietà e di diritto civile e ammette le donne
[78] BBC HISTORY ITALIA
all’esercizio delle professioni e degli impieghi
pubblici, con eccezioni (peraltro molto restrittive). Solo nel 1925 Mussolini, prima di eliminare del tutto e per tutti il diritto di voto, concede il suffragio amministrativo alle donne «decorate della medaglia
al valor militare o della croce di merito di guerra» o che
siano «decorate di medaglia
al valor civile, o della medaglia di benemerite della sanità pubblica» o madri e vedove di caduti in guerra o donne
che abbiano la patria potestà
o licenze o diplomi e «paghino
annuo contributo al Comune».
(Laura Derossi, “1945 Il voto
alle donne”)
Sotto: le famose
suffragette Annie
Kenney e Christabel
Pankhurst.
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Dove nacque la parità dei sessi
i movimenti, e vengono sostituiti dai più agili reggiseni. La donna del 1914-18 è una donna che si
libera dai limiti angusti del ruolo femminile tradizionale e si avvia sulla strada della modernizzazione. Non a caso in molte testimonianze femminili
sulla Grande Guerra si parla di “senso di libertà”,
di andare a lavorare “quasi come un divertimento”, di «cose che non avremmo mai potuto fare
prima», mentre in quelle maschili la memoria è
interamente collegata alla sofferenza e alla paura del fronte.
La lotta per la parità dei diritti Il fenomeno emancipatorio, ovviamente, non va esagerato
nelle sue implicazioni. Ogni momento di rottura
comporta anche reazioni in controtendenza. C’è
chi, negli anni di guerra, lamenta l’allentarsi della
moralità pubblica, chi accusa la manodopera femminile di scarsa professionalità e capacità di lavoro,
chi è insofferente per l’irrequietezza esistenziale e
denuncia una preoccupante indisciplina, chi cerca di imporre il “comando dei vecchi” per lasciare
inalterate le gerarchie di genere. Alcuni giornali di
ispirazione più conservatrice richiedono maggiore
severità e vigilanza da parte dell’autorità di pubblica sicurezza, la quale a sua volta opera sulla base
di una legislazione che limita fortemente l’agibilità. Il tutto è comunque conferma di come i modi
di vivere stiano cambiando. «La guerra cominciava
a incrinare modelli di comportamento, relazioni
tra generi e classi di età, nonché tra classi sociali, mettendo in discussione gerarchie, distinzioni
di ruoli e autorità ritenute immutabili: un effetto
Cambia il modo di vestire: all’inizio del Novecento
le donne hanno abiti lunghi fino a terra, ma per
lavorare servono abiti più funzionali: si accorciano le
gonne, i corsetti vengono sostituiti dai reggiseni.
che – contenuto per il momento dalla legislazione repressiva – sarebbe emerso più ampiamente nel dopoguerra, contribuendo a conferire alle
lotte sociali un’impronta di contestazione radicale dell’ordine esistente», afferma Gibelli nel suo
libro. Sostenere che la donna si è emancipata
durante il conflitto è improprio, è però vero che il
movimento di emancipazione femminile ha trovato nelle condizioni eccezionali del 1914-18 le sue
radici e la sua spinta propulsiva che avrebbe presto
dato i suoi frutti. Non a caso in alcuni Paesi europei il diritto di voto viene concesso alle donne proprio dopo la fine della Prima guerra mondiale.
•
GIANNI OLIVA
(Storico e giornalista, autore di decine di libri).
BBC HISTORY ITALIA [79]
ANSA, CREATIVE COMMONS
con il conseguente senso di indipendenza, assumere comportamenti che prima erano considerati prerogative maschili (dal bere alcolici all’uscire
di sera, al frequentare luoghi di divertimento). E,
soprattutto, decidere il proprio destino, da sempre
nelle mani degli uomini. In molti casi (soprattutto per le donne giovani ancora senza famiglia propria) lavorare significa spostarsi dalla campagna
alla città, scoprendo nuovi orizzonti geografici e
sociali, oppure trasferirsi da una fabbrica all’altra
cambiando luogo e mansioni, in una dimensione di fluidità in netto contrasto con la tradizione
di stabilità alla quale le classi popolari sono state
educate. Questo mutamento nel rapporto tra spazio domestico e spazio esterno rappresenta un sensibile rimescolamento della vita sociale. Cambia
persino il modo di vestire: se ancora all’inizio del
Novecento le donne hanno i vestiti lunghi sino a
terra, nel momento in cui esse entrano nel mondo
del lavoro hanno bisogno di indumenti più pratici
e funzionali e le gonne si accorciano sino al ginocchio. Allo stesso modo scompaiono i corsetti, i
busti che stringevano il petto rendendo impacciati
In Italia le donne
si ritrovarono
all’improvviso a
dover sostituire
gli uomini al
fronte. Nella foto
sopra, alcuni
alpini in azione
in montagna
durante la Grande
Guerra.
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Storia e Società
Sotto il titolo,
un dipinto del
pittore fiammingo
Quentin Massys,
conservato alla
Galleria Doria
Pamphilj di Roma:
titolo dell’opera
“Gli usurai”.
Sotto, papa
Leone Magno,
di Francisco de
Herrera el Mozo
(Museo del Prado
a Madrid): Leone
in una lettera del
443 condannò
severamente
l’usura.
L
a nascita, o meglio, l’invenzione del
denaro, attorno all’inizio del VII secolo
a.C. in area greco-ionica, avvenne per
consentire lo scambio di merci e servizi senza dover ricorrere al baratto, pratica non
sempre di utilità immediata (capitava di scambiare una merce di pronto utilizzo con un’altra da
immagazzinare). Ma di pari passo con il denaro,
nacque anche il suo sfruttamento: l’usura.
Derivata dal verbo latino utor (usare, utilizzare, servirsi di), nell’arido linguaggio tecnico questa parola indicava semplicemente il compenso
dovuto per l’uso di un capitale fornito da altri,
ossia l’interesse percepito dal prestatore di denaro in cambio della sua disponibilità a privarsi
temporaneamente di un suo avere. Un servizio,
dunque: il capitale lavora insieme all’uomo, alleati nel produrre beni e servizi.
Ma, come sempre accade, l’avidità dell’uomo
genera frutti velenosi, così i prestatori di denaro, col tempo, decisero di non accontentarsi più
di una remunerazione onesta e di applicare alla
controparte condizioni di rimborso sempre più
onerose e talvolta perfino impossibili da rispettare, mettendo di fatto il debitore in una situazione di totale dipendenza economica dal creditore,
con tutte le tragiche conseguenze del caso. Ciò
spiega il motivo per cui l’usura è stata vietata o
comunque malvista da tutte le civiltà.
Tutti e dappertutto contro l’usura I
primi riferimenti all’usura compaiono nei Veda,
i testi sacri dell’antica India (2000-700 a.C.), nei
quali si definisce usuraio chiunque presti denaro
a interesse e si esprime disprezzo per questa pratica, ritenuta indegna per un uomo libero tanto
da essere vietata alle caste superiori dei brahmani (sacerdoti) e degli kshatriya (guerrieri).
In area mesopotamica, già i codici di Eshnunna e di Hammurabi (XVIII secolo a.C.)
contengono precise norme volte alla regolazione dei tassi d’interesse, per tutelare i debitori dalle pretese di usurai e
creditori.
Nel mondo ebraico, la Bibbia
proibiva il prestito a interesse. Il
libro dell’Esodo, che contiene
la legislazione più antica per gli
Ebrei, dice esplicitamente: «Se
tu presti denaro a qualcuno del
mio popolo, all’indigente che sta
con te, non ti comporterai con lui
da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse» (Es 22, 24). Lo
stesso concetto viene ripetuto anche
nel Levitico, che prescrive di aiutare «il fratello caduto in miseria e pri-
[80] BBC HISTORY ITALIA
Nel corso dei secoli il
prestito a interesse fu più
volte condannato in tutte le
società, anche se tollerato
nell’antica Grecia e nella
prospera Roma. Deprecato,
ma innegabile motore dei
commerci, nonché fonte di
ricchezza per chi lo pratica, è
arrivato indenne fino ad oggi
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L’USURA
SEME (MALEDETTO)
DI RICCHEZZA
BBC HISTORY ITALIA [81]
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Storia e Società
deve e quanto non si deve». Anche a Roma questa pratica era assai diffusa, benché considerata
riprovevole, tanto che nel 342 a.C. il tribuno della plebe Lucio Genucio propose una lex de feneratione (legge sull’usura), che prevedeva il divieto
di prestare a interesse. Un secolo dopo la situazione non doveva essere cambiata di molto, se il
severissimo Catone il Censore (III-II secolo a.C.),
a chi gli chiedeva che cosa pensasse dell’usura,
rispondeva seccamente «e tu che ne pensi dell’omicidio?», mettendo significativamente sullo stesso piano i due reati. Nell’Urbe, l’età dell’oro per
l’usura fu probabilmente intorno alla metà del I
secolo a.C., quando a causa del forte aumento
del numero dei poveri bisognosi di prestiti, i tassi d’interesse salirono sino al 12%: mezzo millennio dopo, al tempo dell’imperatore Giustiniano
(V-VI secolo d.C.), che nel suo Codex ne operò
una severa regolamentazione, si ridussero a una
misura che andava dal 4 all’8%. Tuttavia l’usura
fu sempre una costante nel mondo romano, tanto che nell’Ottocento l’economista cattolico Giuseppe Toniolo arrivò a individuare proprio nel
“capitalismo usuraio” una delle cause della caduta dell’impero romano.
I primi riferimenti all’usura compaiono nei Veda,
i testi sacri dell’antica India, nei quali si
definisce usuraio chiunque presti denaro a
interesse e si esprime disprezzo per questa pratica.
vo di mezzi» senza «prendere da lui interessi,
né utili» e aggiunge: «Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura» (Lv 25,
36-37). Anche il Deuteronomio insiste su questo
punto, ma vi include anche una precisazione che
nel Medioevo, come vedremo, inciderà profondamente sulla cultura: «Non farai al tuo fratello
prestiti a interesse, né di denaro né di viveri né
di qualunque cosa che si presta a interesse. Allo
straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo
fratello, perché il Signore tuo Dio ti benedica in
tutto ciò a cui metterai mano […]» (Dt 23, 20-21).
Non si hanno, invece, tracce di pratica usuraria
nell’antico Egitto, a differenza della Grecia, dove
l’usura era largamente praticata, benché malvista.
Illustri pensatori come Aristotele e Platone la condannarono recisamente e proprio ad Aristotele si
deve la prima spiegazione morale di questa condanna: «il denaro non può generare denaro», la
ricchezza lecita può nascere soltanto dal lavoro
o dall’ingegno umano; quanto all’usuraio, egli
«dà poco ed esige molto […] prende dove non si
[82] BBC HISTORY ITALIA
Quadro di
Domenico
Ghirlandaio:
“San Girolamo
nello studio”.
Girolamo fu tra i
grandi pensatori
della Chiesa che
condannarono
l’usura. Sotto,
incisione di
Lucas Cranach il
Vecchio: “Cristo
scaccia gli usurai
dal Tempio”.
Lo scandalo delle
banche-usura
N
el 1870 la città di Napoli fu travolta
dallo scandalo delle cosiddette banche-usura, allora descritte dallo storico
Nicola Raffaelli come un «capolavoro di
immoralità spudorata». Il fondatore di
questo sistema usurario era Guglielmo
Ruffo-Scilla, figlio di Giuseppe, alto ufficiale borbonico. Approfittando del suo
nome e vantando il titolo di principe (che
non gli spettava), nel 1866 Ruffo-Scilla
riuscì a organizzare una specie di catena
di sant’Antonio finanziaria, corrispondendo interessi esorbitanti sulle somme
ricevute in deposito e giocando sulla svalutazione delle banconote rispetto alla
moneta metallica. Fu subito imitato da
altri spregiudicati affaristi e in pochissimi
anni la sola Napoli si trovò a contare ben
90 di questi anomali istituti bancari, che
prosperavano sulla credulità della clientela, perlopiù appartenente alla piccola
e media borghesia. Nel 1870 il sistema
truffaldino saltò, trascinando nella rovina migliaia di famiglie e assestando un
durissimo colpo alla fragile economia postunitaria dell’ex Regno delle Due Sicilie.
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Gesù contro i commerci senza regole
È con l’avvento del cristianesimo che l’usura esce
definitivamente dal campo ben recintato della
giustizia e dell’economia per entrare in quello
minato della teologia. Il concetto di carità, sconosciuto al mondo precristiano, irrompe con garbata prepotenza nella società romana tramite il
messaggio di Cristo, così riportato dall’evangelista Luca: «E se prestate a coloro da cui sperate
ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i
peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici,
fate del bene e prestate senza sperarne nulla» (Lc
6, 34-35). Gesù estese la sua condanna ai mercanti che non rispettavano il tempio: «Ed entrato nel
tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano
e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei
cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe
e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: “Non sta
forse scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto
una spelonca di ladri!”» (Mc 11, 15-17).
Così, sulla scorta dell’insegnamento evangelico, i Padri della Chiesa si mostrarono severissimi nella condanna dell’usura. Fu in particolare
il IV secolo, a stigmatizzare questa pratica con
Ambrogio, vescovo di Milano, e Girolamo, primo traduttore in latino dell’Antico Testamento.
Entrambi ripresero la concezione aristotelica dell’usura fornendone due
definizioni coincidenti e ancora
insuperate per chiarezza ed efficacia: per Ambrogio, usura è
«prendere più di quanto è stato dato»; per Girolamo è «qualunque cosa, se si prende più di
quanto si sia dato». Sempre nel
IV secolo, nei concili di Arles
(314) e Nicea (325), si ribadì la
netta presa di posizione della
Chiesa, reiterata cent’anni dopo
dal pontefice Leone I Magno, che
così scriveva, nel 443, in una lettera indirizzata ai vescovi della Campania: «Dobbiamo ancora avvertire che alcuni
allettati dalla cupidità di vergognosi guadagni,
danno il denaro ad usura e intendono arricchire
coi prestiti. Questo ci dispiace non solamente nei
chierici, ma ancora in quei laici i quali tuttavia
vogliono chiamarsi cristiani. Stabiliamo dunque
che quelli i quali ne saranno convinti vengano
severamente puniti acciocché si tolga ogni occasione di peccato».
Nonostante il lodevole impegno delle istituzioni ecclesiastiche, la pratica dell’usura cresceva e di pari passo cresceva la disapprovazione del
mondo cristiano: ancora il concilio di Tarragona
(516) e il Capitolare di Nimega (806) insistevano
nel colpire d’interdetto il prestito a interesse. La
svolta decisiva avvenne con il concilio di Reims
(1049). In questa sede, infatti, fu stabilito che in
nessun caso un cristiano, religioso o laico che fosse, poteva prestare denaro esigendo un interesse,
indipendentemente dall’entità del tasso. Da
A sinistra,
S. Ambrogio in
un affresco di
Pacino da Nova
(Pinacoteca di
Brera). Nell’ovale,
busto di Platone:
anche lui, come
Aristotele, pur
nella tollerante
Grecia, condannò
la pratica
dell’usura.
Sotto, affresco
di Pinturicchio:
“Funerali di san
Bernardino”.
BBC HISTORY ITALIA [83]
MONDADORI PORTFOLIO/LEEMAGE
L’usura, seme (maledetto) di ricchezza
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Storia e Società
qui ebbe origine una severa disciplina giuridica basata sul principio evangelico, che nell’arco
di un secolo giunse a sancire il divieto assoluto di
prestare a interesse, generando due conseguenze
di enorme portata, benché ancora inimmaginabile: una fu l’elaborazione di un complesso di rigide norme che demonizzò il mercato, l’altra fu la
consegna del mercato stesso e dei suoi meccanismi ai “cattivi cristiani” e agli ebrei. Peccavano,
ma si arricchivano.
Anche i seguaci di Maometto ebbero a che fare
con l’usura (“riba” in arabo): il Profeta condanna
duramente questa pratica nelle pagine del Corano. «Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso. Coloro invece che si nutrono di usura
resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana. E questo perché dicono: «Il commercio è
come l’usura!». Ma Allah ha permesso il commercio e ha proibito l’usura. Chi desiste dopo che
gli è giunto il monito del suo Signore, tenga per
sé quello che ha e il suo caso dipende da Allah.
Quanto a chi persiste, ecco i compagni del Fuoco. Vi rimarranno in perpetuo. Allah vanifica l’usura e fa decuplicare l’elemosina. Allah non ama
nessun ingrato peccatore». (Corano II. Al-Baqara, 275-276)
MONDADORI PORTFOLIO/LEEMAGE
Usuraio uguale ebreo (e i cristiani allora?) A partire dall’XI secolo, dunque, si assistette
a un’autentica criminalizzazione dell’interesse; il
famoso teologo Anselmo d’Aosta identificò l’usura con il furto, assimilandola così alla violazione
del settimo comandamento (“non rubare”); nello
stesso tempo, s’iniziò ad associare l’usura all’avarizia, peccato capitale della nuova età mercantile destinata a rimpiazzare l’epoca feudale, il cui
peccato per eccellenza era stato, invece, la superbia. La logica interna di questo impianto teologico era inattaccabile: non era stato forse Dio
stesso, nell’Antico Testamento, a dire all’ebreo
«allo straniero potrai prestare a interesse, ma non
al tuo fratello»? Dunque, vietare la pratica dell’usura al cristiano, ma concederla e, anzi, riservarla all’ebreo risultava perfettamente in linea con
la dottrina della Chiesa, permettendo di salvare
capra (la salvezza dell’anima) e cavoli (la necessità di ricorrere al prestito a interesse in caso di
bisogno) e giustificando, inoltre, la tradizionale ostilità del mondo cristiano nei confronti del
popolo deicida. Dunque ebrei odiati, marginalizzati, ma utili.
Il grande e imprevisto sviluppo economico del
XII secolo allargò il mercato: il prestito a usura diventò un motore dell’economia, facilitò i
commerci e creò nuove ricchezze, questo indusse anche i cristiani meno infervorati a mettere
da parte i loro scrupoli per dedicarsi alla pratica
[84] BBC HISTORY ITALIA
Il severissimo Catone il Censore (III-II secolo a.C.),
a chi gli chiedeva che cosa ne pensasse
dell’usura, rispondeva seccamente:
«E tu che ne pensi dell’omicidio?».
Ritratto di
Giovanni Calvino.
Il teologo
francese andò
contro corrente,
affermando
che l’usura
è immorale
soltanto quando
la richiesta
degli interessi
è eccessiva.
Sotto, incisione
attribuita ad
Albrecht Dürer,
“L’Usuraio”.
usuraria. Il che, a sua volta, inasprì i già difficili rapporti con la comunità ebraica, considerata come agguerritissima concorrente di mercato.
Intervenne di nuovo la Chiesa e nella seconda
metà del secolo XIII, di pari passo con il rafforzarsi dell’economia mercantile, si iniziò a riflettere in modo nuovo sull’importante cambiamento
in atto. Furono soprattutto i teologi francescani, come Pietro di Giovanni Olivi, a elaborare il
superamento dell’antica concezione aristotelica
sulla “sterilità” del denaro. Nella pratica, questo
si tradusse con la creazione dei Monti di Pietà,
che sorsero dovunque in Italia, grazie appunto ai
francescani, nel XV secolo, per contrastare i danni provocati dagli usurai, che, come predicava
in modo assai colorito san Bernardino da Siena,
erano capaci di «far corde di liuto anche con le
budella di Cristo!». I Monti di Pietà, invece, erano istituti benemeriti che agivano per soccorrere
i cristiani in difficoltà.
Così parlò Calvino La Storia corre veloce e
poco dopo l’affermarsi delle prime banche, in
Italia e in Germania, si verificò un fatto del tutto nuovo e assolutamente imprevisto: la nascita del protestantesimo. In pieno Cinquecento
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L’usura, seme (maledetto) di ricchezza
Dante e l’usura
L
a piaga dell’usura era così sentita che
anche Dante la stigmatizzò nella Divina
Commedia e la ritenne tanto odiosa da
collocare gli usurai nel terzo girone del
settimo cerchio, quello dei “violenti contro
Dio”, insieme ai bestemmiatori (violenti
contro la persona divina) e ai sodomiti
(violenti contro la natura stabilita da Dio).
È Virgilio a spiegare che l’usura offende la
divina bontade perché, come dice Aristotele, la natura prende corso dall’intelletto
divino e dal suo modo di operare e l’operosità umana prende esempio da quella
divina; così l’uomo si sostenta grazie al suo
lavoro, ma gli usurai sfruttano la fatica altrui e da quella traggono guadagno.
Nel 2017, però, sono state rese note due
pergamene conservate nell’Archivio Diocesano di Lucca, dalle quali emerge a sorpresa il nome di un piccolo, ma astuto usuraio
fiorentino: Alighiero di Bellincione, padre
del Sommo Poeta. Gli studiosi, tuttavia,
ignorano se Dante fosse o no a conoscenza
della torbida attività paterna, affiancata
a quella ufficiale di procuratore giudiziale
nel tribunale del podestà. (Sopra, Dante
in un affresco di Domenico di Michelino:
il grande poeta colloca gli usurai nel terzo
girone del settimo cerchio dell’Inferno).
il teologo francese Giovanni Calvino dovette
ammettere la capacità produttiva del denaro e,
per primo, osò contestare la tradizionale condanna dell’usura. A suo avviso, immorale e peccaminosa risultava essere soltanto l’esagerazione nella
richiesta dell’interesse: «Nessuno trova immorale
che chi ha un campo o una casa li dia in affitto
e ne ricavi un compenso: perché allora dovremmo ritenere immorale che chi presta denaro ne
ricavi un interesse? Forse che il denaro non è,
come il campo e la casa, una cosa fruttifera? Il
peccato non si ha nella usura, ma nella sua esagerazione».
Da questo momento in poi, il rapporto tra cristianità e denaro cominciò a cambiare in modo
radicale e l’ingresso nell’epoca delle grandi scoperte geografiche spalancò la porta a una concezione dell’economia finora impensabile: con
i prestiti si sono conquistati continenti, civilizzato genti sconosciute, spostato merci e
ricchezze. Oggi, si considera malsana un’economia che non permette
al denaro di fruttare altro denaro,
così come qualsiasi altra attività
commerciale. Se ai giorni nostri
si ricorre alla pratica “zero interessi” è un artificio per salvare
i bilanci delle nazioni, ma per
molti economisti costituisce
un freno alla crescita dell’economia piuttosto che essere
un balsamo salvifico. I precetti del Veda indiano, della Bibbia, del Vangelo e del Corano
non potevano tener conto della
nostra strana società e delle sue
contraddizioni.
Sopra, affresco
della Basilica
di San Vitale
a Ravenna:
“L’imperatore
Giustiniano e
il suo seguito”
(VI secolo). Nel
suo “Corpus
iuris civilis”,
Giustiniano
ridusse per legge i
tassi di interesse.
Sotto, Giuseppe
Toniolo:
l’economista
italiano individuò
nel “capitalismo
usuraio” una
delle cause
della caduta
dell’impero
romano.
•
ALESSANDRA COLLA
(Giornalista e saggista di Storia).
BBC HISTORY ITALIA [85]
CALENDARI
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1
Lunedì
2
FEBBRA
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o
“Nessu un solo uom
e
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ne”.
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a
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S. VERDIANA VERGINE
Martedì
S. M AURIZIO -
FESTA DELLA CANDELORA
ledì
3 Merco
4
Giovedì
S. G ILBERTO DI L
dì
o
IMERICK VESCOVO
Lunedì
S. TEODORO MARTIRE
S. G IROLAMO EMILIANI
dì
9 Marte
S. APOLLONIA VERGINE
- MARTEDÌ GRASSO
. - LE CENERI
Giovedì
Domenica
15
Lunedì
16
17
18
OURDES
SS. FOSCA E M
S. VALENTINO - I
20
Mercoledì
S. M ANSUETO DI
Domenica
22
DI QUARESIMA
S. G IULIANA MARTIRE
S. PATRIZIA
S. CINZIA
M ILANO VESCOVO
Sabato
21
AURA
DEI SINGLE
S. FAUSTINO - FESTA
Martedì
Giovedì
19
S. EULALIA VERGINE
Sabato
14
- RICORDO DELLE FOIBE
B. V. M ARIA DI L
Venerdì
13
S. PAOLO M IKI
nica
7 Dome
S. SCOLASTICA VERG
12
S. AGATA VERGINE
6 Sabat
Mercoledì
11
S. BIAGIO
5 Vener
8
10
Venerdì
S. PIER DAMIANI
Lunedì
23
Martedì
24
Mercoledì
25
26
27
Giovedì
Venerdì
Sabato
S. SILVANO
DOTTORE - II
DI
Domenica
28
S. ROMANO ABATE
29
QUARESIMA
S. ISABELLA
S. TEO
S. EDILBERTO RE
S. VITTORINO
Lunedì
- III DI QUARESIMA
S. G IUSTO
..
E INTANTO.iglia
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NEL 1945, la erisce a
Guevara si trasf tempo
in
Buenos Aires:
la fine
per festeggiare
guerra
della Seconda agosto,
mondiale, il 15 stere al
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ma anche per Perón,
colpo di stato di o due
il 17 ottobre. Son olici
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eventi paralleli chiude
si
di un’epoca che ari
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dittature e lotte anza.
libertà e l’eguagli
S. ROMEO
S. LEANDRO
www.sprea.it/calendariomussolini
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così
la vita in città,
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Dumas, Zola, Stein saggi politici e
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Mercoledì
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Giovedì
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S. A LFREDO
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Mercoledì
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CHE HANNO MARCATO PARTE DELLA STORIA
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METE DA NON PERDERE
SIRACUSA
PERLA DEL SUD
La nuova puntata della nostra rubrica dedicata alle vacanze
storiche ci porta alla scoperta di una bellezza
senza tempo nascosta nel cuore più antico della Sicilia
A
l mio arrivo a Siracusa mi sono sentita letteralmente assediata. Ma è una
cosa normale: l’antica città di pietra calcarea che si protende con una
bellezza conturbante nello Ionio ha segnato
la caduta di molte persone nella storia.
Il fior fiore dell’esercito ateniese
fu schiacciato proprio qui nel V
secolo a.C.; il grande scienziato greco Archimede trovò qui la morte per mano
di un soldato romano nel
III secolo a.C.; lo stesso accadde ai bizantini
nel IX secolo e l’elenco
potrebbe continuare.
Il mio soggiorno è stato
assai meno drammatico:
non ho dovuto affrontare le
legioni di Roma, ma solo una
legione di turisti. Ero là come
insegnate in gita scolastica: portare i miei studenti a visitare i vari luoghi d’interesse ha significato farsi largo in una
vera e propria marea di folla.
Al nostro arrivo – era la sera di una caldissima
giornata di giugno – frotte di storni hanno preso a volteggiare nel cielo, che si faceva via via
più scuro, e quando siamo scesi dal pullman
un uccello ha mandato un segno, che è caduto dal cielo e ha colpito con mira infallibile la
mano di uno dei miei studenti. Aveva tutta l’aria di un presagio di sventura.
La Sicilia offre molti precedenti che invitano a riflettere sui cattivi auspici. Nel III secolo
a.C., prima di una battaglia, il console Publio
Claudio Pulcro, secondo il costume romano,
fece liberare dalla gabbia le galline sacre. Gli
[88] BBC HISTORY ITALIA
uccelli però rifiutarono il cibo, un segno nefasto agli occhi di chiunque, tranne che a quelli
del console: «Se non hanno voglia di mangiare», fu il suo commento, «possono bere». Ciò
detto le gettò tutte in mare e salpò imperterrito per la guerra. Alla stessa maniera
abbiamo proseguito anche noi il
nostro viaggio e, a differenza di
Pulcro che perse la sua battaglia, la nostra persistenza è stata premiata.
Quando abbiamo messo piede a Ortigia, l’isoletta che costituisce il
cuore più antico di Siracusa, mi sono innamorata. È qui che si stabilirono
i coloni corinzi che fondarono la città nel 733 a.C.: le
sue piazze, chiese e portici
coperti di volte sono stupefacenti e il tempo li ha lasciati intatti,
circondati dalle muraglie che li difendono dal mare e, al di là di esse, dal mare stesso.
Un tempo quelle mura proteggevano Ortigia
anche dai nemici: oggi la proteggono dall’avan-
«Questa antica città di pietra calcarea
si protende con una bellezza
conturbante nello Ionio».
zata dei parcheggi dei supermercati.
In molti luoghi d’Italia il passato sembra intatto dalla modernità, ma in Sicilia di fatto c’è più
passato che altrove. Nel V secolo a.C., quando Roma aveva appena iniziato la sua asce-
La Fonte
di Aretusa
sull’isola di
Ortigia, il
cuore storico
di Siracusa
separato dal
resto della città
da uno stretto
canale.
Le antiche
rovine del
tempio di Apollo
sull’isoletta di
Ortigia risalgono
al VI secolo a.C.
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CONSIGLI
AI VISITATORI
QUANDO
ANDARE
In tarda
primavera,
quando l’antico
teatro della città
ospita l’annuale
Festival del
Teatro Greco.
Evitate la
parte centrale
dell’estate: le
strade diventano
calde come ferri
da stiro.
COME ARRIVARE
L’aeroporto più
vicino è quello di
Catania, a un’ora
di distanza
sull’autostrada
costiera.
sa, la regione di Siracusa era già una delle più
importanti del mondo occidentale, con una
popolazione che raggiungeva quasi le 250mila
persone. Le testimonianze di quel passato
sono ovunque. Nella Piazza del Duomo si erge
la cattedrale cittadina, a prima vista un esempio perfetto di barocco siciliano, ma se si guarda con più attenzione si notano massicce
colonne inglobate nelle mura esterne: è quel
che resta dell’antico tempio di Atena, su cui il
vescovo della città fece edificare la cattedrale nel VII secolo.
Sul lato settentrionale di Ortigia sorge l’antico teatro greco, in uso tutt’oggi: se vi sedete
sulle sue gradinate di pietra, avrete davanti a
voi uno spettacolo non dissimile da quello che
probabilmente vedeva il pubblico del V secolo
a.C. accorso ad assistere alla prima di un’opera di Eschilo. Alle spalle del teatro c’è la cava di
calcare da cui Siracusa fu letteralmente intagliata: i segni delle scalpellate degli schiavi
greci che eseguirono il lavoro sono ancora visibili sula pietra. Si dice che se la città venisse
sradicata e infilata di nuovo nella cava aderirebbe alla perfezione, come un biscotto nel
suo stampo.
Oggi la cava è coperta di boschetti di aranci e
limoni, ma in passato le sue caverne servirono anche come prigione per i soldati ateniesi catturati dopo la fallita spedizione militare
del 415-413 a.C., durante la Guerra del Pelo-
ponneso. Una delle caverne più impressionanti a vedersi è quella chiamata Orecchio di
Dionisio, alta 23 metri: la leggenda vuole che
il tiranno Dionisio di Siracusa approfittasse
dell’eccezionale acustica della grotta per origliare i discorsi segreti dei prigionieri politici
tenuti là dentro.
Insomma, Siracusa è una città in grado di
stregare chi la visita, oggi come in passato:
lo storico Plutarco racconta che nel III secolo a.C., dopo averla cinta d’assedio e prima di
saccheggiarla, il generale romano Marcello
«pianse amaramente pensando al destino al
destino incombente». Ma, essendo un inflessibile soldato romano, lasciò che venisse depredata. Il tragico avvenimento ebbe comunque
uno sviluppo positivo: si dice infatti che le statue che Marcello fece portare via fossero talmente splendide da riuscire a insegnare per
la prima volta ai Romani il concetto di bellezza artistica. Personalmente non ho difficoltà a
immaginare come si fossero sentiti i Romani
di quel tempo, perché è stata proprio la vista
di Siracusa a permettermi di comprendere la
vera bellezza della Sicilia, nonché quella del
gelato siciliano, che merita da solo una visita
di questo meraviglioso angolo della penisola.•
Catherine Nixey
(Storica e scrittrice: il suo ultimo libro è “Nel nome
della croce. La distruzione cristiana del mondo classico”).
BAGAGLI
Scarpe comode
per camminare:
le piazze
lastricate e le
scalinate di
marmo delle
chiese sono
una meraviglia
per gli occhi,
ma ci si scivola
facilmente.
Portatevi anche
una buona
edizione delle
“Vite parallele”
di Plutarco.
SOUVENIR
Purtroppo,
le specialità
culinarie
siciliane – in
particolare
la granita e il
gelato – non si
possono portare
a casa. Un
discorso diverso
vale per i vini
locali che vale la
pena mettere in
valigia.
BBC HISTORY ITALIA [89]
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DOMANDE&RISPOSTE
Curiosità e interrogativi storici
a cura di Elena Percivaldi
STORIA
PERCHÉ FEDERICO II FU CHIAMATO STUPOR MUNDI?
COMMONS
Q
uando morì, il 13 dicembre
del 1250, l’imperatore Federico II di Hohenstaufen fu definito dal cronista benedettino
Matthew Paris “Stupor mundi et
immutator mirabilis” (stupore del
mondo e miracoloso riformatore).
Forte di questo epiteto, è passato alla storia con un’accezione per lo più positiva, immutata
sino ai giorni nostri. Del sovrano
si è spesso enfatizzata la figura forte e autoritaria che lo portò a cercare di imporsi come l’ultimo grande imperatore di portata veramente “universale” della Storia europea e a contendere fieramente la scena al Papato nel quadro della politica europea. Inoltre lottò, con esito alterno, contro le autonomie comunali, riprendendo il progetto autoritario che era già stato del nonno
Federico Barbarossa. Si è anche
sottolineato, a volte con enfasi eccessiva, il suo ruolo di principe
mecenate rivestito a Palermo, radunando intorno a sé, nella splendida corte siciliana, intellettuali arabi, ebrei e cristiani per dar vita a una
feconda e tollerante convivenza tra
culture e religioni diverse.
In realtà, il giudizio su Federico II e
sul suo operato – fatta salva l’innegabile statura e importanza storica –
è stato sempre controverso e oggetto di infuocati dibattiti. Mentre era
ancora in vita, l’imperatore polarizzò
i contemporanei in due fazioni irriducibili. Da un lato gli sconfinati ammiratori: funzionari di corte; poeti e trovatori come Marcovaldo di Ried, Giovanni d’Aubusson e Aimeric; cronisti
come il già citato Matthew Paris e in
[90] BBC HISTORY ITALIA
genere gli scrittori di parte ghibellina. Dall’altro figurano: gli implacabili
detrattori di parte guelfa, capeggiati dal cronista parmense Salimbene
de Adam; i millenaristi che vedevano nel sovrano, sulla scorta di quanto profetizzato dal monaco Gioacchino da Fiore, l’annunciatore dell’Anticristo. Persino Dante, nonostante fosse un sostenitore dell’autorità
imperiale, decise di collocare Federico all’Inferno nel girone degli eretici epicurei, tra coloro cioè che negavano l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio. In effetti papa Gregorio IX lo aveva trattato come eretico,
scomunicandolo per ben due volte,
mentre Innocenzo IV aveva accolto
addirittura con gioia la notizia della
sua morte: «Esultino i cieli, la terra si allieti poiché in freschi zeffiri e rugiade fecondatrici si sono
sciolti il fulmine e la procella che
Dio ci teneva sopra il capo».
Il fascino di Federico II ha sedotto anche gli intellettuali: gli illuministi videro in lui il prototipo
del despota illuminato, mentre gli
storici moderni (sia di area tedesca come Ernst Kantorowicz e
Eberhard Horst sia italiani come
Raf faello Morghen) lo hanno
ritratto come “l’inventore” dello
Stato accentrato, uomo di vasta
cultura aperto alla tolleranza
interculturale e religiosa e politico libero e laico.
Molto del “mito” federiciano è stato ridimensionato dalla storiografia contemporanea. Apripista fu,
nel 1988, il britannico David Abulafia che nel suo saggio “Federico II. Un imperatore medievale” ha
voluto ridimensionarne la portata
alla sua epoca, di cui fu testimone e
interprete fino in fondo. Anche l’accezione di stupor mundi è stata rivista per restituirle il significato molto
più sfaccettato che aveva nel Medioevo. Infatti, il termine latino stupor
(stupore) serviva all’epoca – al pari di
altre parole come miraculum, prodigium, portentum - a designare qualcosa di straordinario e inconsueto,
in grado di sorprendere e provocare ammirazione, ma anche di sconcertare perché turbava l’ordine precostituito. Questo era lo “stupore”
che Federico II, con la sua personalità debordante e controversa, suscitava nei contemporanei. Un sentimento che, tutto sommato, suscita
ancora oggi.
•
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CURIOSITÀ
L
a Fanta, celebre bevanda al gusto
arancia, vide la luce a Berlino negli
anni 40: fu la “risposta” tedesca all’americana Coca-Cola. Quest’ultima
era stata messa fuori produzione in
Germania (usciva dagli stabilimenti della Coca-Cola GmbH, una succursale dell’azienda madre che ha
sede ad Atlanta) dopo che gli Stati Uniti, nel dicembre 1941, entrarono in guerra a fianco degli Alleati contro le potenze dell’Asse. Naturalmente, data la penuria di mate-
rie prime, la bevanda non era certo
di lusso: era ottenuta da un miscuglio di scarti di mela, sidro pressato
e siero di latte, ma era dolce, quindi
utile per sostituire il razionatissimo
zucchero. Il nome deriva dall’abbreviazione della parola tedesca: Fantasie. E le arance? Assenti nella prima formula (in Germania allora non
c’erano), nel 1955, a Napoli, furono
introdotte nella ricetta. Dagli anni 60
la Fanta entra a far parte del gruppo
Coca-Cola.
•
STORIA DELLA TECNOLOGIA
COME SI FABBRICAVA LA CARTA NEL MEDIOEVO?
L
a carta era conosciuta in Cina almeno dal II secolo a.C., ma si diffuse in Europa solo intorno al 1000 d.C. La tecnica di fabbricazione fu portata in Occidente dagli arabi, passando prima dall’Africa (nell’VIII secolo) e poi, a partire dall’XI secolo, in Spagna e in Sicilia. Non è un caso se il primo documento su carta giunto fino a noi sia un mandato di Adelasia, prima moglie di re Ruggero I, scritto nel 1109 in greco e arabo (oggi all’Archivio di Stato di Palermo). Come si ricavava? Si prendevano stracci di stoffa e fibre di piante, li si metteva in una vasca di pietra e li si riduceva in frantumi con l’aiuto di magli in metallo, azionati dall’energia dell’acqua. All’impasto era poi aggiunta acqua.
La poltiglia così ottenuta era riposta successivamente
su un telaio a maglie fitte e messa ad asciugare: ed ecco
il foglio di carta. Se si inseriva nel telaio un filo metallico con un disegno particolare, si otteneva un vero e proprio “marchio” in filigrana che ne garantiva provenienza e qualità: a distinguersi in questo campo fu il territorio di Fabriano (Ancona), meritandosi una fama che dura
ancora oggi (nella foto, una pila idraulica nella cittadina marchigiana). Col tempo si capì che la resa del foglio
poteva migliorare se lo si fosse spennellato con la colla,
rendendolo impermeabile; in questo modo non assorbiva l’inchiostro e si evitavano le macchie: la strada verso
la stampa era ormai stata tracciata.
•
PITIGRILLI Severo fustigatore dei costumi, ma non senza macchia
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28 OTTOBRE 1922
MARCIA SU ROMA
COLPO DI STATO O BLUFF?
VITTORIO EMANUELE III, E CON LUI TUTTO L’ESTABLISHMENT,
FECE FINTA DI SPAVENTARSI PER LA MINACCIA DI UN COLPO DI STATO:
TUTTI SPERAVANO CHE MUSSOLINI RISOLVESSE UNA CRISI POLITICA SENZA SBOCCHI,
COSA CHE AVVENNE NEL MODO PIÙ ORDINATO E CONDIVISO
1903
Il Conclave che decise
le sorti del XX Secolo
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Era tutto pronto,
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QUANDO FU INVENTATA LA FANTA?
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APPUNTAMENTI
Occasioni per rivivere la Storia a novembre
FIRENZE
LEONARDO E LA SUA SCIENZA
I
l 2019 è l’anno di Leonardo in quanto
ricorrono i 500 anni della sua morte. L’esposizione, realizzata dopo oltre due anni
di preparazione dalla Galleria degli Uffizi
e Museo Galileo, propone un viaggio attraverso le pagine del “Codice Leicester” realizzato da Leonardo da Vinci tra il 1504 e
il 1508 e conosciuto anche come Hammer, dal nome del suo precedente proprietario nel 1991 venne acquistato da
Bill Gates a un’asta di Christie’s,
stimato tra i 12
e i 18 milioni di $
di valore, venne
pagato da Gates
30.802.500 $.
Oltre all’esposizione degli originali, i visitatori, grazie a una struttura multimediale studiata ad hoc, potranno “toccare” digitalmente i singoli fogli del codice, leggere le trascrizioni delle parole di Leonardo
e “navigare” nel suo mondo, scoprendo la
sconvolgente attualità delle sue intuizioni.
Oltre al “Codice Gates” saranno esposti altri originali leonardeschi, realizzati
nel medesimo, stupefacente periodo per
documentare il fertile genio di Leonardo.
Fino al 20 gennaio 2019
Il codice Leicester di Leonardo da Vinci.
L’acqua microscopio della natura Uffizi
www.uffizi.it/gli-uffizi/eventi
TORINO
ERCOLE
I
n coincidenza con il restauro della “Fontana d’Ercole”, vero e proprio centro del
progetto secentesco dei Giardini della Reggia, a Venaria è stata allestita con
grande cura e con un ottimo impatto scenico, una bella mostra dedicata al mito di
Ercole, in onore dell’Ercole Colosso che
domina la fontana, la cui ripresentazione al pubblico è la fase conclusiva dell’opera di restauro.
Oggi Venaria è un complesso museale,
patrimonio dell’Umanità, che offre in contemporanea molti spunti di visita.
La mostra “Ercole e il suo mito” racconta, attraverso oggetti e dipinti, prodotti
tanto nell’antichità quanto nei secoli XVIIXVIII, provenienti da grandi collezioni italiane ed estere, presentati al pubblico in
Italia per la prima volta, come le vicende legate a questa figura mitica abbiano
inciso nell’impianto iconografico e narrativo dell’arte e quanto il fascino della
[92] BBC HISTORY ITALIA
sua figura sia stato persistente nei secoli.
A riprova di questa forza la mostra si
conclude con il racconto del successo
della figura di Ercole ottenuta nei colossal prodotti a Cinecittà, prima, e a Hollywood poi.
Fino al 10 Marzo 2019
Ercole e il suo mito
Venaria Reale
www.lavenaria.it/it/mostre
VENEZIA
TINTORETTO 500
I
n occasione dei festeggiamenti per i
500 anni della nascita, Venezia, dedica a Jacopo Tintoretto, uno dei suoi
artisti più amati e famosi, una grande mostra.
Ecco allora che i Musei Civici di
Venezia e la National Gallery of Art
di Washington hanno iniziato, già nel
2015, questa grande festa di compleanno di un artista che è uno dei giganti della pittura europea del XVI secolo
e, indubbiamente, quello che più ha
“segnato”
Venezia.
Il progetto espositivo
prevede l’utilizzo degli spazi di Palazzo Ducale e
delle Gallerie dell’Accademia di Venezia oltre ad altri spazi museali che dedicheranno mostre ed eventi al Tintoretto.
Le opere esposte provengono dalle principali collezioni pubbliche e private di tutto il mondo e fanno di questa esposizione la più grande mai realizzata. Per chiudere l’anniversario,
dal 3 marzo fino al 30 giugno 2019, la
mostra sarà alla National Gallery of Art
di Washington: un evento unico in quanto si tratta della prima presentazione in
Nord America della pittura del grande
artista veneziano.
Fino al 6 Gennaio 2019 Venezia
TINTORETTO 1519 - 1594
Palazzo Ducale – Appartamento del Doge
http://palazzoducale.visitmuve.it
IL GIOVANE TINTORETTO
Gallerie dell’Accademia
www.mostratintoretto.it
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Scrivete a: loscaffale@bbchistory.it
LO SCAFFALE
Libri di Storia scelti per voi
STORIA DELLA GUERRA AL BRIGANTAGGIO
L
’autore del volume, professore di Storia
della criminalità organizzata presso l’Università di Roma Tre, propone un affresco
della reazione ai fenomeni di banditismo,
dagli albori dell’Età Moderna fino all’Unità d’Italia. L’immagine che ne scaturisce è
quella di una questione estremamente complessa. La lotta al brigantaggio attuata dal
Regno sabaudo non è che l’ultimo capitolo
di una secolare storia di sanguinose lotte,
in cui l’unica strategia era fatta di una violenza inaudita, di tribunali militari e fucilazioni. L’autore evidenzia come la repressione postunitaria non può essere attribu-
ita ai soli piemontesi: le truppe venute dal
Nord vennero supportate da tanti meridionali, espressione di una borghesia in ascesa che difendeva i suoi interessi con tutti i
mezzi. Anche dalla parte dei briganti i fiancheggiatori furono molti e variegati: criminali comuni, disperati, nobili decaduti, ma
anche artigiani, contadini, giovani ribelli,
gente comune che non accettava il giogo dei
nuovi padroni.
STORIE DI ITALIANI A SALÒ
L
a storia di questo volume inizia l’8 settembre del
1943 quando la nazione fu divisa in due fronti opposti. In quegli anni, Sergio Tau, aiuto regista di
Lizzani, lascia il cinema e inizia a dedicarsi ai documentari, realizzando per Radio Rai “Le voci dei vinti” una trasmissione centrata su coloro che aderirono alla RSI. Testimonianze di ragazzi, anche giovanissimi, che parlano di onore tradito, di sconfitte e vendette, ma anche di avventure, inaspettati gesti di umanità e persino di amori nati tra aderenti a schieramenti ferocemente contrapposti. La
trasmissione, inoltre, ha avuto
anche il grande pregio di portare alla luce le storie delle donne del SAF, il Servizio Ausiliario Femminile che, in barba a
tutti i pregiudizi dell’epoca, si
arruolarono volontarie, subendo, per questa scelta, rappresaglie anche più feroci di quelle
subite dai loro “camerati”. Oggi,
dopo 75 anni, quelle voci sono
diventate un libro, che nel pro- LA REPUBBLICA
getto dell’autore «è uno stru- DEI VINTI
mento inedito per comprendere Di Sergio Tau
speranze e delusioni di chi per- Marsilio, 2018
se la guerra».
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LA GRANDE MATTANZA
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DIARIO DI UN GRANDE ESPLORATORE
D
opo gli anni passati tra viaggi e
avventure, interminabili rotte marine e strade senza fine, banchetti mongoli e fastosi soggiorni nella casa reale cinese, Marco Polo si ritrova chiuso
in una cella e l’unica possibilità di fuga
sta nel frugare nella memoria e rivivere
le sue avventure, che racconta al compagno di prigionia, un pisano, scrittore
di professione e specialista nei romanzi cavallereschi. Marco rievoca e Rustichello scrive. Ci mette anche qualcosa
di suo: qua e là taglia, riordina, aggiusta, cuce, condensa, chiede dettagli.
Busi punta l’attenzione su un aspetVIAGGIO AI CONFINI
to
particolare di Marco: la capacità di
DEL MEDIOEVO
vedere,
di fotografare eventi e persoMARCO POLO
naggi
e
tener conto anche dei dettaDi Giulio Busi
gli più minuti. L’autore racconta MarMondadori, 2018
co Polo ragazzo, quando con il padre
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e lo zio lascia Venezia per un’assenza
che durerà 24 anni, durante i quali conoscerà terre lontanissime,
popoli sconosciuti e raccoglierà profitto commerciale, conoscenza ed esperienze straordinarie: la sua missione è scoprire, capire,
conquistare.
BBC HISTORY ITALIA [93]
РЕЛИЗ ПОДГОТОВИЛА ГРУППА "What's News" VK.COM/WSNWS
GIOCHI
PASSATEMPI
«Il bambino che
non gioca non è un
bambino, ma l’adulto
che non gioca ha perso
per sempre il bambino
che ha dentro di sé».
a cura di Alessandro Agnoli
CRUCIVERBA
PABLO NERUDA
ORIZZONTALI: 1 Lavo- ro ben avviato - 18 A fine
strofa - 20 Note quelle di Montecatini - 21 È poco
nei luoghi stretti - 22 Albe- ri dalla cui resina si estrae la “trementina di Venezia”
- 23 Breve repertorio - 24 Il
Kazan regista - 26 La mitica
madre di Teseo - 28 Costu
me nazionale delle don
ne indiane - 29 Compiti da svolgere - 30 Vale nuovo,
moderno - 31 L’alambic- co del chimico - 33 Valuta- ti con cura - 35 Il mister a
Madrid - 36 Non più in cari- ca - 37 Partecipa alle Olim
piadi - 38 Afferrare... con la mente - 39 Affluente del Po
- 40 Inventata - 41 Cereale per diabetici - 42 L’annualità che si versa alla RAI - 43 Capiente borsa per la spesa - 44 Un colpo come lo schiaffo - 45 Assassini prezzolati 47 Il riformatore che chiamò a Ginevra Calvino - 48 Lo è la persona su cui si può sempre contare - 49 Si coniuga con lampeggiare - 50 Ai confini della Polonia - 51 Il suo breve papato è oggi messo in forse - 52 Colleghi di Manolete - 53 Classiche composizioni musicali - 54 Abbreviazione di misura - 55 Belle qualità naturali - 56 “... Marleen”, canzone di un mondo in guerra - 57 Un ingrediente della “paella” - 58 Appena... è neo!
- 59 Forte birra inglese - 60 Porto del Perù presso Lima - 62 Nella parte interna - 64 Sono religiosi - 65 Articolo e nota - 66 Un regime elettorale.
VERTICALI: 1 È frequentato da universitari - 2 Messaggio trasmesso per telescrivente - 3 Complessino artistico - 4 Assai bassa per il vate - 5 È vero
solo per metà - 6 Trieste - 7 Non chiusa - 8 Rapida e veloce - 9 Pound, il poeta dei Canti pisani - 10 Fatta da me - 11 Dittongo di buono - 12 Al termine del
tunnel - 13 Tagliare i capelli a zero - 14 Solcate dal vomere - 15 Quelli mancini, vengono anche definiti “da prete” - 16 Adesso si chiama IMU - 17 “Sei”
nell’antica Roma - 18 L’osso più lungo - 19 Centro del Maceratese - 23 Relativi ad un fiume della Germania - 25 Attrezzo usato nel Messico precolombiano per il lancio dei giavellotti - 27 Insaporita con una nera spezia - 29 Canta al Teatro alla Scala - 31 Particolare impianto sonoro - 32 Catena montuosa
della Tessaglia sovrastante le Termopili - 33 Ricompensati con denaro - 34 Altipiano calabrese - 35 Guarire - 37 Vittorio, ex campione del ciclismo - 38
Consumare il pasto della sera - 39 Calme e posate - 40 Potente gas nervino - 41 Bella cantante anglo-nigeriana - 42 Fu guidata da Mao - 43 Cavetto di
nylon del fucile subacqueo - 44 Biblica sorella di Aronne - 45 Il parlato del cinema - 46 Ha una lama molto affilata - 47 Federazione Italiana di Atletica
Leggera - 48 Matto, insano - 49 Compose celebri romanze per voce e pianoforte - 50 Celebre Palazzo fiorentino - 52 Arresta il flipper - 53 Ripetuto... è un
carcere - 54 Lago vulcanico con invaso imbutiforme - 56 Con Vegas nel nome di una città Usa - 57 Regolamento (abbr.) - 58 La sigla che associa in Usa
i professionisti del basket - 60 Coda di sorci - 61 Ai fianchi di Ornella - 62 Preposizione semplice - 63 Adesso in breve - 64 Il monogramma di Toscanini.
REBUS
Frase 5,8
LA SFINGE
1. FALSO ITERATIVO
IN UNO STUDIO D’ARCHITETTURA.
Il ragazzo che ho xxxxxxx
è veramente sveglio e capace:
gli ho dunque commissionato un xxxxxxxxx
sul progetto di recupero di un’antica
fornace.
2. CAMBIO INIZIALE SILLABICO
SCHISCETTA.
Per il xxxxxx di domani a lavoro
sono già sistemato:
porto l’xxxxxx della pasta al pomodoro
che non abbiamo terminato.
[94] BBC HISTORY ITALIA
3. CAMBIO D’ESTREMI
REGALI.
Sulla xxxxx che ci hanno regalato
c’è un bel biglietto di auguri che dice:
“Buone xxxxx a tutti voi da Renato
e un caro saluto da Amatrice”.
4. AGGIUNTA INIZIALE SILLABICA
IDOLO MUSICALE.
Ci ha regalato così xxxxx emozioni
che siamo veramente grate
a quel xxxxxxxx: ha scritto
magnifiche canzoni con uno
stile davvero stravagante.
РЕЛИЗ ПОДГОТОВИЛА ГРУППА "What's News" VK.COM/WSNWS
GIOCARE CON LA STORIA
INTERDEFINITO
ITALIA ANTICA E MODERNA
Un tipo
d’amore
ABBINATE A CIASCUNA DELLE ANTICHE
REGIONI DEL NOSTRO PAESE
LA MODERNA AREA CORRISPONDENTE:
Vi sorge
Niamey
Sacra
immagine
Umberto
scrittore
Stile architettonico
A. Calabria
B. Campania-Molise
C. Lombardia
D. Piemonte
E. Sardegna
F. Sicilia
1. Bruzio
2. Ichnusa
3. Insubria
4. Sannio
5. Taurasia
6. Trinacria
Già noti
Città della Specialità Regalo
alla polizia Svizzera di Saronno Siffatto
Lo ricevette
Mosè
Lode,
encomio
Coppiera
degli dei
Competizioni
Sovrano
Ente che
ci illumina
Ottobre
nei timbri
FUOCO ALLE POLVERI!
TROVATE NELL’ELENCO
LE QUATTRO
ARMI DA FUOCO
DI EPOCA MEDIEVALE:
Grave
Insenatura
denutriprotetta
zione
Lo è il
saudita
Metallo
Macchiato
di grasso
Sono dei
laureati
1. Alabarda
2. Archibugio
3. Buttafuoco
4. Colubrina
5. Falconetto
6. Mazzafrusto
7. Partigiana
8. Spingarda
Sorreggono il tetto
Canale
pugliese
Antenato
Un
palmipede
Collera
Un fiume
Proprio
così
Associazione di
donatori
Che mi
appartiene
Compose
Giselle
In quel
luogo
Lega
di ferro
e carbonio
Materia
scolastica
Dottrina del
Pentateuco
Cominciato
o impostato
Irto di
peli
Fatui, pieni
di sé
Cilindretti di
legno per stufe
Imposto
con provvedimento
dell’autorità
Ramoscelli
secchi
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Unità di potenza elettrica
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POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N.46) ART. 1, COMMA 1 LOM/MI/4565
Focaccina
messicana
6
25
56
62
63
66
ORIZZONTALI: 1 Il nome della scrittrice
cilena nella foto - 7 Il re dei Visigoti che
sposò Galla Placidia - 13 L’attacco ordinato dal trombettiere - 19 Soldati
americani da sbarco - 21 La
Ravera che ha scritto Porci con
le ali - 23 Il mitico re della Libia
che fuggì ad Argo con le sue 50
figlie - 24 Un ibrido agrume 25 Genere di rondoni - 27 Vibra
all’imboccatura del clarinetto 29 Ogni numero divisibile per
due - 30 Arto di pennuti - 31 Seguiva il triplice eia - 34 Segnale
ancorato - 35 La biblica moglie
di Abramo - 36 Se è accentato,
nega - 37 Il titolo di un recente romanzo
della scrittrice nella foto (5,1,7) - 41 In fin
dei conti - 43 Simbolo dello stagno - 44 È un
esperto di organolettica - 46 Carlo, che è stato noto critico letterario - 47 Concessione di
credito con garanzie personali - 48 Servizio
vincente al tennis - 49 Afflitto, addolorato 50 Un tipo di società (sigla) - 51 La spia Hari
- 52 Aveva la polena - 55 Come dire andati
- 56 Sackman, biofisico tedesco - 57 Pronte
per la semina - 59 Il leopardo delle nevi 62 Il cognome della scrittrice cilena nella
foto - 64 La santa d’Avila - 65 Zeus vi precipitò i Titani - 66 È più giovane del senior.
VERTICALI: 1 Grandi in modo spropositato 2 Fiume della Sassonia - 3 Strumento musicale
con 47 corde - 4 Prefisso per “vita” - 5 Centro
di Vienna - 6 Fedeltà assoluta 8 Pari per stile - 9 Antico precettore privato - 10 La provincia di
Cividale del Friuli (sigla) - 11 La
Tanzi del teatro - 12 Raggio di
ventilazione usato nella TAC 14 Anno Domini - 15 Drastico
taglio di capelli - 16 Si estende
in Finlandia con 1000 Kmq di
acque dolci - 17 Venduta ad alto
prezzo - 18 Africa Orientale Italiana - 20 Dire male di qualcuno
- 22 Una celeberrima è Martha
Argerich - 26 Acido usato per fabbricare saponi - 28 Colpevoli con altri - 31 Il Pacino del
cinema americano - 32 Città dell’Andalusia 33 Un suddito di Attila - 37 Marosi - 38 La fine
delle ferie - 39 I confini del Vermont - 40 Avversi, nemici - 42 L’herpes detto anche “fuoco
di Sant’Antonio” - 43 Caratteristica chitarra
indiana - 45 Fondo d’investimento - 46 Antico cantore celtico - 47 Il verbo dell’operoso 50 Rientranze costiere - 51 Matematica (abbr)
- 53 Arrivo in breve - 54 Avverbio di tempo
- 56 L’attore Affleck - 58 Le cifre di Salgari 60 Sono pari nell’abito - 61 Sigla della città di
Archimede - 63 Due quarti di luna...
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ORIZZONTALI: 1 Un Burton di Hollywood - 3 B
Ballo in voga negli anni ‘60 - 8 È ucciso in duello da Tancredi
- 10 Io con altri - 11 Decalitro - 12 Ostenta raffinatezza - 14 Collinetta sabbiosa - 15 Obbligo gravoso - 17 Il “tu”
di Meneghino - 18 Centro di greche - 19 Cave in riva ai fiumi - 21 C’è quello attitudinale - 23 Il trampoliere
sacro agli Egizi - 25 Raganella arborea - 26 Epoca geologica - 27 Avvisatore acustico dell’auto - 29 Misure
lineari inglesi - 30 Costosi ornamenti.
VERTICALI: 1 Nel poker, batte la doppia - 2 La Lescaut pucciniana - 3 Va in onda informando sul primo
canale della RAI - 4 L’attore-regista Allen (iniz.) - 5 Abitante dell’India non musulmana - 6 Senza freschezza,
rancidi - 7 Macchine che tramano e ordiscono - 9 Chiave - 13 Parte del compasso - 14 Chiave - 16 Fra “do” e
“mi” - 18 Propri della morale - 20 Centro termale in provincia di Padova - 22 Affluente della Mosella - 24 Dimore
stabili - 26 Si oppone a ONO - 28 Hanno sostituito gli LP.
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n° 296 •
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La Sfinge
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S C E IL
DICEMBRE E
PROSSIMAMENTE
E
15 NOVEMBR
Adriano imperatore
Iniziò il suo regno da tiranno spietato e vendicativo,
ma ben presto si rivelò un uomo colto, tollerante,
illuminato gestore dell’impero, regalando a Roma
una lunga stagione di pace e prosperità.
La diplomazia dell’Urbe:
come soggiogare con dolcezza
Nell’antica Roma il dialogo tra stati non aveva
bisogno di abili professionisti, capaci di mettere
d’accordo interessi contrastanti perché l’impero
con la sua potenza non aveva partner ma stati
sottomessi.
Ma è lì che nacque l‘arte della diplomazia
Metamorfosi
di un rivoluzionario:
Francesco Crispi
L’ex barricadero siciliano si trasformò quasi
di colpo da fervente mazziniano in paladino
degli interessi dei Savoia, padroni del
nuovo Stato italiano, ben diverso da come i
patrioti idealisti lo avevano sognato.
Imperativo
categorico:
bombardare
New York!
Mentre i quadrimotori americani
bombardavano le città italiane e
tedesche, gli strateghi del Tripartito
preparavano la risposta: aerei a
lunga autonomia per bombardare gli
Usa erano in preparazione, ma non
ci fu il tempo per portarli a termine.
HANNO COLLABORATO: Riccardo Mazzoni, Elena Percivaldi, Nicola Zotti, Alessio Sgarlato, Alessandra Colla, Dario Marino, Antonello Carvigiani,
Osvaldo Baldacci, Domenico Vecchioni, Jacopo Turconi, Daniela Ferro, Gianni Oliva; Luca Tarenzi (traduzioni).
IMMAGINI: Mondadori Portfolio/Electa/AKG Images/Album/Leemage/Excalibur Milano/Pinacoteca Agnelli; IMPAGINAZIONE a cura di MMP.
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РЕЛИЗ ПОДГОТОВИЛА ГРУППА "What's News" VK.COM/WSNWS
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IL MENSILE CHE VA OLTRE LA SOLITA STORIA
LA REGINA D’AFRICA Una storia curiosa, nelle pieghe della Prima
guerra mondiale: una nave trasportata per centinaia di chilometri via
terra per andare a ingaggiare una battaglia navale sul grande lago
Tanganica. Molto diversa da quella raccontata nell’omonimo film.
SEBASTIANO, RE VENDICATORE Vendicherà la battaglia perduta,
ROBERT HOOKE Riscopriamo un misconosciuto genio del XVII secolo,
SEME MALEDETTO DI RICCHEZZA La pratica dell’usura, deprecata da
che contese a Isaac Newton la paternità della scoperta della gravità. Ha
lasciato in eredità un’altra importante legge della fisica e molte altre
attività scientifiche del suo tempo.
tutti, ha una lunga storia, non sempre disonorevole. Prestare denaro,
anche tra Stati, giovò ai commerci e all’economia. È stata riabilitata
anche dal severo censore Calvino, purché praticata a tassi ragionevoli.
COME NACQUE LA PARITÀ DEI SESSI Le chiassose rivendicazioni
del femminismo sono venute dopo: è stata la dura realtà della Grande
Guerra, quando gli uomini validi erano al fronte, a creare un vuoto che
le donne dovettero colmare. E scoprirono di esserne all’altezza.
MACCHINE DA GUERRA CON LA PROBOSCIDE Da millenni gli elefanti
quando tornerà tra i vivi e riporterà il Portogallo alla sua antica
grandezza. Una delle tante leggende della straordinaria Storia, poco
conosciuta, del Portogallo: un piccolo Paese che fu tra i più grandi.
sono utilizzati dall’uomo come possenti macchine, sia nelle attività civili
che in battaglia. Ma se ammaestrarli è possibile, addomesticarli invece
non lo è, e qualche volta si rivoltano contro chi li governa.
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